Calcio

Da Papin a Stoichkov, da Owen a Cannavaro: quelli che il “Pallone d’oro” poi porta sfiga. Con un’eccezione che ha fatto storia

Forti, fortissimi, praticamente dei brocchi (o giù di lì): nella storia del riconoscimento di France Football ci sono alcuni protagonisti che vanno in totale controtendenza, fenomeni in grado di vincere tutto ma che dopo aver ricevuto il premio diventano Re Mida al contrario. E c'è anche chi diventa un campionissimo solo post-lustrini

Il limite dei premi è che guardano sempre indietro. Scattano una foto di quello che è stato. Ma non possono tenere in considerazione quello che sarà. Il problema è che il futuro non sempre è coerente con il passato. Ci sono fratture che rendono i due piani impossibili da sovrapporre, capitoli antitetici di uno stesso racconto. Non c’è riconoscimento che non si porti dietro polemiche. Perché è un tentativo disperato di razionalizzare l’unica cosa che non può essere spiegata a parole: il talento. Il Pallone d’Oro è la massima espressione di questa tendenza. Perché eleva a sistema la sua inutilità di fondo. Racconta una verità parziale. Premia l’uomo più influente in uno sport di squadra. E lo fa con criteri più soggettivi che scientifici. Così si è arrivati al paradosso. Gli esclusi fanno più notizia dei premiati. Il nome di chi perde viene brandito dal risentimento popolare. E chi vince viene assediato dal disagio. A qualcuno è andata ancora peggio. Perché quel premio si è trasformato in sortilegio nero. Dopo aver baciato quell’oro la loro carriera è diventata bigiotteria, una continua rincorsa a una grandeur svanita improvvisamente. Un concetto che negli ultimi trent’anni ha avuto applicazione concreta almeno cinque volte. Trasformando i lampi di luce in buio permanente.

Jean-Pierre Papin, Pallone d’Oro 1991 – C’è stato un periodo in cui il suo nome era diventato sinonimo di gol. Papin ne infilava uno dietro l’altro. Con la maglia bianca dell’Olympique Marsiglia. Con la maglia blu della Francia. “Forse è attualmente il miglior attaccante del mondo”, scrive Mario Sconcerti nel dicembre del 1991. Ed è vero. Perché pochi giorni dopo la punta di Boulogne-sur-Mer vince il Pallone d’Oro. La votazione ha assunto quasi subito le sembianze del plebiscito. Papin ottiene 141 voti. Su 145. Una maggioranza bulgara. Anche perché la punta ha vinto la classifica dei marcatori del campionato francese. Per cinque anni consecutivi. In Coppa Campioni si è fermato a tre titoli di capocannoniere uno insieme all’altro. Più che un attaccante sembra un alieno. “Sembra immortale ma è come noi”, direbbe Rino Gaetano. Il Milan di Berlusconi lo acquista per 14 miliardi di lire. Un mucchio di quattrini. Anche perché quella campagna acquisti assomiglia a una depredazione continua. A Milano arrivano anche Savicevic, De Napoli, Eranio e Lentini. Oltre a Boban, che rientra dal prestito al Bari. Il problema è che il regolamento prevede un massimo di tre stranieri in campo contemporaneamente. Il Milan ne ha sei. Gullit, Van Basten, Papin, Rijkaard, Savicevic e Boban. Scegliere diventa impossibile. O quasi. Quando il francese sbarca in rossonero il Guerin Sportivo gli dedica la copertina. Si vede il suo faccione girato a trequarti come a scrutare l’infinito. I capelli increspati, gli occhi chiari, il sorriso appena accennato. Sotto c’è un titolo giallo. Con scritto Monsieur gol. Un vaticinio che viene declassato a semplice auspicio. Perché i problemi iniziano quasi subito. Il Milan vince la Supercoppa. Contro il Parma finisce 2-1. Papin gioca in coppia con Van Basten. E sembra subito un corpo estraneo alla squadra. Dopo 65’ viene sostituito. Così come era successo spesso nel precampionato. L’8 settembre il suo acquisto è già un caso. L’attaccante si aggrega alla Nazionale. E racconta che dopo aver guardato in faccia il Diavolo è iniziato il suo inferno. “Non sono certo andato al Milan per essere continuamente sostituito. Non valeva la pena acquistarmi per questo. Troppo facile giocare solo metà partita, per poi lasciare a un altro i frutti del mio lavoro, con l’avversario diretto affaticato”, dice.

