Calcio

Matteo Berrettini e la nazionale inglese: le due reazioni alla sconfitta e l’arte di saper perdere (e di non rosicare o almeno di non farlo notare)

A Wimbledon il tennista italiano è stato l'emblema dello stile british, a Wembley i calciatori che si tolgono la medaglia d'argento sono l'emblema del contrario. Una volta Sir Winston Churchill disse: "Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio". Giustamente non aveva ancora visto la Nazionale di Gareth Southgate

Sfilano per primi, lungo quel palchetto bianco e turchese che qualcuno ha spinto in mezzo al prato. Avanzano uno dopo l’altro. Con lo sguardo basso e la faccia seria. Stringono mani, stirano labbra in sorrisi di circostanza. Poi stendono il collo in favore del padrone del vapore, il presidente dell’Uefa Aleksander Ceferin. La medaglia d’argento non fa in tempo a toccare il loro sterno che se la sono già sfilata. Via. Dal collo, dalla mente, dalla memoria. Giù, nel fondo di qualche cassetto, alla fine di qualche album di ricordi che nessuno vorrà più aprire. È un movimento che ripetono quasi tutti i giocatori della Nazionale dei Tre Leoni. Ancora. E ancora. E ancora. Sempre più velocemente, sempre con maggior fastidio. Ma è anche un gesto che racconta molto di come l’Inghilterra ha accolto la sconfitta contro l’Italia nella finale di Euro 2020. E non in senso positivo.

Perché è il frutto di un errore di valutazione, di un eccesso di confidenza, di giornate intere trascorse a cantare “It’s coming home”, la coppa sta tornando a casa. Fino all’autoconvincimento collettivo, alla certezza condivisa che quella vittoria fosse in qualche modo dovuta, dote di un destino ineluttabile più per gli altri che per sé stessi. La vittoria azzurra invece ha portato quell’anarchia nel Regno Unito che vagheggiavano i Sex Pistols. Ha sbriciolato certezze, infranto una narrazione già preconfezionata. E per questo è stata rifiutata dai calciatori inglesi. In quello sfilarsi la medaglia c’è molto di un’era dove non c’è spazio per i secondi, dove la vittoria deve essere sempre sfavillante, dove i successi valgono solo se accumulati. È un gesto che denota sopportazione per il verdetto del campo, che si traduce in sguaiato nervosismo. Ed è proprio questo il punto. Ieri a Londra gli italiani si sono scoperti più british degli inglesi. Almeno nello sport. Qualche ora prima, a venti chilometri di distanza, Matteo Berrettini aveva perso la finale di Wimbledon contro Novak Djokovic.

La fredda realtà l’aveva travolto dopo il calore di un primo set vittorioso. La verità d’altra parte era difficile da rifiutare. Anche perché era sotto gli occhi di tutti: il serbo era stato semplicemente più forte. Un concetto non facile da mandare giù per un ragazzo che a venticinque anni si trovava proiettato nella storia del suo Paese. Solo che a fine partita Berrettini si è fermato davanti alle telecamere con il sorriso sulle labbra e la faccia rilassata di chi è consapevole di aver portato a casa un risultato comunque straordinario. “Sono sensazioni incredibili, forse troppe da poter gestire. Anche in questo Novak è stato più bravo di me – ha detto – lui sta scrivendo la storia di questo sport e merita tutto. È stato bellissimo essere qui. Ci voleva solo quel passo in più che è mancato. Mi congratulo con con il team di Novak, in bocca al lupo per tutto”. Un altro ace. Solo che stavolta a schizzare via a velocità incredibile non è una pallina, ma le parole non banali di un ragazzo che sa di avere comunque un grande futuro davanti.

A Wembley è avvenuto l’esatto contrario. L’Italia ha alzato al cielo la coppa in uno stadio vuoto, dove il vincitore non è stato riconosciuto come il più forte (o quantomeno il più meritevole), ma come guastafeste, intruso. Per una serata gli inglesi hanno preso il posto dei francesi che si incazzano della famosa canzone di Paolo Conte. Quello sfilarsi via la medaglia significa non legittimare la vittoria altrui, ma anche in qualche modo non dare il giusto peso al proprio cammino. È un passo indietro. Perché un queste ultime settimane avevamo avuto almeno due grandi lezioni di sconfitta. La prima con il bacio di Pep Guardiola alla medaglia d’argento dopo aver perso la finale di Champions League contro il Chelsea. Un gesto spontaneo per i suoi simpatizzanti e artificiale per i suoi detrattori, che aveva diviso ma che aveva avuto il merito di aprire un dibattito sulla relativizzazione del successo. La seconda era arrivata qualche giorno fa, da un altro spagnolo. Dopo aver perso ai rigori una semifinale che forse meritava di vincere Luis Enrique non solo aveva fatto i complimenti all’Italia. Ma aveva pubblicamente annunciato che in finale avrebbe fatto il tifo per i suoi carnefici. Tutto questo si è perso ieri sera sull’erba verde di Wembley. Anzi, si è riaffermato un concetto piuttosto conosciuto che da queste latitudini è stato condensato nella frase: “Vincere è l’unica cosa che conta”. Per assurdo il gesto degli inglesi ci ha ricordato che non è così, che l’argento può essere prezioso tanto quanto l’oro se trasformato in punto di partenza per la vittoria futura, se gettano le basi per una cultura capace di andare oltre l’immediato, più in là del risultato di una partita. Una volta Sir Winston Churchill disse: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”. Giustamente non aveva ancora visto la Nazionale di Gareth Southgate.