Diritti

Rodotà era per l’acqua pubblica: ora serve un presidente della Repubblica per i beni comuni

Nel 2013, per la prima volta in Italia, si presentò alle elezioni politiche nazionali un movimento di cittadini che si aggregò e concretizzò grazie alla forza istrionica di Beppe Grillo, megafono di rottura nella politica italiana e all’utilizzo massivo di alcuni nuovi strumenti digitali di e-democracy, sviluppati e organizzati da Gianroberto Casaleggio.

Programma e candidature in Parlamento si formarono attraverso l’utilizzo di una piattaforma di voto online e con lo stesso meccanismo si decise di individuare il nome del futuro Presidente della Repubblica. Il voto online dei cittadini scelse il costituzionalista Stefano Rodotà e ciò scatenò una mobilitazione di piazza molto intensa a sostegno del grande professore e giurista che aveva presieduto la famosa “Commissione Rodotà”. Era il 2007 quando il Ministero della Giustizia decise di istituire la Commissione sui Beni Pubblici, presieduta da Rodotà, per elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici.

Il tema della commissione era scivoloso perché bisognava realizzare un lavoro propedeutico alla privatizzazione di alcuni gruppi di cespiti pubblici (immobili e crediti) ma anche valutare che le dismissioni, con eventuale vendita e riaffitto dei beni, fossero fatte nell’interesse della collettività con uno sguardo a medio e a lungo termine – dopo un’epoca in cui in tutto il mondo si erano svenduti i beni di famiglia del Paese, con rari vantaggi della collettività e una clamorosa perdita di competenze, spesso per finanziare spesa corrente, spesso per regalarli a imprenditori amici, piuttosto che per vera visione strategica.

Un momento storico che ha fatto la ricchezza della classe dirigente imprenditoriale apicale, non sempre meritevole di capacità, del nostro Paese. I nostri padri hanno costruito l’Italia con le loro tasse, i loro soldi, lavorando duramente con un solo stipendio a famiglia e permettendo ai figli di diplomarsi o laurearsi. Quelle tasse hanno costruito autostrade, telefonia fissa, la rete di rame, acquedotti e oggi tutto questo è stato sottratto alla collettività per finire nelle mani di poche persone che ne raccolgono i benefici.

La crescita continua della ricchezza degli uomini e delle società più ricche del pianeta dimostra che colossi e multinazionali hanno tutta la forza e l’intenzione di chiedere e conquistare sempre più ricchezza e influenza. I deboli, figli o nipoti di quei padri che pagavano le tasse per ricostruire l’Italia, sono in stato di povertà, senza un lavoro, sottopagati anche per le condizioni dell’ecosistema in cui sono vissuti, e tutti noi, con l’impegno civile e la politica, dovremmo fare di tutto per cambiare le condizioni distruttive di questi ecosistemi che li schiacciano nella povertà.

Quando parliamo di beni comuni non stiamo parlando solo di immobili ma anche di frequenze, beni finanziari e immateriali (marchi, brevetti, opere dell’ingegno, informazioni pubbliche). È evidente che in una società così concepita, che ha condotto fino a oggi un modello di sfruttamento orientato al profitto, si stanno esaurendo o compromettendo beni vitali come l’acqua, che pur non potendo seguire la logica del prodotto da vendere sul mercato continua purtroppo a rispondere a quelle logiche.

La soluzione non sarà l’efficientamento (che pure è urgente) o la tecnologia (che può essere utile), ma finché chiunque consumerà l’acqua che vuole, purché paghi, e finché le aziende guadagneranno in funzione dei litri d’acqua venduti, siamo in un circolo vizioso mortale.

Il costituzionalista Stefano Rodotà fu promotore ed estensore dei quesiti referendari per l’acqua pubblica che ebbero nel 2011 uno straordinario successo di popolo, di democrazia e partecipazione, ma l’opposizione del Partito Democratico e del centrosinistra ad eleggerlo Presidente della Repubblica ha sicuramente tarpato un percorso di rinnovamento della politica di cui il M5S si era fatto portavoce. La storia tuttavia ci obbliga a tornare su quello stesso percorso interrotto e l’occasione potrebbe essere ancora una volta l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.