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Morto Yohan, addio alla star del K-Pop: aveva 28 anni. Si allunga l’elenco dei cantanti morti in circostanze poco chiare

Così la morte di Yohan, l'ultima solo in ordine cronologico, riaccende i riflettori sul lato oscuro del k-pop, un fenomeno musicale da record esploso in Corea Del Sud e che vede nei BTS e nelle Blackpink i suoi maggiori rappresentanti

Un altro lutto, l’ennesimo, nel misterioso mondo del k-pop. A 28 anni è scomparso Yohan, al secolo Kim Jeong-hwan, uno dei membri della band TST. “Siamo distrutti nel comunicarvi la più triste delle notizie: il membro dei TST Yohan ha lasciato questo mondo”, ha annunciato l’etichetta della band sudcoreana, senza specificare le circostanze della sua scomparsa. Così la morte di Yohan, l’ultima solo in ordine cronologico, riaccende i riflettori sul lato oscuro del k-pop, un fenomeno musicale da record esploso in Corea Del Sud e che vede nei BTS e nelle Blackpink i suoi maggiori rappresentanti. Sebbene sia uno dei generi musicali più chiacchierati e apprezzati dai teenager di tutto il mondo, le numerose morti legate ai componenti delle band coreane hanno contribuito a creare una sorta di mistero attorno a questo genere.

La lista delle giovani star che si sono tolte la vita (o che sono morte in circostanze poco chiare) è spaventosamente lunga. Nel 2015 Ahn So-jin è deceduta precipitando dal decimo piano di un edificio: sembra che soffrisse di depressione. Nel 2017, un altro suicidio: Kim Jong-hyun, componente degli Shinee. Due anni più tardi, nel 2019, ancora tre vittime. Goo Ha-ra e Sulli, star e amiche, si sono tolte la vita a sei settimane di distanza l’una dall’altra: erano state vittime di cyberbullismo e di molestie sessuali. A dicembre, poi, è toccato a Cha In Ha, morto a 27 anni in cause mai specificate.

Ma cosa c’è dietro a tutte queste morti? L’Associated Press aveva provato a spiegare il fenomeno: “Il mondo del K-Pop è altamente competitivo con dozzine di gruppi che escono ogni anno. Gli esperti dell’industria da anni parlano del lato oscuro della medaglia”. La pressione mediatica attorno queste band, insomma, può creare un forte scompenso psicologico. Ma non solo. Un altro esperto, il giornalista Lee Hark-joon, aveva spiegato al New York Times: “Fin da piccoli vivono una vita meccanica, passando attraverso un regime di allenamento molto duro. La loro caduta può essere così improvvisa quanto drammatica al pari della ascesa verso la fama. È una professione vulnerabile soprattutto a livello psicologico, sono esaminati minuto per minuto sui social e le fake news sulla loro vita personale esplodono istantaneamente”.

Dopo la morte di Sulli, il cantante Dongwan aveva attaccato il sistema mettendoci la faccia: “Ci sono sempre più cose che che ci costringono a fare. Le persone si aspettano che gli idol siano sorridenti e sani. Che siano sexy, ma senza fare sesso. Che dimostrino carattere, senza combattere contro nulla. Quanto a lungo si può sopportare tutto questo? I soldi e la fama sono sufficienti? Non possiamo lasciare che gli interessi delle società di entertainment producano la diffusione di questo virus”.