Politica

Governo Draghi, alle 10 il premier in Senato per la fiducia. I numeri, le provocazioni della Lega e l’incognita dei 5 stelle

A Palazzo Madama l'esordio dell'ex presidente della Bce che punta al record di Monti (nel 2011 prese 281 sì). Una maggioranza larghissima solo in aula, visto che fuori s'iniziano già a intravedere le prime crepe. Da tre giorni la Lega attacca sistematicamente ogni mossa dei nuovi compagni di viaggio, e ieri è arrivata a provocare l'inquilino di Palazzo Chigi direttamente con Salvini. Intanto sempre al Senato nasce l'intergruppo Pd-M5s-Leu benedetto sia da Conte che da Zingaretti

Probabilmente il suo sogno sarebbe eguagliare il record di Mario Monti che nel 2011 prese 281 voti. Obiettivo che Mario Draghi rischia di mancare per un soffio. A quattro giorni dal giuramento, il nuovo governo comparirà in Senato per chiedere la fiducia. L’inizio dell’intervento del premier è fissato per le 10, ma prima della votazione occorrerà aspettare almeno 12 ore. Dopo le comunicazioni, infatti, la seduta verrà sospesa per consentire all’ex presidente della Bce di recarsi alla Camera a depositare le sue dichiarazioni. Quindi ci saranno cinque ore e mezza di discussione generale e due per le dichiarazioni di voto. Sommate alla replica del premier e alle pause per la sanificazione, vuol dire che la chiama per la fiducia non comincerà prima delle 22. Una giornata non esattamente leggera quella del debutto parlamentare del nuovo governo.

Le provocazioni della Lega – Se in aula l’ex presidente della Bce avrà probabilmente una maggioranza larghissima, fuori s’iniziano già a intravedere le prime crepe per il suo esecutivo. Da tre giorni la Lega attacca sistematicamente ogni mossa dei nuovi compagni di viaggio. L’atteggiamento del Carroccio sembra animato da una vera e propria strategia: tifare larghe intese e poi sparare a palle incatenate sui sostenitori del governo che facevano parte della maggioranza di Giuseppe Conte. Domenica, ad appena 24 ore dal giuramento, il ministro del Turismo Massimo Garavaglia si è scagliato contro il collega Roberto Speranza sulla mancata riapertura degli impianti di sci. Ieri, invece, è stato direttamente Matteo Salvini a provocare Draghi, agitando un vecchio cavallo di battaglia della Lega: l’ipotesi di uscita dall’euro. Un po’ come agitare l’aglio in faccia ai vampiri, essendo il nuovo inquilino di Palazzo Chigi l’uomo che ha salvato la moneta unica. “L’euro irreversibile? Di irreversibile c’è solo la morte”, ha detto il leader del Carroccio, dimenticando per un attimo la sua repentina conversione all’europeismo. E tirando fuori nuovamente un argomento non esattamente nuovissimo: Il Ponte sullo Stretto “Mi auguro che Draghi lo rilanci”. Provocazioni che sono destinate a creare problemi a una compagine che va dai 5 stelle a Forza Italia. Infatti il primo a replicare al leghista è stato il segretario del Pd Nicola Zingaretti: “L’Euro e l’Europa sono la dimensione dove pensare e rafforzare il futuro dell’Italia. Dovrebbe essere anche superfluo ripeterlo”. E dire che i due si erano visti solo poche ore prima.

Il pallottoliere delle larghe intese – È in questo clima che esordisce il governo d’unità nazionale guidato da mister whatever it takes. Sulla carta gli unici sicuri di votare No sono i 19 senatori di Fratelli d’Italia. Draghi, al contrario, potrà contare sui 63 voti a favore dei parlamentari della Lega, sui 51 di Forza Italia (la presidente Elisabetta Casellati per prassi non vota), sui 35 del Pd, i 18 di Italia viva, i 10 del Maie e i 5 delle Autonomie (Pier Ferdinando Casini, infatti, non potrà votare avendo il Covid). Dal gruppo Misto, che conta 22 parlamentari, dovrebbero arrivare circa 15 voti a favore (compreso il sì della capogruppo Loredana De Petris, in dissenso da quanto deciso dall’assemblea nazionale di Sinistra italiana). La senatrice a vita Liliana Segre dovrebbe restare a Milano, mentre Giorgio Napolitano non partecipa ai lavori da tempo per motivi di salute, ma ha inviato al sua “fiducia da remoto”. Tra i No al premier, nel gruppo Misto, ci saranno i voti di Gianluigi Paragone, Paola Nugnes, Elena Fattori, Tiziana Drago, Mario Giarrusso e Carlo Martelli.

