Cronaca

Savona, la procura indaga sul caso del 33enne morto in caserma dopo l’arresto per spaccio. Il legale: “Vogliamo chiarezza”

La storia di Emanuel Scalabrin, morto ad Albenga il 5 dicembre scorso, è finita all'attenzione dei magistrati che vogliono chiarire ciò che è successo dalle 12.55 di venerdì 4 dicembre, quando i militari arrestano il giovane nella sua abitazione, alle 11.41 del giorno successivo, quando il medico ne attesta il decesso. A complicare la ricostruzione c’è un fatto singolare: la telecamera che filmava all’interno della camera di sicurezza, scrivono i carabinieri nella relazione al magistrato, “è risultata essere priva di hard disk e quindi impossibilitata alla registrazione"

Giovane, tossicodipendente, arrestato per spaccio e rinchiuso in una caserma dei Carabinieri. Da cui uscirà cadavere nemmeno ventiquattr’ore dopo. La storia del 33enne Emanuel Scalabrin, morto ad Albenga il 5 dicembre scorso, ricorda quella di Stefano Cucchi. Ed è anche nel nome del geometra romano che i legali della famiglia, insieme alla Comunità di San Benedetto al Porto, hanno deciso di battersi per renderla pubblica. Ciò che è successo dalle 12.55 di venerdì 4 dicembre, quando i militari arrestano Scalabrin nella sua abitazione, alle 11.41 del giorno successivo, quando il medico ne attesta il decesso, è un buco nero su cui indaga la procura di Savona. Il reato ipotizzato dalla pm Chiara Venturi è omicidio colposo, gli indagati, per adesso, ignoti. A complicare la ricostruzione c’è un fatto singolare: la telecamera che filmava all’interno della camera di sicurezza, scrivono i carabinieri nella relazione al magistrato, “è risultata essere priva di hard disk e quindi impossibilitata alla registrazione”. All’autopsia, disposta giovedì scorso, il corpo del giovane si presentava con il labbro inferiore rigonfio, una ferita al braccio e qualche ematoma. L’esito deve ancora arrivare, ma il procuratore Ubaldo Pelosi ha anticipato che non risultano segni di percosse. Eppure, nota l’avvocato dei familiari Giovanni Sanna, “in tutta la vicenda è evidente che qualcosa non quadra. Ci aspettiamo che chi indaga svolga ogni approfondimento necessario”.

L’arresto e la colluttazione – Emanuel viene arrestato all’ora di pranzo nel proprio appartamento di Ceriale, cittadina del savonese al confine con Albenga. C’è anche la compagna Giulia, 37 anni: la coppia ha un figlio di 9 anni. I carabinieri irrompono dopo aver trovato 81 grammi di cocaina addosso a un acquirente appena uscito dallo stabile: nell’appartamento ne sequestrano altri 41, insieme a un fucile a canne mozze non dichiarato. “Scalabrin tentava la fuga, spingendo e strattonando i militari”, scrivono nella relazione di servizio, spiegando come sia stato necessario ammanettarlo in quattro “per ridurne la pericolosità”. Un’azione, specificano, “che si protraeva per quasi trenta minuti, in cui Scalabrin scalciava e colpiva gli operanti a più riprese”, tanto che un brigadiere “riportava una contusione alla coscia destra risultata guaribile in cinque giorni”. “È quantomeno inusuale che quattro carabinieri impieghino mezz’ora per ammanettare una persona, per quanto di corporatura robusta”, commenta al fattoquotidiano.it l’avvocato Sanna. La compagna Giulia, anche lei arrestata e attualmente ai domiciliari, dà un’altra versione: Emanuel – racconta in una testimonianza depositata dai legali – è stato spintonato, gettato sul materasso e colpito a lungo in ogni parte del corpo e sul viso. È pallido, non respira, lei implora i militari di smettere. Alla fine si accorge che il compagno si è defecato e urinato addosso, e ottiene di farlo cambiare prima di portarlo via.

La visita-lampo e la morte – Alle 15 Scalabrin giunge in caserma e nomina il proprio difensore, che verrà contattato due ore dopo. Intorno alle 22, dopo un’intera giornata in guardiola, si sente male ed è visitato dalla Guardia medica: il medico riscontra tachicardia e ipertensione e ordina di portarlo al pronto soccorso in ambulanza. I carabinieri lo accompagnano con una propria vettura. La visita all’ospedale di Pietra Ligure è brevissima: l’accesso è registrato alle 22.57, la dimissione alle 23.02. Cinque minuti netti in cui il medico gli somministra una dose di metadone. Alle 23.30 rientra in cella, alle 4 del mattino esce per andare in bagno. Dopodiché l’informativa tace fino alle 11 del 5 dicembre, quando, si legge, “veniva aperta la camera di sicurezza al fine di permettere il colloquio dell’arrestato con il suo legale. Da subito Scalabrin, chiamato e scosso, non ha mostrato segni vitali, mostrava un evidente raffreddamento degli arti e un principio di rigor mortis”. Alle 11.41 il medico del 118 accerta il decesso, collocandolo nelle tre ore precedenti.

La telecamera fuori uso – Ma sapere cos’è successo in quelle ore, si scoprirà, è impossibile. “La telecamera con cui il piantone sostiene di averlo tenuto sotto controllo, a quanto pare, non registrava nulla. E i carabinieri si sono premurati di farlo sapere subito, convocando apposta un tecnico”, spiega l’avvocato Sanna. “Suona assurdo anche il fatto che prima delle 11 nessuno si sia accorto di niente. A quanto mi risulta, nelle caserme gli arrestati sono fatti svegliare intorno alle 6 e mezza. È inaccettabile che un ragazzo muoia sotto la custodia dello Stato, e ancor più inaccettabile che nessuno dell’Arma si sia sentito in dovere di dire nulla, come se fosse normale”. Il procuratore capo Pelosi, raggiunto dal fatto.it, assicura che nessuna ipotesi sarà trascurata. “Le circostanze richiedono approfondimento massimo, non lasceremo nulla di intentato – dice -, tuttavia al momento non ci sono elementi che facciano pensare a cause di morte diverse da quella naturale. Le indagini andranno avanti, con la collaborazione dei Carabinieri, partendo da questo presupposto”.

L’interrogazione parlamentare – E il caso è diventato oggetto di un’interrogazione alla Camera, indirizzata al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese da parte del deputato di Leu Nicola Fratoianni. “Troppe stranezze su cui deve fare chiarezza la magistratura, ma anche l’Arma dei Carabinieri deve dare delle risposte – fa sapere Fratoianni –, il nostro Paese non può permettersi ambiguità su questo”. La vicenda è arrivata in Parlamento dopo che la comunità genovese di San Benedetto al Porto, fondata da Don Gallo, ha lanciato una campagna. “Lo stigma verso i tossicodipendenti non autorizza a cancellare i più elementari diritti della persona”, diceil portavoce Domenico Chionetti. “Succedeva cinquant’anni fa, quando la Comunità è nata, è successo a Cucchi, Aldrovandi, a quanto pare succede ancora. Per questo ci siamo attivati: la storia di Emanuel è piena di abnormità che non potevano restare sotto silenzio”.