Diritti

Residenze per anziani, gestori lombardi: “Senza risposte da governo e regione chiudiamo”

Tra minori entrate e maggiori uscite, inclusi i costi dello sciacallaggio sui dispositivi e della gestione di pazienti che sarebbero stati da ospedalizzare, durante il lockdown nell'ente di Fontana e Gallera il settore delle Rsa ha registrato un deficit di circa 180 milioni. Ora, salvo rispetto degli impegni dalla regione e maggiore attenzione al privato dal governo, rischia la chiusura: "Le conseguenze sono facili da immaginare: taglio dei servizi ai più fragili, perdita di posti di lavoro, aumento dei costi a carico delle famiglie"

“Se da Governo e Regione non avremo risposte finiremo in ginocchio”. È l’ultimo grido di allarme lanciato dalle associazioni del comparto sociosanitario lombardo cui fanno capo circa 70.000 posti letto in Residenze Sanitarie Assistenziali per anziani (Rsa), oltre il 90 per cento accreditato e a contratto con la regione Lombardia.

“Dopo i drammatici mesi in prima linea contro la pandemia si preannuncia un autunno caldo per Rsa, e non solo, che chiedono a Regione e Governo risorse per continuare a garantire i servizi: se queste risorse non arriveranno le strutture saranno dolorosamente costrette a scegliere se cessare o limitare le proprie prestazioni con ricadute sugli anziani, le persone con disabilità e le loro famiglie. Proprio alla vigilia di una possibile seconda ondata di Covid19″, si legge in una nota sottoscritta da AGeSpi, Aiop, ACI Welfare Lombardia, Anaste, Anffas Lombardia, Arlea e Uneba Lombardia.

“A partire dal lockdown Rsa, Rsd (Residenze sanitarie assistenziali per disabili), le realtà impegnate nell’Assistenza Domiciliare Integrata e in tutti gli altri servizi sociosanitari che si dedicano a favore di persone con problemi di dipendenza, di salute mentale o a minori in difficoltà, sono state travolte dalla crisi: blocco dell’accoglienza dei nuovi ospiti, aumento delle spese di assistenza, netta diminuzione delle entrate e ora il rischio chiusura”, spiega ancora la nota diffusa a valle di una conferenza stampa che ha coinvolto i rappresentanti di tutti gli enti sottoscrittori. Secondo i quali si prefigura “uno scenario drammatico, per un lavoro di assoluta rilevanza sociale”, che coinvolge centinaia di realtà: una rete di cura, di assistenza, di promozione della salute capillare, pilastro del sistema di welfare della Lombardia. “Le conseguenze sono facili da immaginare: taglio dei servizi ai più fragili, perdita di posti di lavoro, aumento dei costi a carico delle famiglie“, è la conclusione.

I numeri del resto parlano chiaro. Un’analisi effettuata nel territorio dell’Ats di Brescia su un campione di 42 Rsa, per un totale di 3.655 posti letto, ha evidenziato che nel periodo marzo-maggio l’occupazione media si è assestata all’80% con un minimo del 58% e un massimo del 100%. Le strutture medio grandi sono quelle che maggiormente hanno subito un decremento dei posti letto quantificabile in 22,63 euro al giorno per posto letto nei tre mesi del lockdown. “Il deficit per le Rsa lombarde nei mesi del lockdown è stato di circa 180 milioni ed è destinato a crescere nel secondo semestre, anche se in misura inferiore”, spiegano ancora gli enti gestori.

Sui conti, oltre ai minori ricavi generati dal contingentamento degli ingressi e dalle procedure di isolamento precauzionale preventivo, pesano voci come l’incremento dei costi dei dispositivi di protezione individuale (dpi). E non solo per l’aumentata necessità. Un esempio lampante è quello del costo dei guanti che rappresentano per il settore socio sanitario un dispositivo che prescinde dall’emergenza. Ebbene, denunciano gli operatori, “il costo di una scatola di 100 guanti è passato da una media di 1,80 euro a circa 8 euro: un aumento di quasi il 450%. Per un utilizzo di 16 guanti al giorno a posto letto, significa, solo per i guanti, un aumento di 1 euro a posto letto al giorno”. Quindi, per il solo secondo semestre del 2020, sono 12 milioni di euro di spesa in più per il settore delle Rsa nella sola Lombardia.

Le associazioni dei gestori ricordano poi che le strutture durante la pandemia hanno sostenuto “spese enormi, superiori alle preventivate, tra cui quelle per l’assistenza farmacologica a persone non prese in carico dagli ospedali, il maggior costo dei dpi e il rafforzamento del personale”. È da maggio, del resto, che il sociosanitario chiede alla Regione il riconoscimento dei budget già deliberati e messi a bilancio, nonostante il calo degli utenti. “Siamo fiduciosi dell’impegno che la Regione Lombardia ha espresso nel voler riconoscere la totalità del budget già assegnato – dichiarano quindi le organizzazioni – chiediamo che si dia urgente attuazione sul piano tecnico alle dichiarazioni rese”.

Altro nodo il riconoscimento economico alle Rsa e alle strutture socio-sanitarie da parte del Governo. “Le significative risorse stanziate dal DL Rilancio sono orientate pressoché esclusivamente a sostegno di servizi erogati direttamente dal settore pubblico, ciò significa tagliare fuori di fatto tutto quell’ecosistema di privato sociale che in regioni come la Lombardia rappresenta il 90% delle strutture socio-sanitarie”, sottolinea ancora la nota. “Paradossale – spiegano le organizzazioni – è, ad esempio il caso dell’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) che deve giustamente essere potenziata e che in Lombardia è gestita prevalentemente da Enti del privato non profit; ma le ingenti risorse previste per Regione Lombardia sono destinate all’ADI erogata dalle ASST”. Senza contare il rischio di una nuova fuga del personale verso il pubblico che “porterebbe ad ulteriori problemi nell’erogazione dei servizi. D’altra parte, con le tariffe ferme da oltre 10 anni nonostante i 2 rinnovi contrattuali, i maggiori costi e le minori entrate di quest’anno e nessun sostegno da parte di Regione, come facciamo a proseguire nel nostro lavoro? Siamo condannati a chiudere?”.

Infine due richieste al ministro della Salute. La prima, che “una parte del fondo sanitario nazionale sia vincolata a finanziare il sistema sociosanitario nelle sue diverse articolazioni”. La seconda che la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana “nominata senza includere, purtroppo, nessun rappresentante dell’associazionismo, del Terzo Settore, della cooperazione sociale” dia ampio spazio ad un confronto e un dialogo con le organizzazioni che “da tempo operano in questi servizi territoriali con competenze non sostituibili e da sempre hanno dimostrato capacità innovative, voglia di sperimentare per meglio rispondere ai bisogni delle persone”.