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Carlo Capasa (Camera della moda): “Servono misure specifiche per ripartire. Intanto puntiamo sul digitale e aspettiamo riaperture per Natale”

L'INTERVISTA - "Solo nei primi sei mesi del 2020 abbiamo perso 15 miliardi, solo l'automotive e l'energia hanno fatto peggio". E spiega quali sono le misure che il governo può adottare per salvare il settore. Intanto, una buona notizia arriva dall'online: "L'e-commerce ha fatto registrare crescite a 2 e anche a 3 cifre, è più che raddoppiato in questi mesi"

“Il mondo della moda è in grande sofferenza”. A lanciare il grido d’allarme è Carlo Capasa, presidente di Cnmi – Camera nazionale della Moda italiana. In questi cinque anni a capo dell’organizzazione degli stilisti, l’imprenditore salentino è riuscito a ridare a Milano quella centralità nel mondo del fashion che qualche anno fa sembrava perduta a causa della concorrenza sfrenata di città come Londra e New York. È riuscito a riportare brand del calibro di Philip Plein e Fendi a sfilare sulle passerelle milanesi ma, soprattutto, a ricucire lo strappo con Dolce & Gabbana, che lo scorso settembre sono tornati a sfilare nel calendario ufficiale di Camera Moda dopo un’assenza che durava dal 1998, consacrando così la Settimana della Moda milanese come un evento attrattivo capace di dare slancio a tutta la città. Classe 1958, Carlo Capasa è l’uomo dei numeri. E partendo dai dati illustra quelle che secondo lui sono le misure di cui ha bisogno la moda italiana per ripartire.

Dottor Capasa, quale impatto sta avendo la crisi economica indotta dalla pandemia di coronavirus?
“Solo nei primi sei mesi del 2020 abbiamo perso 15 miliardi, solo l’automotive e l’energia hanno fatto peggio. Ora questo secondo semestre ce lo aspettiamo migliore del primo e stimiamo di chiudere il 2020 con un calo del 27-30% rispetto al 2019, il che vuol dire 27 miliardi in meno su un fatturato che si aggirava intorno ai 100 miliardi di euro, più o meno il corrispettivo di un’altra industria come, ad esempio, quella del design. E, in questo senso, pesa la brusca frenata subita dall’export”.

E tutto questo, ovviamente, ha ripercussioni anche sull’occupazione…
“Adesso c’è il blocco dei licenziamenti, ma quello che serve alle aziende è un prolungamento della cassa integrazione fino alla metà del 2021, per salvare i posti di lavoro. Ma soprattutto, c’è bisogno di misure specifiche per questo settore: la moda ha le sue peculiarità e, in questo senso, ci serve una cig apposita, che consenta maggiore flessibilità, un utilizzo mirato e, soprattutto, la possibilità di fare straordinari perché, ad esempio, capita che per chiudere una commessa serva una manodopera specifica e che quindi quei lavoratori si ritrovino a dover fare straordinari rispetto ai colleghi con altre specializzazioni. Non si può generalizzare e pensare che le stesse misure vadano bene per tutte le industrie. Solo così riusciremo a non far chiudere le piccole e medie imprese e gli artigiani, stiamo parlando di un bacino di 40mila posti di lavoro potenzialmente a rischio per le chiusure. Abbiamo già chiesto più volte al governo dei finanziamenti specifici per le nostre aziende ma bisogna intervenire subito, prima che arrivi qualche straniero pronto a sfruttare le difficoltà degli imprenditori per fare acquisizioni a poco prezzo”.

Cosa chiede la Camera nazionale della Moda al governo?
“Chiediamo tre cose. Primo: accesso davvero facile ai finanziamenti agevolati, perché al momento le aziende hanno difficoltà ad ottenerli, da un lato per le garanzie aggiuntive richieste dalle banche e dall’altro perché le tempistiche sono troppo lunghe quando invece c’è bisogno di liquidità immediata. Secondo: l’istituzione di un vero fondo di garanzia per le imprese con Cassa Depositi e Prestiti pronta ad entrare in campo per il salvataggio delle piccole ma soprattutto delle medie imprese che sono a rischio fallimento, sostenendole e aiutandole a ripartire. Questo per i prossimi tre anni. Da ultimo, un vero ristoro per gli artigiani, che non possono continuare ad indebitarsi ma hanno bisogno di un fondo speciale di ristoro. D’altra parte bisogna sempre tenere conto che stiamo parlando di un settore strategico non solo per il Pil italiano ma anche europeo: la nostra industria pesa per il 41% sulla produzione totale manifatturiera dell’Eurozona e, attualmente, è senza tutele. Se si continuano ad adottar misure orizzontali piuttosto che verticali, il rischio è che i nostri imprenditori si ritrovino nella condizione di non poterle applicare”.

