Calcio

Ti ricordi… Zahovic, Drulovic e Arshavin: i tre diamanti dell’est che hanno brillato solo (o quasi) agli Europei

Madeleine: una data, un ricordo, un personaggio - La rubrica del venerdì de ilfattoquotidiano.it: tra cronaca e racconto, i fatti più o meno indimenticabili delle domeniche sportive degli italiani

Quello tra giugno e luglio è un buon periodo per i diamanti. Sì, vetrine che si illuminano, si colorano, sbrilluccicano, con gli occhi di ogni amante di calcio che fanno altrettanto. Mondiali, Copa America, Europei: vetrine privilegiate che però non sempre offrono prodotti “sicuri”, garantiti, ma anche gemme che brillano e abbagliano nell’immediato ma che non manterranno quella lucentezza. I diamanti perduti, i più belli per certi versi.

Un diamante maledetto, prima di essere perduto, è quello che ha iniziato a brillare in una notte del giugno 2000 a Charleroi. Ha il numero 10 sulle spalle e quell’andatura che lascia pochi dubbi su chi si ha di fronte: il sinistro che accarezza il pallone mentre con la testa alta si sfida il resto del mondo. Si chiama Zlatko Zahovic, gioca nella Slovenia di Srecko Katanec, per la prima volta agli Europei, e in un’ora ha portato la sua nazionale sul 3 a 0 all’esordio contro la Jugoslavia.

Due gol bellissimi, una punizione pennellata per la testa di Pavlin e tante giocate fantastiche. L’Europa scopre Zlatko Zahovic, scopre che è un punto fermo del Porto e che nel repertorio ha qualcosa che gli riesce più facile delle giocate sopraffine: litigare con chiunque gli capiti attorno, dai compagni agli allenatori, con una netta predilezione per i secondi. Solo nell’anno precedente all’Europeo, quando è passato dal Porto all’Olympiakos per 10 milioni di euro, ha litigato con l’allenatore che l’ha voluto, Bajevic, con il suo successore, Albertino Bigon, e sostanzialmente con tutta la Grecia essendosi addirittura messo in sciopero perché “il livello del calcio in Grecia è troppo basso”.

Quella partita, contro la Jugoslavia, finirà 3 a 3, con Zahovic che motiverà la non vittoria così: “Sono l’unico in questa squadra che ha giocato gare di un certo livello”, forte sì, ma di certo non nell’umiltà. Un’altra perla contro la Spagna non servirà a far qualificare la Slovenia, ma su Zlatko, già 29enne, si accenderanno i riflettori delle big: ci pensa la Fiorentina, che desiste per il carattere, lo prende il Valencia di Cuper, ma l’annata non è esaltante e Zahovic è tra quelli che sbagliano il rigore nella finale di Champions contro il Bayern. La Slovenia riuscirà a qualificarsi anche al mondiale del 2002 con Zahovic che riuscirà a farsi cacciare dalla nazionale per aver mandato a quel paese Katanec dopo la sostituzione contro la Spagna all’esordio.

Un salto indietro: sul 3 a 0 per la Slovenia quella Jugoslavia magnifica si affida tutta a un altro sinistro niente male, quello di Ljubinko Drulovic. Compagno di squadra di Zahovic al Porto, ma soprattutto di Jardel che grazie ai suoi assist al bacio fa record di gol e incetta di premi. Un gol di sinistro, un’accelerazione delle sue per il 3 a 3 finale di Savo Milosevic: una partita che regala al mondo anche Drulovic. A questo contribuisce anche la gara bellissima contro la Spagna, con Ljubinko che pennella per il vantaggio di Milosevic e poi per il secondo vantaggio di Govedarica, in una gara che la nazionale di Boskov perderà all’ultimo minuto. Non sono note intemperanze di Drulovic, ma quell’Europeo, per Ljubinko, è arrivato tardi: ha quasi 33 anni, dopo un altro anno al Porto arriva la chiamata del Benfica per gli ultimi anni di carriera, nulla più. Un brillìo tardivo.

Otto anni dopo: l’Olanda allenata da Van Basten sembra inarrestabile e già destinata a una semifinale scoppiettante contro la Spagna, visto che ai quarti gli Orange devono affrontare la Russia, buona squadra ma non all’altezza di Van Persie, Robben, Sneijder e Van Nistelrooy che nel girone hanno devastato Italia e Francia, battendole 3 a 0 e 4 a 1. Ma c’è il numero 10 che sembra infermabile: si porta a spasso puntualmente i difensori olandesi, mette i compagni davanti alla porta un mare di volte, segna un gran gol ai supplementari facendosi beffe per l’ennesima volta di difesa e portiere e porta la Russia in semifinale. Si chiama Andrej Arshavin, è un genio degli scacchi, ma quella stessa intelligenza che gli concede di dominare in campo e sulle scacchiere convive con un caratteraccio. Certo, ha una classe pazzesca, già messa al servizio dello Zenit portato a vincere l’Europa League pochi mesi prima, facendo capolavori in particolare nella finale coi Rangers di Glasgow.

La Spagna di Villa e Torres è troppo forte anche per Arshavin e la Russia in semifinale perde per 3 a 0. Sul fantasista russo si scatena un’asta: la spunta l’Arsenal di Wenger con 15 milioni di sterline. A Londra Andrej offre prestazioni maiuscole (4 gol nella gara contro il Liverpool), ma anche gare opache o addirittura irritanti e dichiarazioni non proprio simpatiche (“L’Arsenal per vincere deve comprare 4 o 5 giocatori come me”). Torna allo Zenit, poi al Kuban, facendosi notare più per i dissidi familiari e le intemperanze, come quando decide di tornare a casa ubriaco a cavallo dopo una serata al night, che per le giocate. Tre pietre, sembrate preziose, probabilmente davvero preziose, ma dal brillio fugace nelle notti d’estate.