Diritti

Coronavirus, gli assistenti sociali nell’emergenza: argine alla solitudine dei pazienti e aiuto per le famiglie. Dalle dimissioni protette alle videochiamate: “Grazie, forse era l’ultima volta che vedevo mio padre”

LE STORIE- Testimonianze in prima persona di chi, a fianco di medici e infermieri, ha assistito i malati nelle ore più difficili della pandemia. Dal tentativo di mantenere i legami con i parenti alla ricerca di strutture idonee che accolgano chi non sa dove andare. Il presidente dell'ordine Gianmario Gazzi: "La cura non si esaurisce con la terapia. Occorre pensare agli effetti sociali dell'emergenza prima che sia troppo tardi"

Qualcuno era così demoralizzato che, quando ha sentito la famiglia, non è riuscito a dire una parola. Quasi tutti si sono commossi e hanno bruciato i pochi minuti di tempo piangendo insieme attraverso uno schermo. Una figlia dopo la videochiamata ha inviato un messaggio: “Grazie, forse è l’ultima volta che vedo mio padre”. Maura, Gianna, Laura sono alcune delle 6mila assistenti sociali che lavorano negli ospedali in Italia e da quasi due mesi sono nella squadra degli operatori invisibili che assistono i pazienti ricoverati per coronavirus. Non sono medici o infermieri, ma sono in prima linea per curare le relazioni sociali di chi sta male. Lo facevano prima dell’emergenza, lo fanno in modi diversi anche ora. Maura quando arriva in reparto prende l’elenco delle persone e parte dai più anziani, quelli che si immagina abbiano difficoltà con un cellulare, e inizia a fare le telefonate. Perché quando i bollettini dei medici arrivano come sentenze e gli orari delle visite non hanno più senso, sentire la voce di chi ami finisce per essere l’unica cosa che conta. Tante volte sono gli assistenti sociali a dare la notizia più atroce. Gianna racconta dei parenti frastornati, “come travolti da un tornado”, che quando scoprono che non c’è più niente da fare dicono di “volerla fare finita”. Poi delle salme che si accumulano in attesa di essere reclamate. Ma non ci sono solo le telefonate: pensare ai bisogni dei pazienti vuol dire partire anche da cose semplici, come il cambio dei vestiti. Perché in ospedale solo i fortunati sono arrivati con la loro borsa, gli altri sono imprigionati nella stessa maglietta senza che nessun parente possa venirli ad aiutare. Infine, quando va bene, c’è da pensare alle dimissioni: per molti, e in particolare chi non ha una casa dove tornare, la frase “sei guarito” può essere l’inizio di un altro incubo.

La pandemia non si è limitata a colpire la sfera sanitaria. Ogni paziente ricoverato, oltre a essere ammalato, si è trovato all’improvviso solo, senza poter contare su familiari rigorosamente banditi dai reparti o semplicemente dalla stessa stanza. E in quel vuoto sono intervenuti gli assistenti sociali. “E’ importante capire che la cura non si esaurisce con la terapia”, spiega il presidente dell’Ordine nazionale Gianmario Gazzi. “Questa malattia rende più fragile chi già lo era e se non vogliamo lasciare indietro nessuno serviranno più investimenti nel nostro settore. Bisogna pensare agli effetti sociali dell’emergenza”. Un passaggio necessario se si vuole iniziare a pensare al domani. “Gli assistenti sociali”, dice la presidente dell’ordine Emilia-Romagna Rita Bosi, “sono la cerniera tra i servizi sanitari, i servizi degli enti locali e il privato sociale. Curano i legami delle persone, rappresentano un ponte fra il dentro e il fuori. Sono professionisti che sanno lavorare in condizioni di difficoltà e mai come in questo momento sono fondamentali per fare dei progetti di aiuto che riguardino tutte le sfere della vita della persona”. E proprio per capire cosa sta succedendo sui territori, l’Ordine ha deciso di raccogliere le testimonianze dirette di chi lavora sul campo: hanno risposto più di 200 persone e la pubblicazione delle cronache ha scandito le settimane dell’emergenza.

