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Afghanistan, Usa congelano riserve della banca centrale. Il governatore: “I prezzi del cibo saliranno, danno per i poveri”. A rischio anche gli aiuti umanitari

Secondo il governatore Ajmal Ahmady gli asset valgono 9 miliardi di dollari di cui 7 presso la Fed. Ma "la mancanza di dollari Usa si tradurrà in un aumento dell’inflazione e questo "danneggerà i poveri, attraverso l'aumento dei prezzi del cibo". E ora potrebbe chiudersi anche il canale degli aiuti umanitari che nel 2020, pur in discesa, hanno rappresentato il 43% del pil del Paese

L’amministrazione Biden domenica ha congelato le riserve del governo afghano depositate negli Usa, per impedire ai Talebani l’accesso a una somma che secondo il governatore della banca centrale Ajmal Ahmady ammonta a 9 miliardi di dollari di cui sette presso la Fed. “Scrivo questi post perché mi dicono che i talebani stanno chiedendo dove sono gli asset: se è vero, devono urgentemente aggiungere un economista al loro team. Hanno vinto dal punto di vista militare, ma ora devono governare. E non è facile”, commenta Ahmady, che già venerdì mattina aveva ricevuto comunicazione dello stop all’invio di 340 milioni di dollari attesi per il 23 agosto. Ma la decisione, presa sulla base delle sanzioni ancora in vigore dal 2001 nei confronti dei fondamentalisti islamici, rischia di avere pesanti ripercussioni sulla popolazione. Lunedì prossimo il governo afgano dovrebbe ricevere anche un finanziamento senza condizioni per circa 460 milioni di dollari nell’ambito dei programmi di aiuto contro la pandemia. Anche questo denaro è però, a questo punto, in dubbio. A Washington crescono le pressioni, soprattutto da parte repubblicana, affinché pure questi soldi vengano bloccati. La mancanza di dollari Usa si tradurrà in un aumento dell’inflazione e questo “danneggerà i poveri, attraverso l’aumento dei prezzi del cibo”. E ora potrebbe chiudersi anche il canale degli aiuti umanitari che nel 2020, pur in discesa, hanno rappresentato il 43% del pil del Paese che è pari a poco meno di 20 miliardi di dollari (dati della Banca Mondiale). Berlino ha annunciato già ieri lo stop dei fondi.

Secondo fonti citate dal Washington Post, la decisione di congelare i beni al Paese che in questi anni è stato fortemente dipendente dall’assistenza economica internazionale e degli Usa in particolare è stata presa mentre i Talebani prendevano il controllo di Kabul dalla segretaria al Tesoro Janet L. Yellen e dai funzionari dell’ufficio Foreign Assets Control per il controllo dei beni stranieri. Nelle discussioni sono stati coinvolti anche funzionari del dipartimento di Stato e della Casa Bianca. Non è la prima volta che Washington adotta questa politica, già attuata con Venezuela e Libia. Secondo Marke Sobel, in passato assistente segretario del Tesoro per la politica finanziaria internazionale, è una leva per “spingere i Talebani a comportarsi bene”. Ma per Mark Weisbrot, del Center for Economic and Policy Research, think tank di Washington, congelare le riserve “è un grande errore per il governo americano: significa dire ai Talebani che vuole distruggerli insieme all’economia del Paese”. Adam Smith, ex senior advisor dell’amministrazione Obama, spiega che in prospettiva “c’è un problema umanitario potenzialmente serio su cui spero che il governo stia riflettendo a lungo e intensamente”.

Il governatore della banca centrale afghana su twitter spiega che in questo momento “i fondi accessibili per i Talebani rappresentano forse lo 0,1-0,2% delle riserve internazionali. Non molto”. E ricostruisce l’accaduto dal suo osservatorio: per prima cosa chiarisce che il paese ha circa 9 miliardi di dollari di riserve all’estero e la maggior parte – circa 7 miliardi – è detenuta in obbligazioni, attività e oro della Federal Reserve degli Usa. Seguono conti correnti internazionali per 1,3 miliardi e 0,7 miliardi presso la Banca dei regolamenti internazionali. Nel Paese, invece, di dollari fisici non ce ne sono più: Kabul non ha ricevuto una spedizione di contanti prevista per domenica e “venerdì mattina ho ricevuto una chiamata che mi annunciava che non ci sarebbero stati altri invii”, scrive Ahmady. Sabato la corsa agli sportelli ha avuto un’accelerazione e “per la prima volta ho dovuto limitare l’accesso ai dollari da parte delle banche per conservare le riserve. Abbiamo anche fissato un tetto ai prelievi. Durante il giorno, la valuta locale (afghani) si è deprezzata da 81 a 100 per poi tornare a 86 (86 afgani per 1 dollaro, ndr)”. Sabato pomeriggio c’è stato un incontro con il presidente Ghani, che domenica sarebbe scappato dal Paese. “Gli ho spiegato che le spedizioni di dollari non sarebbero arrivate. Sabato sera ha parlato con il segretario Blinken per chiedere che riprendessero. In linea di principio la richiesta è stata approvata. Sembra ridicolo in retrospettiva, ma non si aspettavano che Kabul cadesse domenica sera. In ogni caso, la spedizione non è mai arrivata”.

Con tutta probabilità ora saranno congelati anche i 3 miliardi – pari al 15% del pil del Paese – che ogni anno gli Stati Uniti inviavano all’Afghanistan per la spesa militare. Fondi che possono essere spesi solo se il ministero della Difesa “certifica al Congresso che le forze afghane sono controllate da un governo civile, inclusivo impegnato a proteggere i diritti umani e le donne”. Stop anche ad una serie di altri piccoli progetti, come quello da 20 milioni di dollari per il coinvolgimento delle donne afghane nelle forze armate.