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Regeni, la versione della prof di Cambridge davanti alla Commissione d’inchiesta: “Non l’ho mai spinto a fare ciò che non voleva”. E respinge le accuse di scarsa collaborazione

E' quanto emerge dalle trascrizioni delle audizioni di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta sull'uccisione del ricercatore di Fiumicello che tra il 27 e il 29 settembre ha raccolto le testimonianze di chi ha accompagnato Giulio nel suo percorso accademico, compresa la professoresse Maha Abdelrahman. Ma la versione della tutor continua a non combaciare con alcuni elementi raccolti dai pm di Roma. Ecco la ricostruzione della fase di assegnazione della tesi e delle interazioni tra Regeni e la tutor

“Non è mai stata esercitata alcuna pressione su Giulio Regeni riguardo al tema della sua ricerca e non gli è mai stato imposto il nome di Rabab el-Mahdi dell’American University del Cairo come sua supervisor nel Paese”. I vertici dell’università di Cambridge e soprattutto Maha Abdelrahman, la tutor del ricercatore di Fiumicello sequestrato, torturato e ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016, hanno esposto la loro posizione di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato di LeU, Erasmo Palazzotto, che tra il 27 e il 29 settembre si è recata nella cittadina britannica. Ma se da una parte hanno offerto una ricostruzione ritenuta credibile di ciò che sono stati i mesi a cavallo della scomparsa di Giulio, dall’altra rimangono ancora alcuni aspetti che continuano a non combaciare con le testimonianze e gli elementi raccolti in quasi 6 anni dagli inquirenti. I membri dell’università hanno tutti fornito versioni simili tra loro: Giulio ha fortemente voluto occuparsi dei sindacati degli ambulanti, senza subire pressioni dai professori, e ha superato tutte le prove necessarie per l’accettazione del dottorato di ricerca su un tema tutt’altro che sensibile agli occhi del regime di Abdel Fattah al-Sisi. Anche dopo la sua scomparsa, l’università ha offerto la “massima collaborazione” per le indagini, dicono citando i pm di Roma. Gli stessi che, proprio davanti alla commissione, hanno però denunciato la reticenza della professoressa Abdelrahman nel fornire informazioni. Senza dimenticare le versioni della famiglia, i racconti degli amici, le mail e i messaggi inviati da Giulio nelle settimane che hanno preceduto il suo assassinio e che non combaciano con la versione raccontata dalla sua tutor.

È proprio questa “totale assenza di volontà di collaborare” denunciata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta che continua a rimanere senza spiegazione. Il perché di una totale chiusura nel silenzio di fronte alla scomparsa di uno studente con cui la professoressa aveva avuto uno stretto legame professionale. Di fronte alla delegazione di deputati italiani arrivati a Cambridge, la docente spiega che la morte di Giulio, gli interrogatori senza preavviso e alcune accuse nei suoi confronti circolate sulla stampa, come ad esempio quella di essere vicina alla Fratellanza Musulmana o, addirittura, di aver usato il ricercatore per svolgere attività d’intelligence per i servizi segreti britannici, senza che sia mai emersa alcuna prova a sostegno di queste tesi, l’hanno gettata in una condizione di forte depressione e sofferenza emotiva dalla quale ancora fatica a tirarsi fuori. “In quel periodo stavo davvero malissimo – ha raccontato – Stavo andando da un terapeuta. Prendevo dei farmaci, in seguito sono stata in cura per depressione e ho preso congedo per malattia. C’era già un’enorme attenzione dei media sul caso. Ricevevo molte richieste. C’erano tanti giornalisti che bussavano alla mia porta. Così mi sono trasferita nei Paesi Bassi con mio marito”.

