Calcio

Maurizio Zamparini e il suo Mercatone Zeta del pallone: da Venezia a Palermo, storia di un presidente in direzione ostinata e contraria

Allenatori cambiati come biancheria intima, attacchi alla stampa, meravigliose intuizioni sportive e grandi casi, dal Furto di Pergine al gol di Tuta contro il Bari: oggi il calcio italiano (ma soprattutto la Laguna e il capoluogo siciliano) piange un patron in grado di fare grandi due città calcistiche nonché un formidabile polemista di successo

Per anni il senso della sua esistenza è stato compresso in un vagone ferroviario. Il ragazzo ci saliva sopra a Udine e scendeva mezz’ora dopo a Sevegliano. Ogni domenica mattina. Sotto la neve gelida dell’inverno, sotto il sole pallido della primavera. Era un tragitto breve ma profondamente simbolico. Perché prevedeva uno spogliamento, annunciava una catarsi. Lo studente del collegio Renati diventava calciatore. Almeno per un giorno. Santificava le feste muovendosi rapido sul fronte d’attacco, vedendo corridoi, segnando gol. Uno dietro l’altro. Dopo poco quella squadra allenata da un falegname e presieduta da un maestro elementare gli andava già stretta. Aveva bisogno di una nuova sfida. Solo che la sua ascesa si era rivelata presto una faticosissima arrampicata.

Aveva giocato in Prima Categoria. Poi in Interregionale. A venti anni la sua carriera come calciatore era già finita. Inutile girarci intorno, il pallone non lo avrebbe portato da nessuna parte. Meglio guardare altrove, meglio sostituire i sogni con la concretezza. Così Maurizio Zamparini aveva scoperto il suo lato più pragmatico. Aveva preso le sue iniziale e le aveva elevate a sistema. La rivoluzione si chiamava Mercatone Zeta. Significava creare centri commerciali prima che gli altri ne avvertissero l’esigenza. A neanche trent’anni aveva rivoluzionato il concetto di distribuzione commerciale in Italia. Ma niente riesce ad attrarre la mente di un uomo più di un’utopia abortita. Il calcio si trasforma in un richiamo al quale Zamparini non riesce a resistere.

Nel 1986 ha un’idea singolare. Insieme a Beppe Marotta, allora ds del Varese, si presenta a casa di Lamberto Mazza. È il presidente della Zanussi. Ma è anche il proprietario dell’Udinese. I due sanno che il club sta vivendo un momento delicato. Così presentano un’offerta ufficiosa. Mazza promette di pensarci. E lo fa. Qualche giorno dopo richiama e annuncia la sua risposta. Niente di fatto. Grazie e arrivederci. A luglio l’Udinese passa in mano alla famiglia Pozzo. È una sconfitta che non scalfisce le certezze di Zamparini. Perché un club da comprare si dovrà pur trovare. Ed è vero. Poco dopo Maurizio acquista il Pordenone, che gioca in C2. Il palcoscenico è modesto, le prospettive di crescita minime. Serve un’altra idea. Così Zamparini pesca ancora nella stessa categoria. Compra il Mestre. E anche il Venezia. Poi le fonde insieme. L’ibrido si chiama VeneziaMestre. Non il massimo dell’originalità. Ma il vero problema è che l’operazione non piace a nessuno.

Per anni la tifoseria si spacca in due fazioni. Nella Curva Sud si inneggia all’Unione. Dalla parte opposta al Venezia. Spesso a fine partita i supporter della stessa squadra di strappano gli striscioni fra di loro. Qualche volta vengono addirittura alle mani. È in Laguna che Zamparini affina l’arte della polemica. Un giorno si presenta davanti ai microfoni dei giornalisti e dice: “Creare problemi inutili è evidentemente nella natura dei veneziani. Sono contento di non vivere in questa città, dove il tifo è impazzito. I veneziani sono convinti che il semplice fatto di esser nati qui dia loro una patente speciale e che tutti gli altri siano pronti a dare per Venezia senza ricevere nulla in cambio. Non è così”. Eppure l’incipit aveva fatto pensare a uno sviluppo molto diverso della storia.

