Società

Silvia Romano, ora è il tempo della solidarietà. Altro che colpevolizzazioni

di Anna Maria Giannini*

Dietro alla vicenda di Silvia Romano, la cooperante italiana liberata nei giorni scorsi dalle milizie di Al Shabaab, si è aperto un mondo di significati, scenari, ipotesi, prese di posizione, persino attacchi di odio. La ragazza è scesa dall’aereo che la riportava nel suo Paese sorridente, avvolta in un abito islamico, dichiarando di essersi convertita all’Islam.

Si sono attivate mille diverse interpretazioni ma su tutto domina il tema del sospetto e della colpevolizzazione. Siamo nel solito schema al quale siamo abituati: tutti azzardano spiegazioni e sentenziano sui comportamenti da adottare e non adottare: “se l’è cercata”, “che cosa ci è andata a fare”, “ma quale organizzazione è quella con la quale è partita”, “ma se è tanto sorridente vuol dire che in fondo non stava tanto male”, “e se non stava così male perché non ci è rimasta facendo risparmiare all’Italia i soldi del riscatto”, “si è convertita perché l’hanno costretta” e così via.

Che cosa possiamo dire sul piano psicologico cercando di uscire dai luoghi comuni e dalle considerazioni espresse da chi procede per stereotipi e generalizzazioni? Torniamo ai fatti: oggi Silvia è stata liberata ed è tornata in quelle che apparentemente ci sembrano buone condizioni di salute fisica. Ma che cosa può accadere nella mente di una persona tenuta prigioniera dunque contro la sua volontà?

Non stiamo parlando di ciò che è accaduto nella mente di Silvia, naturalmente non lo sappiamo; stiamo cercando di riflettere su quanto si conosce sulla psicologia dei prigionieri.
Essere costretti contro la propria volontà, temere ogni minuto per la propria vita, perdere le coordinate spazio-temporali, non sapere cosa accade nel mondo esterno, non sapere se si rivedrà mai più la propria famiglia è una delle esperienze più dure, difficili, traumatiche che un essere umano possa affrontare.

Come può la mente sostenere tutto ciò? Articolando proprie strategie di difesa, tanto più efficaci quanto più la persona ha accesso a risorse interne ed è resiliente. La mente prefigura spiegazioni che aiutano ad andare avanti e come ben sappiamo può persino arrivare a processi di identificazione con i sequestratori (sindrome di Stoccolma) o attenuare certe reazioni per potere credere di poter continuare a vivere e trovare significati.

A volte si cambia molto in queste esperienze che portano la mente e il comportamento verso stati di confine in cui si sente che l’angoscia è insopportabile. Ogni prigioniero individua i suoi percorsi per poter mantenere la lucidità mentale e un ancoraggio allo spazio, al tempo, alla speranza agli indicatori che gli restituiscono la percezione di essere ancora vivo (molto importante se si è tenuti al buio a lungo o in condizioni di isolamento estremo).

Nelle storie di coloro che hanno attraversato questo dramma si rintracciano i frammenti di una realtà costruita per sopravvivere, per potersi convincere che ci sarà una via d’uscita, altrimenti l’angoscia devastante può addirittura comportare la compromissione dei confini dell’io e dell’esame di realtà. Come dire che una realtà orrifica ci porta a cercare percorsi per poterla affrontare senza impazzire, senza perdere gli orientamenti e le coordinate della propria identità.

Dunque: come possiamo oggi ergerci a giudici o commentatori delle strade che ha potuto trovare Silvia? Si è convertita nella piena facoltà delle sue capacità di giudizio? Ha subito manipolazioni mentali? E’ stata costretta e non vuole dirlo o non se ne rende conto? Non possiamo oggi rispondere a queste domande. Neppure Silvia può farlo adesso. Ha bisogno di tempo. E’ uscita da un dramma e deve lentamente riadattarsi ad una realtà perduta e ritrovata. Anche i suoi familiari e i suoi cari devono ritrovare la loro Silvia. Con tutto il tempo che servirà perché non è un percorso facile.

Altro tema: perché è partita? Che cosa l’ha spinta e quanto l’organizzazione con la quale è partita sia affidabile? Questo tema riconduce all’ampia disciplina che studia le motivazioni. Generalmente le organizzazioni che lavorano in luoghi ad alto rischio accertano attentamente la solidità motivazionale di chi chiede di intraprendere l’attività di cooperazione e formano attentamente e per congrui periodi di tempo chi parte per le missioni.

Non sappiamo se queste cautele e se le necessarie premesse nella storia di Silvia ci fossero e quanto accaduto deve mettere l’accento sulla necessità di un apparato solido sul piano della motivazione e di un apparato ancora più solido sulla formazione necessaria ad affrontare ambienti e persone ostili.

Lasciamo a Silvia il tempo per sentirsi al sicuro, per ricostruire i suoi sistemi di certezze distrutte, per trovare accoglienza nei suoi affetti, per ritrovare e per ritrovarsi. Dopo, soltanto dopo, Silvia potrà intraprendere il difficile percorso per comprendere e attribuire significati. Adesso è il tempo della solidarietà per Silvia. Evitiamo la vittimizzazione secondaria.

*Psicologa e psicoterapeuta