Società

Coronavirus, crea un ventilatore polmonare in 3D e lo regala a una dottoressa italiana in Zambia. “Sono commossa”

A fine marzo l'azienda di Salvatore Tirrito, a Enna, ha chiuso a causa della quarantena. E così, col tempo a disposizione, ha deciso di costruire un ventilatore polmonare a basso costo. Visto che all'ospedale della sua città non ne avevano bisogno, ha pensato di inviarlo a una sua concittadina, Cristina Fazzi, che nel paese africano ha fondato una ong

L’idea gli è venuta in pieno lockdown. A Enna, in Sicilia, Salvatore Tirrito si occupa di sistemi elettronici, telecontrollo e produzione di corpi illuminanti a led. A fine marzo la sua azienda è chiusa da giorni a causa della quarantena e il tempo a disposizione è diventato troppo, all’improvviso. Navigando su Internet, scopre che il MitMassachusetts Institute of Technology – vuole recuperare un progetto avviato anni prima per creare ventilatori polmonari a basso costo. “Mi sono iscritto al loro forum e ho visto che molti tecnici, da tutto il mondo, richiedevano maggiori informazioni su come realizzare un dispositivo del genere. Ne avevano bisogno tutti. Mi sono detto: proviamo a farne uno”.

Facendo ricerche più approfondite trova un modello che fa al caso suo, sul sito della texana Rice University. Unisce i componenti elettronici, stampa in 3D alcuni pezzi e poi li assembla. Lo aiutano alcuni colleghi. Una volta pronto, avvia il ventilatore per verificare se funziona. E funziona. “A quel punto bisognava capire a chi darlo. Ho chiesto a un mio amico medico impegnato qui a Enna in un reparto Covid. Mi ha detto che ce n’erano a sufficienza. Poco dopo mi è tornata in mente una nostra concittadina”.

Cioè Cristina Fazzi, medico chirurgo da vent’anni impegnata a lavorare in Zambia. Per via delle restrizioni da quarantena, si trova a Enna proprio in quei giorni. Non si conoscono di persona, ma Tirrito ha sentito parlare del suo percorso. Le scrive su Facebook, dicendole che ha messo a punto un ventilatore e vorrebbe regalarlo a chi potrebbe averne bisogno. Dall’altra parte dello schermo, la dottoressa rimane stupefatta: “Per noi, avere disponibilità di apparecchiature sanitarie è fondamentale. Questo è un dono bellissimo che sarà molto utile. In tempi di Covid, certo, ma anche e soprattutto dopo”. Quando Tirrito ha modo di incontrare Cristina Fazzi e di mostrarle i ventilatori, l’iniziativa prende corpo in via definitiva.

In Zambia la dottoressa è presidente e fondatrice della Ong Twafwane Association: nella lingua locale il nome significa ‘Lavorare insieme e aiutarsi a vicenda’. “È un progetto socio sanitario integrato. Ci occupiamo di salute materno-infantile, nutrizione e formazione del personale locale. In particolare tengo molto a quest’ultimo aspetto: le persone che lavorano con me sono tutte del posto”.

I ventilatori polmonari sono fondamentali perché le patologie respiratorie fanno parte della quotidianità, spiega la dottoressa. Non solo dell’emergenza sanitaria: “I medici devono gestire tubercolosi, polmoniti batteriche e virali, Hiv in percentuali molto diverse rispetto a quelle dei paesi europei. Fino ad ora abbiamo sempre ventilato a mano, usando l’ambu (il pallone autoespandibile per la ventilazione, ndr). Ma avere un dispositivo automatico può aiutare molto. Faccio un esempio: se sono da sola, e ho due pazienti che hanno bisogno di essere ventilati, posso gestirne uno a mano e l’altro affidarlo alla macchina”.

Fra le altre cose, la Ong ha anche creato i cosiddetti mother shelter: punti di ricovero dove le donne incinte possono recarsi una settimana prima del parto, che poi si svolge nella sala a fianco. Spesso, spiega la dottoressa, si mettono in viaggio con il travaglio in corso per raggiungere l’ospedale più vicino. A piedi, perché i mezzi di trasporto sono molto scarsi. Capita che partoriscano per strada, mettendo in pericolo sia la propria vita che quella del bambino.

Quando vent’anni fa è partita da Enna, Cristina Fazzi non pensava che sarebbe rimasta in Zambia così tanto tempo: “Dico sempre che sono partita per caso e rimasta per scelta. Una mia collega aveva bisogno di essere sostituita, ma non c’era ancora nessuno che potesse prendere il suo posto. Decisi di andare io per sei mesi, in attesa del sostituto vero e proprio”. Si scontra con una realtà in emergenza, che ha bisogno di aiuto. Finiti i sei mesi sceglie di restare altri sei. “E poi un altro anno, e alla fine ne sono passati venti”. La scelta l’ha resta felice: “Ho adottato un bambino zambiano e ne ho in affidamento altri sei. Non rimpiango nulla”.

Salvatore Tirrito ha messo a punto due ventilatori: ora si tratta di capire come farli arrivare in Zambia. Una volta lì, col permesso delle autorità locali, la dottoressa Fazzi vorrebbe destinarne uno all’ospedale distrettuale di Masaiti, l’altro ad un centro salute gestito dalla sua Ong.

“La cosa più importante di questa vicenda è che un giovane ha impiegato risorse e competenze per un progetto umanitario. Sapere che ha pensato a noi mi ha commosso, e posso solo dirgli un grande e sincero grazie per la sua generosità”.