Cronaca

Addio all’ambasciatore Francesco Paolo Fulci: il diplomatico “leggendario” che guidò l’intelligence dopo lo scandalo Gladio

Il diplomatico siciliano è scomparso all'età di 91 anni. Rappresentante all'Onu, diede battaglia per bloccare una riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe allargato l'organismo solo ad alcuni paesi escludendo anche l'Italia. Nel 2015 fu sentito al processo sulla cosiddetta Trattativa Stato mafia per spiegare cosa aveva scoperto sulla misteriosa Falange Armata. L'ultimo incarico fu quello di presidente della Ferrero

Tra le personalità di spicco del ‘900 italiano va collocato il messinese Francesco Paolo Fulci, scomparso tre giorni fa all’età di 91 anni. Uomo abile e rispettato, ha conosciuto da vicino il potere. La sua statura di diplomatico – vinse il concorso nel lontano 1956 – è marchiata a fuoco da quel complimento ricevuto da una donna poco incline alle dolcezze, ovvero l’ex segretario di Stato americano Madeleine Albright, già prima ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu: Your diplomacy is legend, la tua diplomazia è leggendaria, gli disse. Una esagerazione? Di sicuro Fulci si guadagnò sul campo la fama, interpretando il suo ruolo in modo attivo – “La diplomazia come continuazione della guerra con altri mezzi” – soprattutto come rappresentante all’Onu, incarico che ricoprì dal 1993 al 1999 e che eccezionalmente il Governo prolungò per quasi due anni dopo il raggiungimento dei limiti d’età. Si fece rispettare alle Nazioni Unite perché non ebbe paura di dare battaglia per bloccare una riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe allargato l’organismo solo ad alcuni paesi escludendo anche l’Italia: più che una battaglia fu una guerra che l’ambasciatore vinse – assurta a epopea ne L’Italia all’ Onu 1993-1999, Quando la diplomazia fa gioco di squadra (Rubbettino), scritto dai suoi principali collaboratori, noti con l’appellativo affettuoso di “Fulci boys” tra i quali spicca il nome di Ettore Sequi, attuale segretario generale della Farnesina.

Prima di quel periodo epico (si può abbondare con gli aggettivi, “un galantuomo, un servitore dello stato e un maestro per numerose generazioni di diplomatici italiani” ha detto sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola) Fulci aveva conosciuto bene la politica e poi l’ambiente della Nato: dal 1976 al 1980 è Capo della Segreteria del presidente del Senato Amintore Fanfani poi ambasciatore d’Italia in Canada e dal ‘85 al ‘91 ambasciatore alla Nato a Bruxelles dove entra molto in confidenza con gli ambienti atlantici: “Cavalchini [un funzionario della presidenza del Consiglio, nda] mi mandò due pagine del manuale delle operazioni di Stay Behind e ne parlai con Warner, il segretario generale della Nato”, disse nella sua testimonianza alla processo palermitano sulla cosiddetta Trattativa Stato -Mafia. Andreotti non poté pensare che a lui quando fu necessario districarsi nei meandri della nostra intelligence subito dopo il crollo del Muro di Berlino. Sono gli anni in cui il Divo rivela al mondo: “Signori, attenzione: vorrei informarvi che sono esisti gli eserciti della Nato”. Era l’autunno del ’90 e Gladio divenne pubblica: in quello stesso momento fu necessario spurgarla di tutte le nefandezze delle sue agenzie create per la destabilizzazione. Fulci era l’uomo giusto, non c’era dubbio. Andreotti lo chiamò a dirigere il Cesis tra il 1991 il 1993: tre anni brevi brevi ma intensi per un lavoro sensibilissimo – la missione era quella di cambiare le chiavi di casa delle nostre spie, cambiare registro, mentalità, si era in una nuova epoca.