“Una figlia dopo la chiamata: ‘Grazie forse era l’ultima volta che vedevo mio padre” – Quella di Maura Copelli, assistente sociale dell’ospedale covid di Guastalla (Reggio Emilia) è una delle prime storie ad essere arrivate. “Mi ritrovo in questa emergenza, che per essere tale dovrebbe avere una durata variabile ma finita”, scrive. “Ma non finisce, non sta finendo. Ho lavorato per vent’anni in un servizio tutela minori e so cosa vuol dire essere in emergenza, non avere certezze e riferimenti, la paura delle aggressioni, l’ansia delle decisioni. Ora ogni giorno è così”. La giornata inizia con la lista di pazienti che possono aver bisogno di lei e l’attesa del via libera per iniziare le chiamate a casa. Quindi “si prepara”: “C’è una linea tracciata nel corridoio del reparto, un nastro appiccicato a terra. Segna che da una parte c’è pulito, dall’altro c’è infettato. Le porte delle camere sono chiuse”. Prepararsi non è solo una metafora psicologica, non lo è più da alcuni mesi: in fretta ha dovuto imparare a vestirsi e disinfettarsi come un sanitario. Il primo giorno, scrive, aveva “paura”. “Di ammalarmi e di ammalare la mia famiglia? Della morte? Un po’ tutto questo”. Quindi ha iniziato il giro e la serie di domande: come sta? Di cosa ha bisogno? Proviamo a fare una videochiamata a casa. E’ uno dei momenti più importanti: i ricoveri durano anche settimane e sentire la famiglia è molto difficile e nelle fasi di più grande affollamento delle strutture, quasi impossibile. “Molti si sono emozionati, commossi”, racconta. “Alcuni erano talmente demoralizzati che non sapevano dire nulla”. Era la chiamata più attesa di tutte e sul più bello sono venute meno le energie anche per dire una parola. “Più di tutto hanno ringraziato, per averli tolti, anche se per pochi minuti, dalla solitudine. Ho fatto questo, ho dato loro conforto per qualche minuto”. Un giorno, la figlia di un paziente dopo una chiamata ha mandato un messaggio: “E’ stato il più bel regalo che mi potevate fare, forse era l’ultima volta che vedevo mio padre”. Una privazione, quella dell’ultimo saluto di persona, che fino a pochi mesi fa era inimmaginabile e che ora lascia chi sopravvive ai propri cari, se possibile, ancora più distrutto.

Ma per Maura non ci sono solo le telefonate da fare. “Una signora mi ha detto di avere la stessa maglia e lo stesso pantalone da una settimana, da quando era stata ricoverata”. Nessuno da casa può portarle il cambio dei vestiti, i medici dicono che “l’importante è che stia bene”. “E’ chiusa in quella camera tutto il giorno e tutta la notte, gli infermieri e i medici entrano per i pasti, la terapia, le visite, ma poi i degenti devono stare chiusi dentro. Appunto da soli”. Allora Maura ha scritto a colleghi e amici per raccogliere indumenti, in poche ore ne aveva l’ufficio pieno: “Non è vero che non servono una maglietta pulita o uno spazzolino; quando sei chiuso dentro ad una camera e sei anziano e non vedi e non senti nessuno, tutto serve”. Anche se a volte, troppe, non si può fare niente: “In un altro letto c’era un signore sulla carrozzina con il respiratore attaccato, io lo guardavo perché stava male e gli ho chiesto se aveva bisogno di aiuto. Lui non riusciva a dire una parola, aveva bisogno solo di un po’ di respiro in più”. L’unica cosa che nessuno gli ha potuto dare.

