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Julian Assange più vicino all’estradizione negli Usa. La Corte suprema inglese respinge il ricorso. Pratica sul tavolo del governo Johnson

Il fondatore di WikiLeaks verso la consegna agli Stati Uniti: dopo l'ultimo no dei giudici britannici, ora manca solo il nulla osta della ministra dell'Interno Patel. Nei tribunali americani il giornalista australiano rischia una condanna pesantissima per aver contribuito a diffondere documenti anche sui crimini di guerra delle forze armate di Washington in Iraq e Afghanistan

Julian Assange è più vicino all’estradizione negli Stati Uniti. E’ stato infatti respinto il ricorso del fondatore di WikiLeaks alla Corte suprema del Regno Unito. In Usa Assange rischia una pesantissima condanna per aver contribuito a diffondere documenti riservati contenenti anche informazioni su crimini di guerra commessi dalla forze americane in Iraq e Afghanistan. Assange, 50 anni, aveva avuto il permesso dagli stessi giudici di appello di fare istanza di ricorso alla Corte Suprema, secondo l’iter procedurale britannico; ma quest’ultima ha oggi rifiutato di riesaminare il caso ritenendo insussistenti in punto di diritto le questioni sollevate dagli avvocati della difesa per chiedere un ulteriore verdetto.

La consegna agli Stati Uniti, come ammettono dalla stessa WikiLeaks, a questo punto potrà avvenire anche se i suoi legali dovessero tentare di rivolgersi alla giustizia internazionale, avendo il Regno Unito completato la propria procedura giudiziaria sulla contestatissima vicenda. Il dossier torna infatti ora sul tavolo del ministro dell’Interno, per il nulla osta definitivo all’estradizione entro poche settimane: nulla osta considerato scontato da parte della titolare attuale del dicastero, Priti Patel, un falco della compagine Tory di Boris Johnson.

In primo grado la giudice Valeria Baraister aveva negato l’estradizione, sulla base delle condizioni di salute e psichiche dell’attivista australiano – che ha trascorso sette anni come rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e poi altri tre nel penitenziario di massima sicurezza londinese del Belmarsh in attesa di giudizio, malgrado nel frattempo fossero cadute le controverse accuse di stupro presentate parallelamente nei suoi confronti dalla magistratura svedese – e di una perizia che lo indicava a rischio di suicidio se consegnato agli Usa. Ma a dicembre la Corte d’Appello aveva ribaltato la sentenza a suo sfavore, accettando le rassicurazioni delle autorità americane che sulla carta si sono impegnate a evitargli la reclusione in isolamento in un carcere duro, evocando pure la possibilità di una condanna inferiore al massimo della pena teorico e l’ipotetica opportunità di lasciargli più avanti scontare parte di un’eventuale condanna in Australia, suo Paese natale.

Negli Stati Uniti, dove gli si dà la caccia da oltre un decennio, il cofondatore di WikiLeaks – che è stato appena autorizzato a sposarsi il 23 marzo nella prigione di Belmarsh con l’avvocata sudafricana Stella Morris, compagna che gli ha dato due figli durante il periodo di asilo nell’ambasciata ecuadoriana – rischia grosso. Visto che gli viene contestato non solo il presunto reato di complicità nell’hackeraggio dell’archivio del Pentagono, bensì anche un’accusa di violazione della legge Usa sullo spionaggio del tutto inedita in un caso di pubblicazione di documenti riservati sui media. Di qui le denunce di sostenitori, attivisti dei diritti umani legati all’Onu e di associazioni come Amnesty International o Reporters Sans Frontiers contro quella che da tempo viene additata come una forma di persecuzione, di vendetta politica, oltre che di minaccia alla libertà d’informazione giornalistica.