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America Latina, il ‘super ciclo elettorale’ parla chiaro: serve un cambio di rotta

Il super weekend elettorale celebrato il 10 e 11 aprile scorso in America Latina ha prodotto riflessioni importanti sull’attualità e sul futuro della regione. In Ecuador, Perù e Bolivia il popolo è stato chiamato a votare, mentre in Cile, dove nello stesso fine settimana erano previste le elezioni amministrative e quelle dei 155 membri della nuova costituente, si è deciso (per l’aggravarsi dei numeri della pandemia), di spostare il processo elettorale al 15 e 16 di maggio.

Una breve analisi nazionale e di contesto ci porta i seguenti risultati. In Ecuador abbiamo assistito alla vittoria del banchiere Guillermo Lasso contro il nuovo correismo rappresentato dal candidato pupillo dell’ex presidente Correa, Andrés Araúz. Outsider, escluso dal ballottaggio ma forte di un 17% di voti nulli, da lui stessi richiesti alla sua base elettorale, Yakú Perez promette di giocare un ruolo importante nel prossimo futuro.

In Perù, la prima tornata elettorale tra 23 candidati ci consegna un ballottaggio molto polarizzato tra Pedro Castillo (51 anni, sindacalista) e la figlia dell’ex presidente Fujimori, Keiko (45 anni) che sta affrontando parallelamente una causa giudiziaria. In Bolivia ci troviamo di fronte ad una sconfitta importante del Movimiento al Socialismo (Mas) nei quattro dipartimenti dove si è votato. A La Paz (la capitale), Tarija, Chiquisaca e Pando i candidati oppositori al governo di Arce e al partito dell’ex presidente Evo Morales (il Mas) hanno vinto i ballottaggi dell’11 aprile.

Però come queste elezioni entrano nel contesto regionale e come alterano gli equilibri geopolitici e di potere? Daniel Zovatto, direttore per America Latina di Idea Internacional ha offerto pochi giorni fa un’interessante analisi che parte dall’idea di “super ciclo elettorale” che ha visto ben 6 elezioni presidenziali nella regione latinoamericana a partire dalla fine 2019. Hanno iniziato il ciclo Argentina e Uruguay nel 2019, seguite da Repubblica Domenicana e Bolivia nel 2020 e da Ecuador e Perù in questo inizio 2021. Se analizziamo tutto il ciclo, quello che emerge è un voto “castigo” che punisce gli ufficialismi (i partiti al governo) e chiede un cambio di rotta, indipendente dal colore e dalla tendenza politica del partito al potere: nelle sei elezioni presidenziali si è evidenziata la costante della sconfitta del partito al governo.

Ha perso il Fronte Amplio in Uruguay, ha perso Macri in Argentina, ha perso il governo di transizione in Bolivia, ha perso il PLD in Repubblica Domenicana, ha perso Lenin Moreno (affiliato inizialmente al correismo e successivamente in chiaro disaccordo con Correa) in Ecuador e per la crisi politica non c’è stato un candidato dell’ufficialismo in Perù.

Questa tendenza dimostra il livello di erosione di consenso che i governi della regione hanno vissuto in questo particolare crocevia socio-economico, in parte dovuto alla pandemia ma che porta con sé una crisi sistemica molto più profonda: aumento della povertà, livelli altissimi di disoccupazione, una democrazia affaticata, una società irritata, l’aumento considerevole a livello sociale e politico della frammentazione e della polarizzazione.

Un caso particolare è quello del Salvador, dove in un contesto di elezioni amministrative (febbraio 2021) il presidente Bukele ha rafforzato la sua posizione politica conquistando con il suo partito (Nuevas Ideas) la maggioranza dei seggi nel congresso. Un’altra caratteristica è quella dell’eterogeneità politica che si scontra con quanto visto all’inizio del 2000 dove in America del Sud si era manifestata una spiccata prevalenza di governi di sinistra e di centro sinistra (marea rosa). Successivamente, a partire dalla vittoria di Macri contro Scioli (candidato del kirchnerismo) in Argentina nel 2015, quella di Pedro Pablo Kuczynski in Perù (2016), di Piñera in Cile nel 2017 e nel 2018 di Ivan Duque e Jair Bolsonaro rispettivamente in Colombia e Brasile, si parlò di un “giro a destra” della regione.

La vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador in Messico a fine 2018, successivamente quella di Alberto Fernandez in Argentina (dicembre 2019) e il ritorno del Mas in Bolivia con Arce nel 2020 avevano fatto pensare ad un’interruzione del ciclo delle destre; ma la sconfitta del correismo in Ecuador ci fornisce una nuova lettura. Questa situazione ha interrotto molti dei processi di integrazione regionale e ha impedito per esempio un coordinamento latinoamericano degli sforzi contro il coronavirus.

Un ultimo elemento da prendere in considerazione, che segnerà una profonda instabilità politica, è il disequilibrio ed eterogeneità tra i partiti con maggiori seggi nei parlamenti e i partiti di governo: in alcuni casi di segno opposto. Questo è dovuto dal fatto che nelle elezioni presidenziali dove si sono eletti allo stesso i parlamentari (potere legislativo ed esecutivo) e dove si è dovuto andare al ballottaggio, il candidato che ha ricevuto più voti nella prima tornata (garantendo al suo partito più seggi nel parlamento) ha poi perso la seconda tornata elettorale: questo è successo ben due volte nel super ciclo elettorale preso in considerazione (Uruguay e Ecuador), senza considerare quello che succederà in Perù.

I prossimi appuntamenti di questo “super ciclo elettorale” saranno le amministrative e costituenti del Cile a maggio, la seconda tornata elettorale in Perù e le elezioni di mezzo periodo in Messico, ambedue previste per il 6 giugno, le presidenziali in Cile il 21 novembre e le presidenziali e parlamentari in Honduras e Nicaragua, rispettivamente il 7 e il 28 novembre.