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Bonafede: “Scarcerazioni boss ordinate dai giudici non da me. Mancata nomina Di Matteo al Dap? Nessuna interferenza”

Dopo giorni di polemiche il guardasigilli compare alla Camera per ricostruire due mesi ad alta tensione per la giustizia italiana: le rivolte nelle carceri, le scarcerazioni dei boss, il caos al vertice del Dap con le nomine di Dino Petralia e Roberto Tartaglia come nuovi direttore e vice. E poi, ovviamente, lo scontro con Nino Di Matteo sulla mancata nomina a capo delle carceri nel 2018. "Si continuano a cercare possibili condizionamenti evocando, in modo più o meno diretto, i vari livelli istituzionali. Una volta per tutte: non vi fu alcuna interferenza"

Ha ripetuto quanto detto più volte: nel 2018 Alfonso Bonafede non subì alcuna pressione per la nomina di Francesco Basentini al vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Dopo giorni di polemiche il guardasigilli compare alla Camera per ricostruire due mesi ad alta tensione per la giustizia italiana: le rivolte nelle carceri, le scarcerazioni dei boss, il caos al vertice del Dap con le nomine di Dino Petralia e Roberto Tartaglia come nuovi direttore e vice. E poi, ovviamente, lo scontro con Nino Di Matteo sulla mancata nomina a capo delle carceri nel 2018. “Si continuano a cercare possibili condizionamenti evocando, in modo più o meno diretto, i vari livelli istituzionali. Una volta per tutte: non vi fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Punto! Non sono disposto a tollerare più alcuna allusione: lo devo a me stesso ma lo devo prima di tutto alla carica istituzionale che mi onoro di ricoprire”, ha detto il ministro della giustizia, riferendosi alla mancata nomina del 2018.

In un intervento lungo quasi un quarto d’ora il ministro ha ricostruito quando a suo dire sarebbe avvenuto in quei giorni di giugno del 2018. “Avevo pensato di riservare a Di Matteo il posto che fu di Falcone, ammetto che non ragionai sull’organigramma dei ruoli. Il dottor Di Matteo avrebbe avuto la possibilità di lavorare in via Arenula, al mio fianco. La mafia che vive di segnali, avrebbe visto solo che Di Matteo era dentro le istituzioni, al fianco del ministro della Giustizia. Appresi con sorpresa la decisione del dottor Di Matteo e lo informai che avevo già avviato le pratiche per il dottor Basentini”. Già nei giorni scorsi l’inquilino di via Arenula ha ricostruito la sua agenda tra il 18 e il 20 di giugno del 2018, i giorni in cui ha prima offerto a Di Matteo di ricoprire un incarico a scelta tra capo del Dap e direttore degli Affari generali del ministero, salvo poi ritirare la prima proposta e incassare un rifiuto del pm sulle seconda. “Mi convinsi dopo la prima telefonata e, in occasione di quel primo incontro, che l’opzione migliore sarebbe stata quella di riproporre al dottor Di Matteo un ruolo equiparabile a quello che era stato di Giovanni Falcone. Avrebbe richiesto certamente più tempo e avrebbe implicato probabilmente una riorganizzazione del Ministero ma ne sarebbe valsa la pena perché, nel progetto che avevo in mente, gli avrei consentito di lavorare in Via Arenula, al mio fianco”.

Il caso, esploso in diretta televisiva su La7, ha ovviamente scatenato giorni di roventi polemiche. In Parlamento ul ministro ha spiegato di essersi sentito offeso per le accuse successive allo scontro con il consigliere del Csm. “C’è un confine e un limite a tutto e per me, quel confine, in politica e fuori dalla politica, è rappresentato dalla mia onorabilità, nonché dal rispetto degli altri e della memoria di chi è morto per servire il Paese. Le immagini delle stragi di mafia buttate a caso tra un chiacchiericcio e un altro di improvvisati esperti antimafia, l’alone di mistero intorno al nulla per evocare inesistenti retroscena, sono tutte operazioni che mancano di rispetto proprio alle vittime di quelle stragi e ai loro familiari”.

