Cronaca

Vattani, la vittima del raid punitivo del 1989: “Uscì dal processo pagando 180 milioni di lire. Mattarella non firmi la nomina a Singapore”

Parla Andrea Sesti, massacrato dai naziskin nell'estate di 32 anni fa davanti al Cinema Capranica di Roma: "Lui era lì e ci rincorreva con la cinta in mano. Fu arrestato ma a differenza di altri evitò il processo. Il padre era il consigliere diplomatico di Andreotti. Non ha mai abiurato le sue simpatie fasciste, la sua promozione ad ambasciatore è inaccettabile”

Una volta Vattani disse: “Lo sprangato? Non lo ricordo, è passato tanto tempo. Una cinta? Addirittura? Io non mi ricordo di lui. È una vicenda dalla quale sono uscito completamente pulito. Sembra che si stia sempre a punzecchiare sulle stesse cose…”. Lo “sprangato” invece si ricorda eccome di lui, il ‘console fascio-rock’ in procinto di diventare il primo ambasciatore d’Italia dalle simpatie dichiaratamente fasciste dopo la designazione in Consiglio dei Ministri che ha innescato interrogazioni parlamentari e appelli dell’Anpi a Mattarella perché non firmi il decreto di nomina.

Si chiama Andrea Sesti, ha tre figli e lavora come coordinatore di rete a La7. “Chiedo a Mattarella come possa deporre la corona il 25 Aprile e controfirmare” dice oggi l’uomo sopravvissuto alla ferocia di una notte nerissima di trent’anni fa. Tra il 9 e 10 giugno 1989, insieme al militare di leva Gianmario Trovato, fu vittima di un violento raid neonazista che quasi li uccise. All’uscita del cinema Capranica di Roma, dopo un diverbio iniziato dentro la sala, furono circondati da una quindicina di naziskin e massacrati. Sesti fu colpito ripetutamente alla testa, prima con un tondino di ferro, poi con bottiglie e sprangate. Ricoverato in rianimazione al San Giovanni dovette subire due operazioni al cranio. La ferocia fu tale che una volta a terra lo presero a calci fratturandogli le dita. Per quell’aggressione, tra gli altri, finì agli arresti domiciliari anche il futuro “console nero” Mario Vattani, figlio del potente consigliere diplomatico dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

“Un aggressione selvaggia e a sangue freddo”, si legge nel rapporto stilato allora per il magistrato dai carabinieri e dagli uomini della Mobile. “Volevano uccidere”, scrisse due anni più tardi il giudice in Corte D’Assise infliggendo le pene per tentato omicidio: quattro condanne a 4 anni e 4 mesi a carico dei gemelli Stefano e Germano Andrini, Andrea Pennacchietti e Ildebrando Ceccarelli, gli unici poi condannati per il linciaggio, con reato derubricato poi da tentato omicidio a lesioni gravissime. Gli altri indagati, tra cui diversi minori, la fecero franca. “Anche Vattani – ricorda Sesti – fu prosciolto da ogni accusa”, ma fu anche l’unico a risarcire i due ragazzi massacrati “con una provvisionale di 90 milioni di lire ciascuno, ottenendo in cambio il ritiro del processo di rito civile”.

Sono 32 anni che Sesti porta in testa questa verità, insieme a una placca di ferro impiantata per ricongiungere le ossa sfondate. Difficile dimenticare. Rimase 15 giorni in terapia intensiva, tre mesi in ospedale. “Certo che c’era anche il Vattani Mario: ho ancora ben impressa l’immagine di lui mentre ci rincorre con la cinghia”, racconta. “Lo dichiarai anche in atti e non fui mai smentito, come è altrettanto vero che in trent’anni non ho ricevuto da lui scuse o segnali di pentimento”. Ma non è questo che conta oggi. “Non è importante cosa sia successo nell’1989 ma quel che succede oggi: il punto è che Vattani da allora ha continuato a professare pubblicamente le sue simpatie fasciste, come al famigerato concerto di Casa Pound del 2011, ma questo non gli ha impedito di fare una brillante carriera in diplomazia che lo vede oggi promosso – nientemeno – ambasciatore a Singapore”.