E ancora: “Io devo avere il diritto di giocare di più. Al mio ritorno a Milano, voglio avere un colloquio con Capello, gli voglio esporre le mie ragioni. Intanto stasera, con la mia nazionale, sarò almeno sicuro di giocare novanta minuti”. Qualche giorno dopo Berlusconi arriva al centro di allenamento del Milan. In elicottero. Il Cavaliere ascolta, rassicura, garantisce. Si dice addirittura che abbia fatto una scommessa con Papin. Se il francese dovesse segnare più di 20 gol in stagione avrà un regalo speciale. Qualcuno ipotizza che si tratti addirittura di una Ferrari. Ma è difficile. Perché Jean-Pierre non ama le auto veloci, anzi. “Papin deve ancora adattarsi ai nuovi meccanismi – dice Massaro – entrare nel gioco del Milan non è facile, ma è solo questione di tempo, lui è un grande giocatore, non si deve demoralizzare”. Il problema è proprio quello. Il francese inizia a ballare con i suoi demoni. A ottobre segna una doppietta al Cagliari. Ma si dice che Tapie lo abbia ricontattato per riportarlo a Marsiglia. Subito. L’operazione sfuma. Papin inizia a sfruttare le poche chance che gli vengono concesse. A novembre il Milan gioca contro il Napoli. I rossoneri sono funestati dagli infortuni. E Capello si lascia andare a una dichiarazione buffa: “Papin non l’avrei fatto giocare comunque, ma non posso mandarlo in panchina perché ha sentito dolore al ginocchio sinistro”. Qualche tempo dopo si ferma anche Van Basten. E Gianni Brera scrive una frase particolare: “L’olandese è oggi il centravanti migliore del mondo: non poterne disporre sarebbe grave handicap per il Milan, costretto a impiegare Papin”. A inizio dicembre la punta viene sostituita dopo un’ora. E di dice “molto delusa”. Andrà peggio prima di Natale, quando dichiarerà di essere “furibondo”. Il suo primo anno al Milan si chiude con 13 gol in 22 spezzoni di partita. La Ferrari non arriverà mai. Nella seconda stagione ne segna 5 in 18 spezzoni. Bayern Monaco, Bordeaux, Guingamp, e Saint-Perroise sono tappe di un lungo viaggio alla ricerca di se stesso, un inseguimento a quello che era stato.

Hristo Stoichkov, Pallone d’Oro 1994 – Nel nome di Dio. Nel vero senso della parola. Nel 1994 Hristo sembra trascendere la dimensione umana. È tutto e il suo contrario. Contemporaneamente. Tecnica delicata e istinto brutale. Orpello che si fa sostanza. Altruismo ed egoismo in parti non sempre uguali. Usa 1994 diventa il suo giardino di casa. Segna 6 gol, tanti quanti Salenko, trascina la Bulgaria ai quarti. La sua corsa finisce lì, contro un’altra divinità. Ha un codino che si agita dietro alla nuca. E un numero 10 bianco stampato sul retro di una maglia azzurra. Hristo ha vinto la Liga con la maglia del Barcellona. E si aggiudica anche il Pallone d’Oro. Una volta raggiunto l’apice qualcosa si rompe. Il rapporto con Johann Cruyff va in pezzi un anno dopo. “Stoichkov si trascina di festa in festa fino alla domenica”, dice l’olandese. E ancora: “Non ha il minimo rispetto dei compagni, è stato formato in un regime dittatoriale, dove al migliore è concesso di tutto e gli altri, i meno dotati, non fanno che adularlo, se se ne va è meglio per tutti, non voglio bombe nello spogliatoio“. Il Parma affonda il colpo. Tanzi stacca un assegno da 15 milioni. E il bulgaro arriva in gialloblù. “Il mio compito sarà quello di fare gol e penso di farne tanti”, dice Stoichkov. La realtà racconta una storia molto diversa. L’attaccante con l’8 sulle spalle segna appena cinque reti in campionato. In primavera diventa praticamente impalpabile. A fine stagione raggiunge la Nazionale impegnata agli Europei e dice: “In Italia mi sono annoiato da morire, sono stati mesi orribili, non ci voglio mettere più piede”. E verrà accontentato. Il Barcellona lo riprende dopo appena un anno. Ma ora Hristo non è più titolare. Robson lo manda in campo come prima alternativa al trio d’attacco. Poi Van Gaal lo spinge ai margini del progetto. Nel 1997/1998 mette insieme 2 presenze. È lì che inizia il suo giro del Mondo: CSKA Sofia, Al-Nassr, Kashiwa Reysol, Chicago Fire, DC United. Il meglio, però, è alle spalle.