Poi ha spiegato di aver scelto Francesco Basentini come capo del Dap perché “si era distinto nel proprio lavoro” e “nel colloquio mi aveva fatto un’ottima impressione. Aveva raggiunto considerevoli risultati a livello di efficienza”. Scelto al posto di Di Matteo, Basentini si è dimesso due settimane fa dopo il caos delle rivolte e – soprattutto – delle scarcerazioni di decine di boss mafiosi durante l’emergenza coronavirus. Bonafede lo ha difeso: “Ora ciascuno potrà fare le sue valutazioni in ordine al lavoro portato avanti dal Dap in questi due anni, ma con Basentini è stato avviato un piano di riconversione in istituti penitenziari di una serie di complessi ex militari; in queste due settimane, è prevista l’apertura di 3 padiglioni da 200 posti ciascuno a Trani, Lecce e Parma, ed è inoltre previsto, sempre nel 2020, il completamento di altri 2 padiglioni da 200 posti detentivi a Taranto e Sulmona. È stato predisposto un piano per la realizzazione di 25 nuovi padiglioni modulari da 120 posti, per un totale di altri 3000 nuovi posti detentivi”. Non solo: “Sono state realizzate oltre 250 sale per videoconferenze giudiziarie in 62 istituti penitenziari ospitanti detenuti in regime di alta sicurezza con una sala regia nazionale”. E in materia di assunzioni, ha continuato sempre Bonafede, “sono stati immessi in ruolo un totale complessivo di 3931 nuovi agenti. È stato definito il riordino delle carriere con una equi-ordinazione della Polizia Penitenziaria con le altre Forze di Polizia”.

E le scarcerazioni? E i più di 300 boss usciti dai reparti di Alta sicurezza nel periodo dell’emergenza coronavirus. “Riguardo alle strumentalizzazioni che qualcuno vorrà ancora una volta fare in merito alle ormai note scarcerazioni – è l’autodifesa del guardasigilli – ricordo che sono state determinate da decisioni prese, in piena autonomia e indipendenza, dai magistrati competenti (nella maggior parte dei casi per motivi di salute), sui quali, ovviamente, non c’è stato alcun condizionamento da parte del ministero o del governo”. Bonafede ha poi rivendicato i due decreti legge varati negli ultimi giorni che hanno come obiettivo quello di riportare dentro i mafiosi scarcerati durante l’epidemia: “I due dl approvati nel giro di una settimana rappresentano la migliore risposta dello Stato per garantire una stretta sulle richieste di scarcerazione e, contemporaneamente, riportare i detenuti davanti al giudice affinchè, visto che il quadro sanitario è cambiato, vengano rivalutate tutte le questioni di salute”.

Sullo sfondo dell’aula è rimasta l’ombra della mozione di sfiducia che il centrodestra sarebbe intenzionato a votare a breve. Su questo fronte, Bonafede è stato difeso dai dem. “Lo dico anche a Italia che non ha ancora deciso come comportarsi nei confronti della mozione di sfiducia: guardatevi dentro, ci sono tanti modi per far valere le proprie ragioni nella maggioranza. Quello che non va bene è giocare continuamente al rilancio pur sapendo che questo comportamento contribuisce a indebolire il Governo. Confrontiamoci di più e meglio. Anche per noi ci sarebbero questioni sulla giustizia che andrebbero cambiate, migliorate, ma smettiamola di alzare l’asticella: non ci sono alternative a questo Governo“, ha detto il deputato Pd Michele Bordo. “Mi chiedo dove sia finita la cultura garantista di alcune forze politiche del centrodestra, soprattutto di Forza Italia – continua -. La richiesta di dimissioni del ministro sarebbe stata legittima, per quanto non da noi condivisa, al termine di una discussione sulla giustizia. E’ incredibile che sia avvenuta dopo strumentalizzazioni mediatiche”. “Gli unici a fuggire sono i boss dalle carceri e gli elettori dal Pd”, ha replicato il deputato della Lega Giulio Centemero. Forza Italia, invece, ne ha approfittato per attaccare sia il ministro che il pm Di Matteo: “Il nostro paese – è la versione di Enrico Costa – è costretto ad assistere da giorni al derby del fanatismo giudiziario tra un membro del Csm e il ministro della Giustizia, un match su chi è più antimafioso. Oggi, per la prima volta, sentiamo Bonafede affermare che la parola di un pubblico ministero non è oro colato, e che secondo lui Di Matteo ha mentito. Il M5S ha lucrato voti e consensi con una politica di appiattimento sulle procure ma ora affiorano i dubbi”. I grillini, invece, hanno fatto quadrato sul guardasigilli: “Bonafede, anche oggi in aula, è stato chiarissimo – recita una nota del M5s in commissione giustizia – nessuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo del Dap, nel 2018. Questa è la verità, e sono inaccettabili attacchi o illazioni da parte di chi è ben lungi dal poter vantare la nostra stessa trasparenza e il nostro impegno in materia di lotta alla Mafia”.