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Yemen, il colpo di coda di Trump che mette a rischio milioni di vite

Anche se ha catturato l’attenzione di pochi osservatori, la decisione del Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, di inserire il gruppo degli Houthi yemeniti nella lista delle organizzazioni terroristiche avrà gravi conseguenze a livello umanitario, ripercussioni diplomatiche rispetto alla risoluzione politica del conflitto e, di fatto, rappresenterà la prima grana per l’amministrazione Biden visto che, se approvata dal Congresso, l’iscrizione avverrà formalmente il 19 gennaio, il giorno prima dell’insediamento del nuovo Presidente. Senza contare le implicazioni rispetto alle relazioni con l’Iran a cui il gruppo è legato.

La designazione del gruppo Houthi, coinvolto in una guerra – che da quasi 6 anni sta distruggendo il già fragile Yemen e ha causato oltre 12mila vittime civili – è infatti una scelta politica controproducente e pericolosa, che metterà ancor di più a rischio vite innocenti, aumentando la tensione nella regione senza fare giustizia sulle violazioni e gli abusi commessi durante la guerra. E ancora una volta a pagarne il prezzo più alto saranno milioni di yemeniti innocenti.

Tra le varie opzioni sul tavolo per identificare e punire chi si è coperto di crimini, quella che vuole applicare Pompeo è infatti la più severa e avrà conseguenze gravi per le famiglie yemenite perché impedirà agli aiuti umanitari, alle merci e al personale statunitensi di entrare nello Yemen settentrionale, dove vive il 70% della popolazione. Tutto questo dopo anni di blocchi ad intermittenza all’ingresso di beni di prima necessità nel paese, imposti dalla Coalizione saudita che sostiene il governo yemenita internazionalmente riconosciuto, in conflitto proprio con gli Houthi.

Ma gli effetti indiretti della decisione Usa andranno ben oltre, rischiando di inceppare il sistema dell’aiuto che già sta attraversando numerose difficoltà e di far collassare definitivamente la fragile economia yemenita: come dichiarato infatti dal sottosegretario delle Nazioni Unite Mark Lowcock, in un’intervista al Financial Times, la semplice minaccia di una designazione ha causato in Yemen un calo delle importazioni di cibo del 25% a novembre.

La conseguenza immediata sarà quindi l’aumento della fame estrema in un paese, dove 24 milioni di persone (85% della popolazione, di cui la metà minori) dipende dagli aiuti umanitari, colpito inoltre dalla più grave epidemia di colera di sempre e adesso dal Covid-19. In questo contesto, quindi banche, imprese e donatori umanitari diventeranno riluttanti o incapaci di assumersi il rischio di operare in Yemen.

Dal canto suo l’Unione Europea, attraverso il suo Portavoce si è espressa ponendo l’attenzione sulle complicazioni diplomatiche che tale decisione porterà, preoccupazione riguardo gli effetti in ambito umanitario e la sua disponibilità a “sostenere gli sforzi che mitigano l’impatto della designazione sull’erogazione degli aiuti e sull’economia, con una particolare attenzione alla funzionalità del settore privato”. Sul punto ha preso posizione anche la Norvegia, una delle due nazioni europee tra i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ribadendo che tale decisione avrà gravi effetti sull’intervento umanitario e sui negoziati di pace.

Ancora però non si è sentita l’Italia, ed è un peccato perché poco prima di Natale, il Parlamento aveva battuto un colpo importante votando una risoluzione che disponeva la proroga ed estensione dello stop all’autorizzazione di licenze per l’export di armamenti italiani destinati ad alimentare il conflitto in Yemen. Un risultato importante perché ha visto confermate le misure dell’analoga mozione votata in aula nel giugno 2019 e ha visto accolte le richieste di Oxfam e di altre organizzazioni della società civile italiana impegnate nel fronteggiare l’emergenza umanitaria in Yemen, di estendere il provvedimento per lo stop verso tutti i paesi membri nella coalizione saudita, autrice di decine di migliaia di raid aerei nel paese anche verso obiettivi civili. Senza limitarsi, questa volta, a bloccare la vendita solamente di bombe d’areo e missili, ma valutando anche altre tipologie di armi prodotte in Italia.

Allo stesso tempo, riteniamo cruciale l’invito al governo a giocare un ruolo sia diplomatico che umanitario più rilevante nella risoluzione della crisi. Sostenendo inoltre l’apertura di indagini efficaci e indipendenti sulle violazioni e sui crimini commessi in Yemen dalle parti in conflitto, visto il ruolo che il nostro Paese può giocare come membro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Ecco, per il ministro degli Esteri, al di là della contingente crisi di governo, sarebbe il momento giusto per prendere una posizione netta, chiedendo alla nuova Amministrazione Usa di ritirare il provvedimento e intervenendo fattivamente allo scopo di ricucire gli strappi prodotti da questa infausta mossa americana.