Matthias Sammer, Pallone d’Oro 1996 – Quel premio è diventato un simbolo. Qualcuno lo considera un furto con destrezza. Per altri è la testimonianza che per una volta il presente è riuscito ad anticipare il futuro. Per tutti, però, Matthias Sammer è diventato un simbolo, il Gran Visir delle polemiche sul Pallone d’Oro. Dopo un ectoplasmico passaggio all’Inter, nel gennaio del 1993 il tedesco chiede a Pellegrini di essere ceduto. Il Borussia Dortmund si era presentato con un’offerta di quasi 10 miliardi di lire. E il presidente nerazzurro è ben lieto di rispedire in patria il calciatore. Il problema è che appena indossa la maglia giallonera Sammer inizia a vincere. Tutto. Alza al cielo il Meisterschale nel 1994/1995 e nel 1995/1996. E in entrambe le annate viene votato come miglior giocatore tedesco. Poi nell’estate del 1996 l’Inghilterra inizia a cantare It’s coming home. È l’inizio di un sortilegio che durerà per un quarto di secolo. La Germania vince l’Europeo inglese. Sammer ha un gioco abbacinante. Difende, imposta, segna. Due reti. Una decisiva nei quarti di finale contro la Croazia. L’associazione è facile. Il centrale è il nuovo Pallone d’Oro. Vince con 144 voti. Uno in più di Ronaldo il Fenomeno. Più del doppio di quelli messi insieme da Alex Del Piero. L’Europa si guarda in faccia e grida allo scandalo. “La fantasia non paga”, scrive Repubblica. “Se è giusto che lo prenda Sammer, Baresi ne doveva ricevere almeno dieci”, dice Capello. Eppure in molti la pensano diversamente. “Non è la dimostrazione che il calcio è rimasto senza stelle – dice Marcello Lippi – Sammer ha ottenuto molti successi, compreso l’Europeo. È un libero completo, un giocatore totale, non mi pare un premio in tono minore”. Baresi si prende addirittura il lusso di smentire Capello: “È più di un libero. Gioca in difesa e in attacco, viene dal centrocampo. Meritava di vincere: è stato giudicato il miglior giocatore dell’Europeo e per la sua nazionale è stato determinante”. Sei mesi più tardi Sammer vincerà anche la Coppa dei Campioni. Il voto sembra chiaroveggenza. Ma il finale non è lieto. Il ginocchio del tedesco è un generatore di problemi. Il difensore viene operato cinque volte. E qualcosa va storto. Un batterio genera un’infezione che invece di guarire peggiora. Giorno dopo giorno. “I medici parlarono con mia moglie – ha raccontato a Die Zeit – e le diedero poche speranze preparandola al peggio. Solo molto più tardi lei me lo ha rivelato. Tutte le alternative erano grigie: che tutto tornasse come prima era la possibilità più piccola. Tutti gli antibiotici non ebbero effetto, ma l’ultima medicina mi salvò la vita”. La carriera di Sammer di chiude nel 1998. Il dolore è troppo grande per continuare a giocare. E quel Pallone d’Oro resta un totem alla memoria.

Michael Owen, Pallone d’Oro 2001 – Il ragazzino con il 20 sulle spalle scatta in profondità quando è ancora all’interno del cerchio di centrocampo. La palla che gli ha dato Beckham è perfetta. Se la porta avanti con il tacco destro. Quello che succede dopo ha a che fare più col miracolo che con il gioco di prestigio. Il ragazzino con il 20 inizia a correre in avanti. È così veloce che nessuno riesce a stargli dietro. Tocca la palla con il destro. Una volta. Due volte. Tre volte. Poi entra in area, si allarga verso destro, incrocia sul palo lontano. È un gol senza logica. Qualcosa che non può essere vero. Anche perché ha regalato all’Inghilterra il momentaneo vantaggio sull’Argentina agli ottavi di finale di Francia 1998. In quella rete c’è tutto Michael Owen. Etereo ma duro come il cemento. Così veloce che sembra il figlio del vento. Così spietato da diventare icona di una tifoseria intera. Con la maglia del Liverpool Michael segna un gol dietro l’altro. Fa saltare di gioia la Kop, fa impazzire gli avversari. Fino a quando non compie 21 anni. Nel 2001 Owen vince il Pallone d’Oro. Golden Boy è diventato qualcosa in più di un semplice soprannome. Ora è constatazione, dato di fatto. Solo che nel punto più alto della sua carriera qualcosa va in pezzi. “Fino a quando avevo 20 anni ero uno dei migliori calciatori della mia generazione – ha raccontato in un’intervista – Gli infortuni mi hanno rovinato. A 23 anni ero già in declino. Quando uno dei tendini si è rotto, niente è stato più come prima. Mi è successo a 19 anni, due anni prima che vincessi il Pallone d’Oro”. Nel 2004 passa al Real Madrid. È l’apice che diventa sprofondo. “Quando mi sono fatto male per la prima volta gli adduttori, sono finito – ha detto a Bt Sport – Ero terrorizzato dalla possibilità di scattare quando avevo spazio. Sapevo che mi sarei strappato l’adduttore. Sono nato per essere un calciatore. E invece mi ricordo che quando qualcuno prendeva il pallone e poteva lanciarmi in profondità pensavo ‘no, ti prego, passala corta’”. La patina d’oro viene sostituta da uno strato di ruggine. “Ho perso tutto, per 6-7 anni ho odiato il calcio. Non vedevo l’ora di ritirarmi, perché non ero io quello che scendeva in campo: la cosa peggiore è che sono entrato in depressione, non mi mettevo neanche nella condizione di scattare. E quindi mi nascondevo”. Dopo un anno lascia il Real. Newcastle, Manchester United e Stoke sono le sue nuove fermate. Ma il Golden Boy ormai è evaporato.