Appena arrivato Zamparini spiega il suo progetto. Annuncia la B in tre anni, chiede la costruzione di un nuovo stadio, affida la squadra a Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, uno che per tutta la vita si è dovuto trascinare dietro il soprannome di Mazzolino. È una scelta felice. Ferruccio conquista la promozione in C1. Ma il suo contratto scade e non viene rinnovato. Al suo posto il presidente chiama Aldo Cerantola. È una scelta che scriverà il futuro del calcio italiano. Perché inaugura una tendenza. Quattro partite. Quattro sconfitte. Cerantola viene esonerato. E con lui anche il direttore sportivo Enrico Alberti, giudicato corresponsabile. “È lì che partì la mia carriera di mangia-allenatori“, dirà anni dopo Zamparini. La cadetteria arriva dopo 4 stagioni. Ad agguantarla è un allenatore di 38 anni che pratica un gioco che Repubblica definisce “zona effervescente”. Si chiama Alberto Zaccheroni e poco dopo avrà un destino particolare: sarà esonerato per Marchesi che a sua volta sarà esonerato per Zaccheroni.

Ogni volta che apre bocca Zamparini regala un titolo ai giornalisti. Dice di non riuscire a seguire le partite allo stadio per via di un eccessivo nervosismo. Preferisce girare in auto fino al fischio finale. Poi, visto che quando è in tribuna la sua squadra perde, annuncia pubblicamente il proprio autoesilio. “Riportare il Venezia in A è una sfida con me stesso”, dice Zamparini. All’inizio sembra una battaglia contro i mulini a vento. A settembre del 1994 assume Maifredi. Solo che il profeta del calcio champagne viene sollevato dall’incarico dopo appena un mese e mezzo. Nel gennaio del 1995, dopo una sconfitta contro il Como, il presidente annuncia sanzioni contro i suoi giocatori. “Non si comportano da professionisti – dice – me li segnalano in discoteca in piena notte. Adesso basta: sono i giocatori più pagati della Serie B, devono tirare fuori gli attributi. Niente buste paga fino a Pasqua, e se mi metteranno in mora peggio per loro: un altro che li paga tanto quanto me non lo trovano di certo”.

A giugno del 1998, dopo dieci anni di presidenza, Zamparini centra il suo sogno. Il Venezia di Walter Novellino chiude secondo il B. E viene promosso in Serie A. L’impatto con il massimo campionato è piuttosto difficile. Nelle prime 8 partite mette insieme 6 sconfitte e due pareggi. Poi a metà novembre batte in casa la Lazio di Eriksson per 2-0. Gol di Pedone e di Tuta. Ma è a gennaio che quella squadra diventa iconica. Per l’acquisto di Recoba. Per un gol non celebrato. Nella prima giornata di ritorno Tuta, in pieno recupero, segna la rete che vale la vittoria sul Bari. Solo che i suoi compagni salutano la prodezza del brasiliano in maniera piuttosto fredda. “Poco dopo che ero entrato in campo al posto di Recoba, Maniero mi ha detto chiaramente che non dovevo segnare perché era meglio che la partita finisse 1-1″. È una delle pagine più controverse del calcio italiano.

Zamparini resta perplesso. Le sue prime dichiarazioni sono concilianti. “In tv mi è sembrato strano che nessuno abbia abbracciato Tuta dopo il gol, infatti ho subito telefonato a Novellino. Se sapessi che c’ è stata combine, lo licenzierei subito. Ma lui mi ha fatto notare che se un tecnico fa entrare un attaccante come Tuta, significa che vuol vincere. E poi non capisco per quale motivo i miei si sarebbero dovuti accontentare dell’1-1: avevo promesso un premio da 200 milioni di lire per la vittoria”. Poi, però, il presidente si esibisce in quello che gli riesce meglio: scagliarsi contro la stampa. Convoca una conferenza stampa al Palasport. E lancia il suo affondo: “Hanno manipolato le parole di Tuta. Maniero ha solo trasmesso al compagno gli ordini di Novellino. È un puro. Di fronte a domande mirate direbbe qualsiasi cosa. Ha 24 anni, ma è come un ragazzino di 15. E non conosce l’italiano, anzi parla solo il dialetto brasiliano del Paranà”.

La domenica successiva il Venezia impatta 2-2 in casa del Parma. Maniero segna ancora. Anche stavolta su assist di Recoba. E anche stavolta non festeggia. “Non esultare è il nostro modo di esultare: noi gioiamo dentro. Anche domenica scorsa contro il Bari avevamo fatto così”. A fine anno i lagunari chiudono undicesimi. È un record. Al posto di Novellino viene chiamato Spalletti. È qui che Zamparini perfeziona i suoi esoneri seriali: via Spalletti, dentro Materazzi, che poi viene sostituito da Spalletti che alla fine lascia spazio a Francesco Oddo. È una formula magica che non riesce a evitare la retrocessione. Le ultime due stagioni a Venezia sono altalenanti. Cesare Prandelli riconquista la A. Ma è una gioia effimera. Perché un anno dopo ricomincia la parabola discendente.

