Cronaca

“La mancata zona rossa d’autunno in Veneto ha provocato 3mila morti in più”: lo studio dell’università di Padova

Il professore Enrico Rettore spiega di aver analizzato l'andamento della pandemia in relazione ai vari livelli di lockdown, raffrontandoli con le regioni confinanti, la Lombardia, l'Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento, dove vive circa un terzo della popolazione italiana. Dall'analisi dei dati emerge che provvedimenti analoghi a quelli adottati in Lombardia nelle cinque settimane da inizio novembre a metà dicembre avrebbero dimezzato il numero dei decessi

Il permanere del Veneto in zona gialla durante l’autunno e la prima fase invernale del 2020 è alla base della drammatica escalation di morti. Ed è quantificabile in almeno 3mila decessi che si sarebbero potuti evitare. A sostenerlo è uno studio condotto dal professore Enrico Rettore, docente di Econometria all’Università di Padova, che ha analizzato l’andamento della pandemia in relazione ai vari livelli di lockdown, raffrontandoli con le regioni confinanti, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento. Il cattedratico non lancia accuse alla Regione Veneto, che in quel periodo aveva spinto per garantire l’apertura delle attività, e neppure al ministero della Salute a cui spettava il coordinamento delle chiusure. Tuttavia la ricerca dimostra che l’impennata negativa, che ha trasformato il Veneto in una regione dai tassi altissimi di mortalità, è in relazione diretta ad un eccesso di aperture. Le autorità si sono trovate di fronte al dilemma tra il sacrificio delle attività economiche e l’esigenza di garantire il maggior isolamento possibile rispetto al virus.

“Ci sono buone ragioni per pensare che le restrizioni adottate in Italia per contenere la seconda ondata di contagi abbiano diminuito in modo considerevole i decessi”, afferma il docente. A partire da inizio novembre 2020, il governo italiano ha varato un sistema di monitoraggio settimanale dell’andamento della pandemia ‘a colori’, sulla base del quale ha assegnato alle varie regioni italiane livelli di restrizioni crescenti. In Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e provincia di Trento vive circa un terzo della popolazione italiana, 20,5 milioni di persone. In cinque settimane, da inizio novembre a metà dicembre, “il periodo critico per lo sviluppo della seconda ondata”, ogni realtà ha seguito percorsi diversi: tre settimane di “rosso” e due di “arancione” in Lombardia; le tre settimane centrali di ‘”arancione” per l’Emilia Romagna, seguite e precedute da settimane “gialle”; tutte le cinque settimane in “giallo” per Veneto e Trentino. Dal 24 dicembre fino alla fine delle festività natalizie, le quattro aree hanno avuto le restrizioni comuni a tutta Italia.

Il primo confronto è tra i decessi di Veneto e Lombardia (parametrati sulla popolazione del Veneto) da ottobre a fine febbraio. “Fino alla fine di ottobre i decessi nelle due regioni sono pressoché uguali. Poi aumentano più rapidamente in Lombardia, fino alla prima settimana di dicembre. A partire dalla seconda settimana di dicembre i morti lombardi sono crollati. Da 700 a 200 circa, nell’arco di tre settimane. In Veneto la crescita è continuata regolare, con un accenno di diminuzione nei primi giorni dell’anno, seguito da un calo a partire dall’ultima settimana di gennaio”. La ragione? “La differenza tra le due regioni inizia a manifestarsi circa un mese dopo l’inizio della zona rossa in Lombardia, si attenua un mese dopo l’inizio delle restrizioni di fine anno, comuni a tutte le regioni, fino a sparire del tutto”. Lo studioso ha calcolato che tra il 6 dicembre e il 28 febbraio la differenza tra le curve delle due regioni vale circa 3mila decessi. Il Veneto ha infatti avuto 6.170 morti in 13 settimane, che sarebbero l’effetto della precedente area “gialla” che in Lombardia non c’era stata: “3mila è una stima ragionevole dei decessi che sarebbero stati evitati se il Veneto fosse stato soggetto alle stesse restrizioni della Lombardia”, scrive il professor Rettore. “Circa la metà dei decessi osservati in Veneto in quel periodo sarebbe dovuta alla differenza tra zona rossa/arancione e zona gialla”.

Una prima dimostrazione di questa tesi trova conferma nel confronto tra Veneto ed Emilia-Romagna. I due andamenti dei morti sono pressoché sovrapposti fino alla prima settimana di dicembre. “A partire dalla seconda settimana, il profilo dell’Emilia-Romagna si abbassa rispetto a quello veneto. I decessi delle due regioni ritornano ad essere comparabili a partire da fine gennaio. La differenza tra le due regioni ci sembra facilmente attribuibile alla zona arancione istituita in Emilia Romagna dal 15 novembre al 5 dicembre”. Se il Veneto avesse avuto le stesse restrizioni dell’Emilia Romagna avrebbe avuto circa 1.100 decessi in meno, equivalenti a un terzo del beneficio della zona “rossa” nel raffronto con la Lombardia.

Il terzo confronto è tra Veneto e Trentino, con identiche restrizioni dal 6 novembre al 6 gennaio. “Non si osservano particolari differenze, in entrambe le regioni il calo importante dei decessi avviene a partire dall’ultima settimana di gennaio, quando si manifestano gli effetti delle restrizioni natalizie”.

Pur con qualche cautela, lo studio arriva a concludere: “Sono azzardate – a essere generosi – le affermazioni di coloro che negano gli effetti sui decessi delle misure adottate per contenere la diffusione del contagio (ma analoghi risultati valgono anche per i ricoveri in terapia intensiva). Gli effetti ci sono e pure corposi. Una parte rilevante dei decessi osservati in Veneto sarebbe stata evitata adottando restrizioni analoghe a quelle delle regioni vicine. Provvedimenti analoghi a quelli adottati in Lombardia nelle cinque settimane da inizio novembre a metà dicembre avrebbero dimezzato il numero dei decessi registrati in Veneto tra dicembre e febbraio”. In numeri, significa almeno 3mila morti che in Veneto si sarebbero potuti evitare. Un bel tema di discussione per la commissione regionale istituita per far luce sulla drammatica seconda ondata che si è registrata in Veneto.