Fabio Cannavaro, Pallone d’Oro 2006 – Due labbra si appiccicano alla Coppa del Mondo. Poi le mani la alzano verso il cielo. Per un tempo indefinibile. In quella sera del 9 luglio 2006 Fabio Cannavaro non è più un calciatore. È un simbolo. Di un Paese intero. E di una squadra a strisce bianconere. Il problema è proprio questo. Perché il calcio tricolore è caduto nella polvere. Ma è anche salito sul tetto del Mondo. Tutto in poche settimane. Calciopoli è una macchia che grattugia i nervi dei vertici della Fifa. Che poi sono tutt’altro che cristallini. Blatter si rifiuta di consegnare a Cannavaro la Coppa del Mondo. E qualche tempo dopo bacchetta l’Italia. “Il calcio – dice – corre un grosso rischio quando, come succede in Italia, gli imprenditori fanno il loro ingresso nelle società solamente a fini politici. Dobbiamo stare attenti a chi vuole servirsi del calcio”. Parole sante. Se non fosse che qualche anno più tardi Blatter verrà condannato dal Comitato Etico della Fifa a 8 anni di inibizione per “corruzione e abuso”. A novembre viene assegnato il Pallone d’Oro. L’Italia che ha vinto il Mondiale non è stata trascinata dai suoi attaccanti, ma dai difensori. Cannavaro ha aggiornato il significato della parola “invalicabile”. E diviene il favorito alla corsa al trofeo francese. I francesi si incazzano come nella canzone di Paolo Conte. “I giocatori che meritano di più quel premio per me sono Henry o Ronaldinho. Siccome il premio va anche a chi vince il Mondiale, ho pensato che lo meritasse di più Buffon“, dice Platini. “Un Pallone d’oro contro Zidane?”, titola Le Figaro. “Non merita questo Pallone d’oro, perché ha fatto un grande Mondiale ma non una grande stagione. Quando vedo che dei difensori come Franco Baresi o Paolo Maldini non l’hanno mai avuto, non trovo che sia una scelta giusta darlo a Cannavaro”, sagitta Papin. “È lo scandalo più grande”, assicura Gerard Houllier. Fatto sta che Cannavaro riceve il Pallone d’Oro dalle mani di Monica Bellucci. Durante la premiazione gli chiedono se ha sentito della polemiche che hanno fatto seguito alla sua vittoria. “La fortuna è che leggo poco”, risponde Fabio. E aggiunge: “Voglio dire ai bambini di Napoli di credere nei sogni, perché i sogni come è successo a me possono avverarsi”. Nel frattempo Cannavaro si è trasferito al Real Madrid. Lo ha chiamato direttamente Fabio Capello. Con le merengues gioca tre stagioni e vince due scudetti. Ma il giudizio è unanime: non ha più toccato i livelli del Mondiale. Il suo addio al Real si consuma fra applausi e cori in italiano. “Un capitano”, urlano dalle tribune del Bernabeu. Poi Fabio sale su un aereo e torna alla Juventus, la squadra che aveva lasciato subito dopo lo scandalo. Una stagione sola prima di chiudere con la maglia dell’Al-Ahli, ponte per una nuova vita trascorsa lontano dall’Italia.