L’incognita dei 5 stelle – In un voto già ampiamente deciso, l’unica incognita è rappresentata dai 5 stelle. Quello di oggi per il M5s rimane una delle decisioni più difficili di sempre. Prima di tutto perché significa dire Sì a un governo con il nemico storico: Silvio Berlusconi, quello che fino a ieri chiamavano “lo psiconano”. La settimana scorsa gli iscritti M5s hanno dato il via libera al sostegno al governo Draghi dopo un voto sulla piattaforma Rousseau: 44.177 i voti a favore (59.3%) e 30.360 i contrari (40.7%). Un passaggio sostenuto da Beppe Grillo e da tutti i vertici 5 stelle (tranne Alessandro Di Battista) che però è stato travolto dalle polemiche non appena è stata svelata la composizione del nuovo governo: per il fronte dei contrari i ministeri ottenuti non sono sufficienti, il super dicastero green (che non è stato accorpato al Mise) non convince, e la presenza dei tre storici berlusconiani Brunetta-Gelmini-Carfagna è inaccettabile. C’è stata una mobilitazione per chiedere che fosse ripetuto il voto, ma ad opporsi è stato Grillo in persona che, a più riprese, ha ribadito che “bisogna fare una transizione dei cervelli”, “guardare al futuro” e non al passato e soprattutto pensare all’ambiente “whatever it takes“. Anche Davide Casaleggio è intervenuto, cercando di frenare le polemiche, ma di fatto offrendo una soluzione che ha aumentato i malumori: il figlio del cofondatore del Movimento ha proposto l’astensione, ipotesi che invece Vito Crimi e i vertici hanno escluso su tutta la linea. I “ribelli” si appellano al fatto che, da regolamento, sono obbligati a votare un presidente del Consiglio indicato dai 5 stelle e Draghi non lo è. Ma per il capo politico è una recriminazione che non regge: “Il mandato della base è chiaro, chi vota fuori sarà espulso”, ha detto a più riprese. Ma quanti sono i senatori che oggi andranno fino in fondo? Il numero è cambiato nel corso delle ore: si è partiti dalle minacce di quasi 30 senatori, per ridursi ai 6/7 sicuri della vigilia. La verità è che i malumori sono tanti, ma nel M5s i pontieri sono al lavoro per far capire che “è il momento dell’unità”.

L’intergruppo M5s-Pd-Leu – Molto ha significato anche l’ultima mossa di Conte: il premier uscente ha messo il suo sigillo sull’intergruppo Pd-M5s-Leu a Palazzo Madama e ha parlato della necessità di lavorare insieme per il futuro. Un messaggio che non ha lasciato indifferenti i parlamentari, anche perché apre una prospettiva in un panorama dove tutte le strade sembravano bloccate. Alla fine quindi, i voti contrari potrebbero essere meno di dieci, mentre qualcuno potrebbe scegliere l’astensione. Gli osservati speciali sono Barbara Lezzi e Nicola Morra (orientati all’astensione), ma anche Danilo Toninelli (che ha detto però che terrà fede al voto della base). Sono invece ormai dati per persi i voti di Mattia Crucioli, Luisa Angrisani, Bianca Laura Granato, Rosa Abate ed Elio Lannutti. Emanuele Dessì, dato fino a ieri sicuro per il No, ha dichiarato nelle scorse ore che deciderà dopo aver sentito parlare Draghi. Sullo sfondo è rimasta poi l’operazione Italia dei valori: il fronte dei contrari sarebbe arrivato a ipotizzare di chiedere l’uso del simbolo per costituire un gruppo autonomo e staccarsi dai 5 stelle. Ma per concretizzare il gesto estremo, servono i numeri e al momento non sembrano essere sufficienti.