Una fuga dalle attenzioni della stampa che però, sostiene, non ha mai compromesso la sua collaborazione con la giustizia: “Sono stata ascoltata dai magistrati per la prima volta in Italia il giorno del funerale di Giulio. È stato uno dei giorni più difficili della mia vita e quello in cui ho incontrato per la prima volta la sua famiglia e gli amici con cui ero stata in comunicazione quando lui era scomparso. Non immaginavo che sarei stata ascoltata, non c’era stato alcun preavviso. Sono stata avvicinata subito dopo la funzione, mi hanno fermata al cimitero e mi è stato detto che mi volevano per essere ascoltata dai magistrati. Non c’era un traduttore, uno dei poliziotti ha fatto la traduzione. Mi hanno fatto molte domande ed ero molto angosciata. Non ho mai visto una trascrizione di questa testimonianza, quindi non ricordo tutto. Ho dato informazioni sbagliate, ero così travolta dalle circostanze che non avevo, così su due piedi, i dati chiari e fondamentali da dare. Non riuscivo a ricordare i nomi, né le date esatte e così via. Come ho detto, non sapevo che ci fosse una trascrizione in italiano e mi è stato detto ‘C’è scritto questo e questo, per favore lo firmi’. Così ho firmato”. La prof, per provare la sua buona fede, ha poi aggiunto di essere stata convocata a sorpresa anche il giorno della commemorazione in onore di Regeni a Cambridge, quando ha fornito risposte scritte a causa delle sue condizioni psico-fisiche, e, infine, nel gennaio 2018. Ma ciò che i magistrati le contestano è soprattutto il fatto che nel corso di questi tre incontri la donna ha manifestato scarsa disponibilità nel raccontare i particolari che, invece, gli inquirenti intendevano approfondire.

Alle resistenze della docente, si aggiungono le incongruenze tra la sua versione, ribadita anche di fronte alla commissione, e le evidenze emerse nel corso delle indagini. Una di queste riguarda la scelta del tema per la ricerca di Giulio: il ruolo dei lavoratori nella rivoluzione nell’era post-Mubarak e in particolare quello dei sindacati autonomi degli ambulanti. Tutto parte da una confessione fatta dal giovane di Fiumicello alla madre nel corso di una chiamata Skype: “Me stago addentrando nel tema. E go de capir de più. Xe importante perché nesun ga fatto questo prima. Perché Maha insisteva che lo fasesi mi”. “Maha insisteva che lo facessi io”, una frase che suggerisce un ruolo decisivo della docente nella scelta del tema, ma che lei nega fermamente. “I dottorandi partono o da argomenti molto vasti o da argomenti molto ristretti – ha spiegato la docente – Quindi, la mia prima serie di commenti sulla sua prima bozza è stata che era molto ampia. Gli ho chiesto ‘qual è esattamente il tema della tua ricerca?’. Ho visto varie bozze della proposta di Giulio che non sono cambiate molto. Ha proposto un obiettivo più ristretto e un tema di ricerca più chiaro, focalizzato sui sindacati indipendenti in Egitto”. A sostegno della sua versione, Abdelrahman ricorda che Giulio aveva proposto lo stesso tema ad altri docenti di fama internazionale, come Gilbert Achcar che, anche lui sentito dalla commissione, ha spiegato di essere stato contattato da Giulio nel 2012 a proposito del suo progetto di tesi di dottorato incentrato sul nuovo movimento dei lavoratori e sui sindacati indipendenti. Inoltre, tutti i rappresentanti dell’università ascoltati a Cambridge, come il vicerettore Stephen Toope o l’allora direttore del Centre of development studies Peter Nolan, hanno spiegato che, per come avviene il processo di selezione e accettazione dei dottorati, è altamente improbabile che un tutor possa imporre uno specifico tema di ricerca a uno dei candidati: i giovani, spiegano in sostanza, devono presentarsi con un’idea chiara e già ben strutturata, sostenuta da una pregressa conoscenza del tema e del Paese che si vanno a trattare, nella speranza di trovare un docente con le dovute conoscenze e la disponibilità a guidarlo nel suo lavoro. “Penso che l’area generale su cui stava lavorando Giulio, ovvero lo sviluppo della società civile di cui i sindacati fanno parte, sia un’area di ricerca molto comune – ha affermato Nolan – Non era in alcun modo insolita, per nulla, era un argomento abbastanza normale“. E questo contribuisce a giustificare anche le valutazioni sulla sicurezza: “L’Egitto era nella lista ‘verde’ del ministero degli Esteri – ripetono tutte le persone sentite – e il tema non era considerato sensibile. Lo sapeva anche Giulio e lo aveva specificato nella documentazione necessaria per il dottorato. Inoltre, Regeni dimostrò grande conoscenza del Paese, dove aveva studiato e lavorato già in passato, e aveva già un’ottima conoscenza della lingua araba”. E anche quando in lui è iniziato a crescere il timore di essere pedinato, dopo aver visto una donna velata che lo fotografava per strada, alla sua tutor non avrebbe detto niente: “Lui non me l’ha riferito, né mi ha riferito alcuna preoccupazione su questioni di sicurezza le volte che ho parlato con lui o che gli ho scritto nei mesi in cui era in Egitto”.

