Calcio

Sebastièn Haller, da dimenticato (nel senso letterale del termine) a punta di diamante: la strana parabola del bomber dell’Ajax

L'attaccante ivoriano è andato a segno dieci volte in sei partite di Champions League. Più dell'incontenibile Håland (quando giocava nel Salisburgo). Meglio di Lewandowski e CR7, che però conserva il record assoluto di marcature in un group stage, 11, nella stagione 2015-16. E dire che nella scorsa stagione i lancieri avevano dimenticato di inserire il suo nome in lista

Lo scorso gennaio, dimenticato dall’Ajax nel momento della compilazione della lista UEFA, era diventato suo malgrado protagonista di un grottesco pasticcio burocratico denominato vinkijsegate, ovvero “lo scandalo della spunta”. Meno di un anno più tardi, dopo aver realizzato almeno un gol in ogni gara della fase a gruppi di Champions League, Sebastièn Haller si trova a condividere la gloria con un certo Cristiano Ronaldo. Strana la vita per l’implacabile centravanti ivoriano dell’Ajax, finito sulla bocca di tutti dopo un avvio di stagione semplicemente spaziale. “Sono davvero felice e orgoglioso per quello che ho fatto. Per me significa davvero molto questo record“, ha commentato ai microfoni di Ziggo TV, l’emittente sponsor ufficiale dell’Ajax, al termine dell’ultima partita con lo Sporting Lisbona vinta 4-2 dai biancorossi. All’andata, invece, Haller si era presentato al gran galà del calcio europeo con un poker, eguagliando un mito dell’Ajax e del calcio mondiale come Marco van Basten, autore di un exploit simile nel 1992. Oltre ai record, però, c’é molto di più. Tornato in Olanda (aveva giocato con l’Utrecht) dopo alcune parentesi tra Germania e Inghilterra, Haller ha avuto un impatto devastante sul pianeta Ajax e sta galleggiando su medie realizzative spaventose: è andato a segno dieci volte in sei partite di Champions League. Più dell’incontenibile Håland (quando giocava nel Salisburgo). Meglio di Lewandowski e CR7, che però conserva il record assoluto di marcature in un group stage, 11, nella stagione 2015-16.

Centravanti molto strutturato ma dall’indole associativa, molto abile nell’offrire sponde di qualità ai compagni, Haller ha cominciato ad entrare nei radar del calcio europeo ai tempi dell’Eintracht Francoforte, squadra a cui era approdato dopo gli esordi non felicissimi con Auxerre e gli anni sfavillanti con l’Utrecht. “All’Auxerre non ero molto in sintonia con l’allenatore (Jean-Luc Vannuchi ndr). Non contava molto su di me. Così ho deciso di cercare fortuna all’estero”, ha ricordato in una chiacchierata con RMC Sport, spiegando i motivi dell’addio prematuro all’Auxerre, la squadra per cui aveva sempre sognato di giocare. A Utrecht, l’attaccante di Ris-Orangis ha cominciato a fare gol e non ha più smesso: 11 nella seconda parte della stagione 2014-2015 in Eredivisie, 19 nell’annata 2015-2016 e 15 in quella successiva. Numeri che, oltre a fargli guadagnare il messianico appellativo di “Hallerlujah“, nell’estate del 2017 gli hanno aperto le porte della Bundesliga. Poi è arrivato il West Ham, che ha sborsato quarantacinque milioni di sterline sull’unghia per strapparlo alle Aquile, con cui poco prima l’ivoriano aveva conquistato il primo trofeo della sua carriera: un DFB Pokal, la coppa nazionale di Germania, battendo in finale il Bayern Monaco.

Quello di Francoforte e Londra, però, era un attaccante decisamente meno letale rispetto a quello di adesso. Niente meglio dei numero può raccontare la crescita vertiginosa vissuta nel 2021 da Haller, specie sotto il profilo della costanza in fase realizzativa: in tre stagioni e mezzo tra Germania e Inghilterra Haller ha realizzato 47 reti in 130 gare giocate tra tutte le competizioni. In meno di un anno solare con i Lancieri, invece, il goleador ivoriano ha messo a segno 32 reti in 44 partite, con un media realizzativa di 0,72 gol per match. E non è stato da meno neanche in nazionale, realizzando una doppietta al Camerun in una gara decisiva per le qualificazioni mondiali, anche se poi gli Elefanti hanno perso il treno per il Qatar all’ultima giornata: “Il commissario tecnico, Patrice Beaumelle, è venuto a trovarmi diverse volte per convincermi. Ho sempre avuto in mente la scelta della Costa d’Avorio quando ho iniziato a giocare a calcio”, ha raccontato a France Football nel novembre del 2020, rivelando anche come la mamma di origine ivoriana fosse particolarmente orgogliosa della sua scelta di giocare con gli Elefanti. “Ho anche pensato alla Francia, lo ammetto, ma maturiamo, riflettiamo, e intorno a noi succedono molte cose. Ho 26 anni – continua – e voglio essere importante per questa squadra della Costa d’Avorio e non essere solo una comparsa“, ha aggiunto. Del resto, il buongiorno si era già visto dal mattino, con il debutto bagnato da un gol al Madagascar: “Alla fine della partita avevo il cellulare tempestato di messaggi“, ha ricordato.

Legare la figura di Haller solamente al gol, però, sarebbe riduttivo. E non solo per gli assist serviti, già sei in stagione, di cui due in Champions League. L’attaccante dell’Ajax, infatti, è un nove manovriero, dai piedi educati, ideale per duettare con Tadic e Berghuis o lanciare sulla corsa due frecce come Neres e Anthony. Non a caso Niko Kovac, ai tempi dell’Eintracht, lo aveva soprannominato “the Cool Bird“. Haller, infatti, appartiene a quel fenotipo di giocatore in grado di far convivere armoniosamente movenze eleganti come quelle di un cigno ad una stazza da bulldozer. Caratteristiche di cui non poteva innamorarsi Eric ten Haag, il crujffiano allenatore dell’Ajax, che ne ha subito fatto la punta di diamante della sua creatura dirottando in fascia Tadic. “Non è solo forte fisicamente e tecnicamente, è anche molto intelligente tatticamente. Vedete la seconda rete che ha fatto (al Besiktas ndr). Lui sembrava già sapere che la palla sarebbe arrivata sul secondo palo. Vede il futuro prima che accada”, ha dichiarato il tecnico dopo la gara con i turchi all’Algemeen Dagblad, paragonando l’istinto killer di Haller a quello di Jurrie Koolhof, un suo ex compagno di squadra degli anni ’90. A ten Hag resta solo un rimpianto: “Pensate dove saremmo potuti arrivare e cosa avremmo potuto fare se l’anno scorso lo avessimo avuto a disposizione in Europa”. Già, maledetto vinkjesgate.