La notizia ha sorpreso i parenti, ma fino a un certo punto. “Vattani ha sempre goduto di una rete di protezione diffusa”, racconta il fratello Amilcare Sesti: “Ero un giovane avvocato come mio padre, in quelle ore drammatiche chiamai il caporedattore della Cronaca di Roma Marco Cianca, di cui ero grande amico, e sbalordito mi confessò che per 24-48 ore neppure per lui fu possibile capire qualcosa di quei fatti”. Sulla vicenda che investiva il figlio di Umberto Vattani era calata una cortina di silenzio. “Tornò agli onori delle cronache con il concerto fascio rock, disse poi che era “clear”, pulito, ma non disse la verità fino alla fine. E cioé che pagò per uscire dal processo. E’ una di quelle storie brutte, da Italia incattivita e cattiva, che ovviamente non si conosceranno mai del tutto”.

L’avvocato Giuseppe di Noto seguì la vicenda sul fronte civile e conferma la transazione. Nel 2012 Sesti ne parlò in un’intervista a Marco Lillo. “Le chiedo di non indugiare su questo – ribadisce oggi con tormento – perché sennò poi si specula sul fatto che ci hanno pagato per tacitare la cosa, e in verità andò proprio così”. Perché ha accettò quel denaro? “Gli imputati avevano 18 anni, alcuni erano addirittura minorenni, quasi nessuno aveva un lavoro. Solo Vattani, grazie al padre, aveva la capacità di tirar fuori due libretti di risparmio da 80 milioni di lire per risarcire le vittime. Presi quei soldi cosciente dell’ingiustizia: avevo 20 anni, una marea di spese mediche e legali da affrontare, nessuna certezza sulle condizioni di salute future. Seguii il consiglio del legale secondo cui era preferibile accettare l’offerta e ricominciare la mia vita. Pur tra tanti dubbi, ritengo di aver fatto bene: Vattani fu poi assolto, non potendosi dimostrare la sua concreta responsabilità”.

Uscì dunque “pulito” ma più nera è la macchia, meno si cancella. Riemerse infatti a settembre del 2009. Il sindaco di Roma era Gianni Alemanno. Da un pellegrinaggio a Lourdes si trovò a difendere la nomina capitolina di un estremista di destra. A capo dell’Ama Servizi era stato indicato, chi sa come, proprio Stefano Andrini, uno dei fratelli condannati 20 anni prima per aver ridotto Sesti in fin di vita. E chi era allora il consigliere diplomatico di Alemanno? Mario Vattani, l’unico membro della banda di naziskin che, pagando, era riuscito a eclissarsi da quella brutta vicenda che ad altri, invece, costò il carcere. Il dubbio di un favore restituito aleggia da allora. Di sicuro fu in quell’occasione che il Corriere intercettò Vattani cercando inutilmente di riportarlo ai fatti dell’89: “Perché parlare di fatti di 20 anni fa?”. E il risarcimento? “Non ricordo neppure questo, io di certo non glieli ho dati”.

La conferma, si è visto, arriva 32 anni dopo direttamente da Sesti: “Come no, con quei soldi all’epoca comprai casa”. Lo rifarebbe? “Allora non avevo molta scelta ma ritenevo e ritengo ancora oggi che il figlio di un potente non debba avere un trattamento privilegiato ma uguale, se non peggiore, rispetto a quello riservato ai poveri cristi di periferia, quelli che quando sbagliano non hanno nessuno che li protegge e magari si fanno qualche mese di galera. Di quelli almeno non ho più saputo nulla. Di Vattani osservo da 30 anni la luminosa carriera all’ombra della diplomazia e del privilegio. In sfregio alla Repubblica antifascista”.

Articolo aggiornato il 30 maggio 2021