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Cambi di casacca, sono 259 i parlamentari trasformisti. La proposta del Pd: chi lascia un gruppo non può andare nel Misto

Enrico Letta ha presentato la proposta di riforma dei Regolamenti parlamentari promossa dai dem: se un senatore o deputato lascia il proprio gruppo non va nel "paradiso" del gruppo misto ma diventa "non iscritto", senza uffici e senza dotazioni economiche garantiti ai gruppi. Servirà che almeno un quinto dei deputati abbandoni il partito di provenienza per formare un nuovo gruppo

I cambi di casacca in Parlamento sono la dimostrazione che “viviamo in una democrazia malata“. Con queste parole Enrico Letta ha presentato la proposta di riforma dei Regolamenti parlamentari promossa dal Pd. Secondo i calcoli di Openpolis, aggiornati al 31 maggio scorso – cioè dopo la nascita di Coraggio Italia – i parlamentari che hanno abbandonato il proprio gruppo in questa legislatura sono 259, con buone possibilità di raggiungere il record dei 569 della scorsa legislatura. La “malattia” di cui ha parlato Letta nella conferenza stampa di presentazione sta nel progressivo distacco tra i risultati delle elezioni e quello che poi accade in Parlamento, dove sorgono sempre nuovi gruppi non nati dalle urne. “Trasformismo” e “transfughismo” ha definito questo fenomeno il segretario del Pd, che con questa proposta di riforma dei Regolamenti mette in atto quanto affermato il 14 marzo all’Assemblea nazionale dei dem nel discorso di insediamento come segretario, quando attaccò proprio il “trasformismo”.

La proposta, presentata da Letta con le capigruppo Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, e da Andrea Giorgis, Carla Bassu, Emanuele Fiano e Dario Parrini, prevede che se un senatore o deputato lascia il proprio gruppo non va nel “paradiso” del gruppo misto né può formarne uno nuovo con altri colleghi, ma diventa “non iscritto“, senza uffici e senza dotazioni economiche garantiti ai gruppi. Se tuttavia c’è una scissione politica da un partito, si potrà formare un nuovo gruppo, ma esso dovrà coinvolgere un quinto dei deputati del partito, e in più il gruppo dovrà avere alle spalle un vero partito, quindi con sede e statuto. Un forte freno ai “partiti” puramente parlamentari, come lo fu Ala di Denis Verdini o come, almeno ad oggi, pare essere Coraggio Italia di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro. Fiano ha sottolineato che non sempre le scissioni avvengono per divergenze sul voto di fiducia a un nuovo governo, come è stato per i deputati ex M5s che non hanno votato il governo Draghi e che ora hanno dato vita al gruppo L’Alternativa c’è. Proprio Coraggio Italia, nato lo scorso mese da una scissione dentro Forza Italia, vota per Draghi esattamente come il gruppo di provenienza.