Nei racconti del periodo che precede la scomparsa di Giulio c’è però un altro nome che ricorre frequentemente e che potrebbe aver attirato l’attenzione degli apparati di Sicurezza egiziani su Regeni. È quello di Rabab el-Mahdi, docente dell’American University of Cairo e supervisor di Giulio in Egitto. Una figura tutt’altro che neutra, per stessa ammissione di Giulio, un profilo da “attivista” fastidioso per il regime di Abdel Fattah al-Sisi. Anche in questo caso, parte tutto da una confidenza fatta il 15 luglio 2015 dal ragazzo di Fiumicello a un amico: “Ieri se semo trovai per decider la struttura del mio report de fine anno e anche per discuter del nome del supervisor in Egitto. Ela me ga proposto Rabab El Mahdi che xe una politologa egiziana conosuda anche perché la xe una grande attivista. Mi go fatto il codardo e ghe go ditto che ero un po’ preoccupà del fatto che la ga molta visibilità in Egitto e no volesi esser tanto in primo piano. E la xe rimasta mal. La mega ditto ‘finirà che dovremo metterte con qualchidun che fa parte del Governo’. Dopo sono tornà nel suo ufficio e ghe go ditto che me andava ben el suo nome ma no la sembrava troppo convinta”. Parole che, sostiene la prof, non tengono però conto delle settimane precedenti di confronto sulla figura più adatta ad affiancare Regeni durante il suo lavoro al Cairo: “Ho lavorato all’università americana, ho suggerito un paio di accademici del Dipartimento di sociologia dove lavoravo e ho sentito la preside di Antropologia Sociale. Discutendo fra noi sono venuti fuori altri nomi di studiosi, tra cui la professoressa Rabab Al-Mahdi, che alla fine è diventata il suo supervisore locale. Giulio ammirava il lavoro di Rabab Al-Mahdi da molto tempo. L’ha citata e ha usato il suo lavoro nella sua tesi di master nel 2011 e nel 2012 e ha detto che sarebbe stato interessato ad averla come supervisore sul campo. Ho detto che era un’ottima scelta“. Poi, però, contraddice la versione del ragazzo: “Se Giulio ha mai espresso preoccupazioni circa il fatto che la professoressa Rabab Al-Mahdi fosse politicamente esposta in Egitto? Mai. Lei non era stata scelta per lui. In realtà era lui che ci teneva a che il supervisore fosse lei. Ricordo molto chiaramente che diceva ‘è una delle migliori nel suo campo, quando più tardi farò domanda di lavoro la sua lettera di raccomandazione farà la differenza’”.

