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Elezioni amministrative, a Gragnano il Pd si mette di traverso: salta la maxi alleanza con M5s e Forza Italia sul candidato sindaco

Non ci sarà la presenza sulla scheda dei tre simboli che avrebbero dovuto accompagnare la ricandidatura di Paolo Cimmino, primo cittadino uscente di area dem, sponsorizzato dal capogruppo regionale Pd Mario Casillo, 42mila preferenze all’ultimo giro, gran tessitore di trame elettorali sul territorio napoletano. Tra cui quella cucita per le amministrative di Gragnano con Annarita Patriarca, capogruppo regionale di Forza Italia, ex sindaco di un’amministrazione comunale poi sciolta per camorra, e figlia del senatore gavianeo Dc Francesco Patriarca

Paolo Cimmino non è Mario Draghi, il Pd di Napoli pone un veto su alleanze con quella parte di Forza Italia erede di una stagione oscura, e alla fine l’inciucione di Gragnano non ci sarà. “Salta” la maxi alleanza Pd-M5s-Forza Italia, o meglio, non ci dovrebbe essere la presenza sulla scheda dei tre simboli che avrebbero dovuto accompagnare a braccetto la ricandidatura di Paolo Cimmino, sindaco uscente di area dem, sponsorizzato dal capogruppo regionale Pd Mario Casillo, 42mila preferenze all’ultimo giro, gran tessitore di trame elettorali sul territorio napoletano. Tra cui quella cucita per le amministrative di Gragnano con Annarita Patriarca, capogruppo regionale di Forza Italia, ex sindaco di un’amministrazione comunale poi sciolta per camorra, e figlia del senatore gavianeo Dc Francesco Patriarca, scomparso nel 2007, pochi mesi dopo che la Cassazione rese definitiva una condanna a nove anni per collusioni con il clan Alfieri, con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica.

A chiederne e ottenerne l’arresto nel 1998 fu un pool di pm della Dda di Napoli tra i quali Paolo Mancuso, l’attuale presidente del Pd di Napoli. Legittimo pensare che Mancuso non abbia fatto i salti di gioia quando sul tavolo della segreteria dem napoletana guidata da Marco Sarracino è piombato il dossier Gragnano, con l’ipotesi di un accordo Pd-Forza Italia su Cimmino deciso a tavolino tra Annarita Patriarca e Casillo. Con l’adesione al progetto dei Cinque Stelle, su input della deputata Teresa Manzo e del consigliere regionale Luigi Cirillo. I Migliori in salsa gragnanese. L’operazione che doveva andare in porto prevedeva l’uso di tutti i simboli. Sta naufragando all’ultimo miglio, di fronte alle resistenze e alle ostilità che si sono manifestate all’interno dei singoli partiti e dei loro elettorati.

La segreteria dem napoletana ha chiarito che nulla osta al sostegno a Cimmino, ritenuto un amministratore meritevole di riconferma, ma mai in un’alleanza organica con Patriarca, che dovrebbe candidare al consiglio comunale il nipote Alfonso Cesarano: se c’è lei e la sua squadra, niente simbolo. A dispetto delle pressioni di Casillo e del segretario dem di Gragnano, Silvana Somma, secondo la quale il Pd “sta prendendo un abbaglio”. In casa Forza Italia la concessione del simbolo sarebbe di competenza del coordinatore provinciale Antonio Pentangelo, deputato ed ex sindaco della vicina Lettere, il paese di Manzo. Ma pesa, e non poco, la parola del coordinatore di Napoli, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, politico che diramò comunicati stampa entusiasti per il boom elettorale di Patriarca in Regione Campania. Senza però dimenticare che l’avversario di Cimmino, Aniello D’Auria, è stato affianco a Forza Italia negli appuntamenti elettorali importanti, e nel 2015 sostenne alle regionali Armando Cesaro, il figlio del senatore Luigi Cesaro.

Tra l’ala azzurra vicina a Martusciello e quella vicina ai Cesaro i rapporti sono ai minimi storici. E l’impossibilità di trovare una sintesi dovrebbe impedire il rilascio del simbolo a chiunque. Nemmeno alla lista formata da Patriarca, nonostante le sue velate minacce di lasciare Forza Italia. Nei Cinque Stelle la fuga in avanti di Manzo e Cirillo – che già ai primi di agosto hanno espresso la volontà di appoggiare Cimmino – si è schiantata su un muro di polemiche. Il senatore e presidente dell’Antimafia Nicola Morra ha puntato il dito su Gragnano trovando in questa vicenda la conferma delle sue motivazioni di abbandono del Movimento. Gli attivisti del meet up locale, capitanati da Andrea Martone, si sono dissociati con un comunicato: “E’ chiaro che il M5s ha bisogno di vincere a tutti i costi… ma non vogliamo far parte di una maggioranza apatica, dormiente e senza mete da raggiungere”. Ora l’incartamento Gragnano è sul tavolo del deputato Luigi Iovino: a lui il compito di relazionare a Giuseppe Conte, prima che venga assunta la decisione finale sull’uso del logo.

Sentito dal fattoquotidiano.it, Iovino assicura “che la scelta verrà fatta tra stanotte e domani, in concerto coi parlamentari e i referenti del territorio, e dopo aver ascoltato il territorio. Pare che Forza Italia non presenterà il simbolo e quindi al momento il nostro logo in coalizione c’è”. L’alleanza Pd-M5s-Forza Italia si dovrebbe quindi annacquare in un pastone di liste civiche in cui infilare i loro candidati di riferimento, con eccezione forse dei Cinque Stelle (in bilico).

E nell’elenco degli sconfitti bisognerebbe annoverare il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che grazie alle amministrative di Gragnano sperava di allargare la platea di quell’ampia maggioranza di cui avrà bisogno per riformare la legge elettorale e concedersi la possibilità di un terzo mandato. L’intesa Casillo-Patriarca doveva servire anche a questo: al voto favorevole della consigliera regionale azzurra quando ce ne sarà bisogno.