La data che cambia la sua vita è quella del 21 luglio del 2002. Maurizio Zamparini si interessa al Genoa, ma poi acquista il Palermo da Franco Sensi. Fanno 15 milioni di euro pagabili in tre anni. È l’inizio della sua avventura piratesca e picaresca. Ora l’uomo di Bagnaria Arsa non è più comparsa, ma protagonista. Il suo primo atto è qualcosa di simile al capolavoro. Esonera Roberto Pruzzo, che era stato nominato allenatore il giorno prima, e offre la panchina a Ezio Glerean. “Almeno tre allenamenti sono riuscito a dirigerli”, commenta l’ex bomber giallorosso. Cento tifosi si riuniscono davanti alla Favorita e stappano una bottiglia di spumante dopo l’altra. I calciatori non sono poi così entusiasti. In 11 abbandonano il ritiro del Palermo di notte. E sempre nella notte si consuma quello che passa alla storia come il Furto di Pergine.

Zamparini fa salire su un pulmino 12 giocatori (Generoso Rossi, Fabio Bilica, Kewullay Conteh, Francesco Modesto, Valentino Lai, Antonio Marasco, Stefano Morrone, Frank Olivier Ongfiang, Mario Santana. Evans Soligo, poi riprestato al Venezia, Arturo Di Napoli e Filippo Maniero) e li porta nel ritiro del Palermo. È un gioco di prestigio che lascia sgomenti i tifosi del Venezia. Ma a nessuno sembra importare. La promozione in A arriva al secondo tentativo. Dopo 24 giornate Silvio Baldini lascia la squadra a Francesco Guidolin. I rosanero chiudono primi. Grazie anche ai trenta gol segnati da Luca Toni. Il ritorno in Serie A è straordinario. Il Palermo chiude sesto. E vola in Coppa Uefa. Zamparini fa semplicemente Zamparini. Quindi diventa una specie di sciamano. Persona e personaggio insieme, tanto che a volte non si riesce a distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro. In Europa il Palermo arriva fino agli ottavi di finale. Gioca contro lo Schalke 04. Al Barbera finisce 1-0 grazie a una rete di Brienza. Ma sotto il cielo che non ride mai di Gelsenkirchen va in scena una gara molto diversa.

I tedeschi vincono 3-0. E si aggiudicano una partita senza storia. Il Palermo era arrivato alla competizione internazionale come meteora. E ora sogna di diventare presenza fissa. D’altra parte nel 2006 può schierare 4 campioni del mondo: Zaccardo, Barzagli, Barone e Grosso. Fino al 2012 disputa altre 4 edizioni dell’Europa League. Sempre con alterne fortune. Il sogno sembra a portata di mano il 29 maggio del 2011. All’Olimpico di Roma i rosanero si giocano la finale di Coppa Italia contro l’Inter di Leonardo. Delio Rossi manda in campo una squadra con Sirigu, Cassani, Balzaretti, Nocerino, Pastore, Ilicic e Abel Hernandez. In panchina si porta Pinilla, Miccoli e Liverani. L’occasione della vita si infrange contro una squadra troppo forte. I nerazzurri vincono 3-1. E alzano al cielo il trofeo. Il Palermo sfiora successi, ma niente riesce a intaccare la predisposizione del presidente all’esonero. Solo in Sicilia sono 31 gli allenatori sollevati dall’incarico.

Tutto seguendo uno schema surreale, fatto di licenziamenti e di richiami ciclici, La stagione 2015/2016 è qualcosa di molto vicino al sublime. Zamparini conferma Iachini, poi lo cambia con Ballardini, che sostituisce con Viviani, che licenzia per fase spazio a Bosi, che poi lascia il posto a Tedesco al quale subentra ancora Iachini, che viene rimpiazzato da Novellino che infine lascia il posto a Ballardini. Il risultato è un sedicesimo posto che segna l’inizio della parabola discendente del Palermo. Sono gli anni più intensi di un club che per la prima volta è capace di sognare in grande, che diventa incubatrice del talento di calciatori come Cavani, Pastore, Dybala, Belotti, Vazquez, Amauri, Amelia. Una storia che è impossibile separare da quella del suo presidente, un uomo che ha passato tutta la sua esistenza in direzione ostinata e contraria, anche a costo di incarnare quella frase di Bertolt Brecht che recita: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”.