Si dice che Fulci accettò l’incarico pretendendo, e ottenendo, di avere accesso nell’ufficio di Andreotti spesso e con costanza. Avviò così lo scandalo del Sisde, dove c’era una corruzione endemica sotto gli occhi di tutti: quasi si finiva per coinvolgere anche il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. “Io non ci sto!”, scandì il presidente a reti unificate, dopo il quale vennero derubricate da alto tradimento a malversazione le accuse ai capi del Sisde. L’ambasciatore creò un nucleo di uomini di sua fiducia e fu quasi un gioco inchiodare quei personaggi della nostra intelligence civile. Ma occorreva anche smantellare strutture e le loro appendici, come la famigerata Falange Armata, oscura sigla che rivendicò tutta una serie di eccidi: ad quelli della Uno Bianca alle stragi di mafia del 1992 e 1993. Su questo Fulci fu ascoltato durante il processo Stato Mafia. “C’era questa storia della Falange Armata …”, disse ad un certo punto della sua deposizione. Iniziò il lavoro di pulizia dalla sezione K dell’Ossi (Operatori Speciali Servizi Italiani), un nucleo segreto composto da “specialisti per attività di servizio“, come spiegò Paolo Inzerilli, il capo di Gladio in una audizione in commissione stragi nel 1991. “Ma K non è l’iniziale di killer!”, tenne a precisare il generale.

Qualunque cosa facessero quegli uomini – sicuramente erano addestrati all’uso di esplosivi – Fulci doveva farli scomparire. Sulla base di un rapporto di un “analista del Cesis”, Davide De Luca, precocemente scomparso, l’ambasciatore sostenne che le telefonate con cui la fantomatica organizzazione terroristica Falange armata rivendicava le stragi e gli eccidi dei primi anni Novanta provenivano da luoghi dove erano state localizzate le sedi periferiche del Sismi. Iniziò così la liquidazione di quella zona oscura della pancia dello Stato, identificata nella sezione Ossi. Ma davvero ci liberammo così della Falange Armata? Chi può dirlo? Nel 2015, quando venne sentito a Palermo, Fulci aveva qualche ricordo sfocato – De Luca era vicedirettore del Cesis e non un semplice consulente – ma a parte questa comprensibile svista nella sentenza che assolse l’unico uomo indagato per la Falange, Carmelo Scalone, è scritto che “invero, [De Luca] si limitava a riferire sue considerazioni personali sugli ambienti di provenienza delle telefonate anonime. Il teste [De Luca] ha sottolineato che l’elenco in possesso dell’ambasciatore Fulci non era in alcun modo collegato all’elaborato del Cesis”. La sorgente delle telefonate rivendicate Falange armata è stata ufficialmente la prova regina per procedere alla liquidazione del reparto Ossi, ritenuto responsabile quantomeno delle telefonate intimidatorie della misteriosa sigla, e perciò smantellato.

Fulci diede una visione precisa della Falange armata, “Faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behind” – che lui conosceva bene, glieli aveva spiegate Warner: “Facevano esercitazioni per creare panico tra la gente, per creare le condizioni di destabilizzazione del paese”. Gli analisti sono sempre stati d’accordo sul fatto che dietro la Falange ci fosse una pluralità di soggetti, una vera organizzazione: almeno dieci persone diverse avevano fatto le telefonate di minaccia e si ipotizzò che un elemento nuovo abbia aderito alla Falange armata nel mese di agosto del 1991. Non ci furono altri approfondimenti investigativi. Andò così, era la fine della prima Repubblica, gli stragisti misteriosamente si dileguarono, i fratelli Graviano bloccati e ammanettati, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri pronti a prendere il potere. Anche per Fulci era tempo di cambiare. Con la consueta maestria accettò e vinse la sfida di rilanciare la Ferrero, tirandola fuori dai guai e proiettandola nello star system delle multinazionali. Dopo una vita da servitore dello Stato, non trascurò di godersi la sua splendida villa sull’isola di Salina.