Quando si vedranno i primi segnali di ripresa?
“Sono fiducioso che li vedremo già nella seconda metà del 2021. Ci aspetta un anno molto positivo, in cui contiamo di passare dall’attuale -30% rispetto al 2019 ad un -12%, sempre rispetto all’anno scorso, pre Covid. Già recuperare l’8% di perdite avute in questo 2020 sarebbe un ottimo risultato. Poi nel 2022 prevediamo un forte rimbalzo, per tornare – si spera – poi nel 2023 ai numeri pre-crisi. E non dimentichiamoci che la moda, tanto mistificata, dà lavoro a milioni di famiglie italiane e il 54% di tutto il fatturato è fatto solo dai grandi brand del lusso, da cui dipende anche oltre il 70% del giro d’affari di tutto l’indotto che ruota intorno a questo settore e alla sua filiera. Quindi se non si mettono i cosiddetti ‘big’ nella condizione di performare, poi le ricadute si ripercuotono su tutte quelle imprese che dipendono da loro e che costituiscono il ‘miracolo italiano'”.

Molte regioni italiane stanno già affrontando un secondo lockdown e si parla di estendere presto questa misura a tutta Italia. Che effetto avrà sullo shopping di Natale?
“Ci aspettiamo che per Natale ci siano riaperture e che si faccia in modo di far ripartire i consumi in questo periodo cruciale in cui abbiamo sempre registrato un picco, perché altrimenti rischiano di chiudere non solo le imprese ma anche i negozi, soprattutto i più piccoli. Fortunatamente nel frattempo i mercati asiatici sono in forte ripresa: la pandemia lì è più sotto controllo e non potendo viaggiare in molti si stanno danno al cosiddetto ‘revenge buying’, ovvero acquistano lì tutto ciò che prima invece venivano a comprare in Europa. Tanto che i consumi hanno avuto un rimbalzo del +6-12%, soprattutto per il lusso, che beneficia del fatto di essere molto presente e apprezzato in Asia. Anche in questo caso, quindi, i più penalizzati sono i medi e piccoli brand, che non hanno una rete di distribuzione consolidata nel far east”.

Con i negozi costretti a restare chiusi, il digitale può essere una risorsa?
“Assolutamente. L’e-commerce ha fatto registrare crescite a 2 e anche a 3 cifre, è più che raddoppiato in questi mesi. Certo in diversi Paesi esteri, tra cui gli Usa, c’era già una forte abitudine allo shopping online ma dai dati emerge come il 24% di tutti gli acquisti sia stato fatto da persone che vi si approcciavano per la prima volta. Insomma, la pandemia ha avuto il merito di aver creato una nuova categoria di consumatori digitali che anche in questo secondo semestre sta facendo registrare numeri positivi nelle vendite”.

Quali sono i prossimi obiettivi di Camera Moda?
“Ora andiamo avanti e guardiamo al futuro. Stiamo lavorando a un piano articolato che presenteremo al governo per chiedere che una parte dei fondi del Recovery Fund vengano destinati alla moda. I punti sono tre: sostenibilità, digitalizzazione e formazione. Sostenibilità non solo dei prodotti e dei processi, ma anche ambientale e sociale. Ci servono gli aiuti del governo per costruire una formazione diversa anche in sostegno dei giovani talenti e dei nuovi brand, creando un ponte tra scuola pubblica e aziende private, bisogna implementare la cultura digitale, ce ne siamo resi conto tutti durante il lockdown. Noi stessi, in prima persona, con questa prima Digital Fashion Week che è stata un successo enorme: le nostre sfilate sono state seguite in tutto il mondo con oltre 45 milioni di views, siamo stati i primi a fare un evento di questa portata, dimostrando che la moda può arrivare davvero a tutti”.