Fonti vicine al dossier che hanno potuto ricostruire le dinamiche che hanno portato alla scelta di al-Mahdi come supervisor di Regeni in Egitto raccontano a Ilfattoquotidiano.it che le parole contenute nel messaggio di Giulio all’amico sono la conseguenza di un più lungo processo avvenuto attraverso un confronto costante e quasi paritario tra docente e dottorando e che, dai materiali in possesso di chi indaga, non emerge alcuna forzatura da parte della professoressa.

Chissà se a far scattare l’allerta sulla figura di Giulio nei Palazzi della National Security sia stato proprio il nome di al-Mahdi, oppure quello della Antipode Foundation che la professoressa di Cambridge aveva suggerito a Giulio di contattare per chiedere un finanziamento di 10mila sterline per la sua ricerca. Soldi oggetto della conversazione registrata di nascosto dal capo del sindacato autonomo degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che si scoprirà poi essere un collaboratore dei servizi egiziani. Oltre al rifiuto del giovane di girare una parte del denaro ad Abdallah per scopi personali, si scoprirà che la Antipode contribuirà a far scattare l’allarme della Sicurezza sulla figura del ricercatore. Lo disse anche il maggiore della National Security, Magdi Ibrahim Sharif, uno dei quattro imputati nel processo, parlando a un collega kenyota dell’arresto di Regeni: “Era appartenente alla Fondazione Antipode che spingeva per l’avvio di una rivoluzione in Egitto“. Quel finanziamento, in realtà, non c’è mai stato, ma si sta parlando di una fondazione che promuove ricerche “partecipate”, dall’interno dei movimenti di lotta nel mondo. Questo almeno è quello che sostenevano gli agenti della Nsa egiziana. E a proporre a Giulio di rivolgersi alla Antipode, secondo quanto raccolto, era stata proprio la professoressa: “È un bando che Maha mi ha inviato un po’ di tempo fa”, scrisse a sua madre. Ma Abdelrahman dichiara: “Antipode è una nota rivista accademica di geografia che tratta questioni di lavoro e così via. È così che l’ho conosciuta. Non avevo capito che c’era una fondazione vera e propria, ma sono andata a cercare. È una fondazione pubblica che finanzia ricercatori e istituzioni. Non ricordo di averne parlato con Giulio“.

Ci sono infine le accuse scarsa collaborazione mosse nei confronti dell’università, secondo le quali anche i vertici di Cambridge avrebbero deciso di chiudersi dietro a un silenzio sospetto. Tanto che fu l’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a “chiedere a Theresa May (allora premier britannica, ndr) di intervenire”. Su questo, i vertici dell’università sentiti dalla commissione hanno presentato una secca smentita, spiegando che al tempo Cambridge stava già ampiamente collaborando sia con le autorità britanniche che con la Procura di Roma, come testimoniato dallo stesso pm Colaiocco nella sua audizione di fronte alla commissione. “Sin dai primissimi giorni dopo la morte di Giulio, l’università si è adoperata attivamente per mettersi in contatto con il pubblico ministero italiano e offrire la propria completa cooperazione – ha affermato Toope – Così, a giugno 2016, al nostro legale italiano è stato chiesto di parlare con il pubblico ministero italiano e di offrire una cooperazione esaustiva e un accesso completo a qualunque prova occorresse fornire. Contemporaneamente, abbiamo incaricato il nostro legale britannico di parlare con la polizia locale di Cambridge, la polizia del Cambridgeshire, ancora una volta per offrire la piena collaborazione dell’università nell’accesso ai materiali disponibili. Lo dico perché è importante ricordare che questo avveniva prima di qualunque incontro tra il primo ministro Renzi e il primo ministro May. Nel giugno 2017, poi, il legale italiano dell’università ha parlato nuovamente con il pubblico ministero – dico nuovamente perché vi erano già stati numerosi contatti – e in quell’occasione il pm gli ha espressamente riferito che tutti i materiali richiesti erano già stati consegnati e che vi era stata piena cooperazione“.

Twitter: @GianniRosini