Lavoro & Precari

Green pass, i nodi irrisolti dal governo su logistica e trasporti: “Zero controlli al Brennero, rischio concorrenza dall’est”. E nei magazzini l’incognita sul numero di no vax: “Su come sostituirli norma lacunosa”

Il primo problema riguarda i controlli sui camionisti. Conftrasporto: "Mentre proviamo a fatica a rispettare le regole in Italia, arriva concorrenza dall'estero a sbaragliare le nostre aziende, in più con personale non sicuro". Poi c'è la situazione negli hub, dove ci sono molti lavoratori stranieri e sulla scelta di vaccinarsi influiscono anche i fattori culturali e religiosi. Il giuslavorista Venini: "Nel settore privato navighiamo a vista. Un magazzino con 100 facchini senza green pass cosa fa? Le aziende hanno solo lo stretto indispensabile del personale per mantenere ritmi e produttività”

Per Conftrasporto “il 30% degli operatori non è vaccinato”. Secondo Pierluigi Petrone, presidente di Assoram, siamo davanti a una “possibile tempesta perfetta: costi dell’energia che esplodono, mancanza di materie prime e di personale non sostituibile”. Fonti sindacali parlano di magazzini dove “almeno il 20% dei facchini non è vaccinato”. L’introduzione dell’obbligo di green pass per i lavoratori si abbatte su logistica e trasporti, la cinghia di trasmissione dell’economia globale. Sono infatti molto le variabili di cui il governo Draghi non ha tenuto conto.

La prima, chi controlla i camionisti al Brennero? “Nessuno”, dice a ilfattoquotidiano.it Doriano Bendotti, numero uno a Bergamo della Federazione Autotrasportatori Italiani (Fai-Conftrasporto) che a livello nazionale conta 20mila imprese e quasi 100mila tir. I problemi? “Gli autisti italiani no vax per convinzione, quelli dell’est Europa che per ragioni legate alla religione ortodossa non si vaccinano e il personale straniero vaccinato con Sputnik o prodotti non approvati dall’Ema”. Per esempio, a fine settembre Bulgaria e Romania fotografavano rispettivamente il 22% e il 33% della popolazione adulta completamente immunizzata. Soluzioni? Forse i tamponi alla frontiera, che però significherebbe anche creare code di ore. Allora i tamponi in farmacia in Austria per entrare. Perché “l’alternativa – dice Bendotti – è che mentre proviamo a fatica a rispettare le regole in Italia arriva concorrenza dall’estero a sbaragliare le nostre aziende, in più con personale non sicuro dal punto di vista epidemiologico: la Ue esiste o meno?”.

L’ultima circolare del ministero dei Trasporti chiarisce infatti che nel caso di autisti “provenienti dall’estero che non siano in possesso di una delle certificazioni verdi”, per loro “è consentito esclusivamente l’accesso ai luoghi deputati alle operazioni di carico/scarico delle merci, a condizione che dette operazioni vengano effettuate da altro personale“. Fin qui solo trasportatori e camion, “dove comunque i contatti sono limitati”, spiega Petrone. Il presidente di Assoram rappresenta la filiera che porta i prodotti a ospedali, farmacie e distribuzione intermedia, ovvero quella con meno problemi sotto questo profilo: i tassi di vaccinazione sono alti. Anzi, si è dovuta combattere una battaglia a inizio campagna vaccinale per equiparare il personale addetto alla movimentazione-trasporto con quello sanitario e avere priorità nella inoculazione delle dosi al pari degli infermieri.

Altro capitolo: green pass nei magazzini o negli hub. Situazione a macchia di leopardo. Nell’ultimo anello delle supply chain globali “c’è paradossalmente meno preoccupazione nonostante i contatti superiori e più frequenti fra gli addetti”, dice Bendotti. Perché? “La forte presenza dello strumento cooperativo negli appalti di lavoro ha permesso una sorta di moral suasion sui facchini rispetto alla vaccinazione”. Anche Pierluigi Petrone suggerisce di distinguere “fra il picking interno e la movimentazione internazionale”.

Poi ci sono altre voci e altre impressioni, visto che di numeri ufficiali non ne esistono. “Ne conosco diversi di magazzini in Pianura Padana che hanno 500-600 dipendenti e 100 di loro non hanno il green pass”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Lorenzo Venini, giuslavorista di Milano che segue Cgil e Cobas in cause e vertenze. La manodopera fra i facchini è all’80-90% straniera. O proveniente da America Latina oppure, spesso, da nord Africa e Maghreb. E sulla scelta di assumere Pfizer e Moderna influiscono anche i fattori culturali e religiosi. Attecchisce fra i cristiani e cattolici del Sud America. Non fra i musulmani. I sindacati sono costretti a spaccarsi al loro interno. La contraddizione? L’essere sostanzialmente tutti favorevoli al vaccino, ma anche tenuti a difendere i propri tesserati e in alcuni casi anche i non iscritti. Dalla Cgil fino all’Usb, spesso la posizione cambia in funzione di quale “anima” controlla la sezione territoriale: da Padova a Napoli, da Milano alla Toscana, non c’è un unico fronte dei rappresentanti dei lavoratori sul green pass.

L’approccio di Maurizio Landini al tema è noto da settimane e giovedì mattina al governo ha chiesto di tagliare il costo dei tamponi. Cosa dicono invece i SI Cobas che a Piacenza hanno 4mila iscritti nel “magazzino d’Italia”? Par Carlo Pallavicini, uno dei leader del SI Cobas in Emilia, “il green pass è una misura ipocrita – dice precisando di parlare da “favorevole al vaccino e a titolo personale” – ha il beneficio di spingere la vaccinazione ma anche l’enorme difetto di delegare ai datori di lavoro il controllo e scaricare sui lavoratori legittimamente spaventati i costi dei dispositivi di protezione individuale”. “La legge 81/2008 è chiara: i costi per i dpi sono a carico dell’azienda e scaricarli sui lavoratori è l’ennesimo regalo a Confindustria del governo Draghi”. “Per questo come SI Cobas – chiude – ci siamo mossi imponendo a tanti grandi marchi della logistica di farsi carico dei costi dei tamponi. A Piacenza ciò si è concretizzato a livello di massa, prevenendo un pericoloso conflitto orizzontale fra lavoratori vaccinati e non vaccinati, conflitto nel quale sguazzano le destre più impresentabili strumentalizzando le legittime paure dei lavoratori”.

L’industria teme il 15 ottobre e uno scenario britannico con scaffali vuoti e camion spariti dalle strade, in quel caso a causa delle pompe di benzina deserte. Fra gli imprenditori c’è chi suggerisce che, alla fine, in Italia si risolverà tutto alla solita maniera: aggirando la norma. Altri parlano di problemi concreti: “Noi facciamo farmaceutica con magazzini a temperatura controllata dove serve tanta energia”, dice Petrone. “Immaginate cosa potrebbe succedere con gli attuali costi delle materie prime se perdessimo anche i lavoratori”.

Cosa può accadere adesso? “Nel settore privato navighiamo a vista – dice l’avvocato Venini – Sta per entrare in vigore una cosa enorme che non è stata spiegata come dovrebbe e anche il decreto legge è lacunoso, al contrario di quanto avvenuto nel pubblico impiego con le circolari ministeriali esplicative”. Sulla possibilità di sostituire i lavoratori, la legge prevede che per le aziende con più di 15 dipendenti l’assenza ingiustificata dia comunque diritto alla conservazione del rapporto, senza retribuzione, e senza conseguenze disciplinari. Per quelle con meno di 15 dipendenti idem fino al quinto giorno di assenza ingiustificata; dopo il quinto giorno il datore può sospendere e sostituire con tempo determinato per 10 giorni, rinnovabili di altri 10. “E dopo 20 giorni?” si domanda il giuslavorista. “Un magazzino con 600 facchini e 100 senza green pass cosa fa? Lo dico considerando che le aziende in Italia nella logistica non sono affatto sovradimensionate, ma hanno solo lo stretto indispensabile del personale per mantenere quei ritmi e quella produttività”.

“Il problema che la politica sta sottovalutando – spiega Venini – è che il 15 ottobre sarà il caos soprattutto per le aziende: c’è una difficoltà materiale a sostituire lavoratori. Chi movimenta le gru in porto non si trova per strada”. “In assoluto – chiude l’avvocato – sulla possibilità di sostituire gli assenti ingiustificati la norma non è precisa”. E per i lavoratori no green pass anche due spettri, seppur non immediati. Il primo? Che gli assenti siano non sostituiti ma surrogati, da maggiori carichi di lavoro, turni e straordinari. È già successo con i “furbetti della cassa integrazione” (richiesta e pagata dall’Inps ma senza diminuire l’attività). Da ultimo la possibilità che per ora le aziende si assumano maggiori oneri con lavoratori a termine o interinali di supporto. Ma poi, nel 2022, a stato emergenziale concluso, che vengano aperte procedure di licenziamento individuale o collettivo per giusta causa e motivi economici avendo recato un danno materiale, peraltro in maniera consapevole e con una libera scelta arbitraria. Così un no green pass a tempo indeterminato verrebbe sostituito da un lavoratore con green pass in somministrazione. È il trend che già indicano oggi le trimestrali Istat sul mercato del lavoro nella ripresa dell’occupazione post pandemica (+38% di contratti in somministrazione anno su anno a settembre 2021).