“I parenti travolti da un tornado a volte dicono di volerla fare finita” – Gianna Sirocchi è invece una delle ultime ad aver mandato la sua storia. Scrive dall’Ospedale di Parma. “E difficile parlare del dolore e la tristezza che hanno invaso questo posto”, è l’incipit della sua pagina di diario ai tempi del covid-19. “La presenza di noi assistenti sociali è costante, anche se il lavoro quotidiano è cambiato, sia a livello pratico che psicologico”. La morte è la presenza con cui fare i conti ogni giorno: “Tante sono le persone decedute, anche all’interno delle stesse famiglie e i parenti restano frastornati, senza comprendere cosa sia accaduto. Come travolti da un tornado, si trovano a recuperare uno ad uno i frammenti delle loro vite spezzate, cercando di ricomporle. Spesso piangono, a volte dicono di volerla fare finita, in alcuni casi nessuno si presenta a reclamare le salme dei congiunti che si moltiplicano in necroscopia. Intanto il sole inonda i viali deserti dell’ospedale, frequentati solo da persone ‘mascherate’, con gli occhi preoccupati o stanchi, ma sempre vigili e attenti”.

Anche L. che scrive dalla Toscana, racconta di come sono cambiati i luoghi. “Sono ormai una vecchia assistente sociale, ne ho viste tante di situazioni difficili ed emozionanti”, scrive. “Il covid-19 è diverso da tutto. L’ospedale, di solito pieno di gente in attesa di visite, accertamenti o per assistere il proprio parente ricoverato, è completamente vuoto. Spettrale, silenzioso. Poche le persone nei corridoi, irriconoscibili, con mascherine, cuffiette e guanti, tutti in silenzio e con la testa bassa. Respiriamo la paura della malattia e della morte. Viviamo in isolamento, lontani da tutti e da tutto”. L’importante, dice, è ricordarsi che non c’è solo il coronavirus: “Ci sono bambini che devono essere curati, ci sono donne che partoriscono, anziani ricoverati. L’ospedale deve andare avanti e continuare a credere che il prendersi cura vuol dire rispettare ed umanizzare, accogliere e sostenere”.

Quando i problemi iniziano con le dimissioni – Il lavoro non si esaurisce nell’accompagnamento durante la degenza. Anzi, molto spesso le difficoltà iniziano quando c’è da gestire il rientro a casa. Soprattuto quando una casa non c’è o è impossibile farci ritorno. Laura Pedrini dal 1996 lavora all’Ospedale Bellaria di Bologna e racconta: “I veri problemi, come per ogni persona ricoverata, cominciano quando il medico ipotizza la dimissione. In quel momento devi esserci per tranquillizzare il paziente e i familiari e per far capire loro che, se non ci sono le condizioni per tornare a casa in sicurezza, altre soluzioni saranno attivate. Devi esserci per spiegare che rimarrai tu il loro riferimento per organizzare gli aiuti assistenziali necessari alla futura dimissione”. Cosa succede se la stanza di ospedale è il posto più sicuro e caldo dove tu possa stare? E’ in quella fase che viene attivata la rete sul territorio, quando ci si inventano soluzioni e alternative. “Penso spesso”, chiude Pedrini, “a quante volte noi operatori sociali e sanitari siamo stati criticati e aggrediti, ma oggi siamo in prima linea ad aiutare e sostenere anche chi prima ci criticava e aggrediva”.

“Ascoltiamo i pianti di chi non ha potuto nemmeno salutare un congiunto” – Ad essere cambiato radicalmente in queste settimane è il modo di lavorare. Una assistente sociale di Bergamo scriveva all’inizio dell’emergenza: “Ogni chiamata che riceviamo è pervasa da paura, solitudine e mi rendo conto che l’unica cosa da fare ora è resistere. Noi qui a rispondere, a volte senza saper dare risposte soprattutto a una consistente fetta di popolazione che chiede aiuto, elemosina, conforto”. Dobbiamo, scrive, “dare serenità dove possibile, una spalla anche virtuale su cui appoggiarsi. Ma anche far arrivare al domicilio un pasto pronto, la spesa, i farmaci per poter appunto sopravvivere. Nulla di più”. Ma non è facile, perché il mestiere è finito “svuotato di tutti gli strumenti”: “Siamo donne e uomini che cercano con una risposta, tramite telefono, di dare conforto. Proviamo ad ascoltare i pianti dei famigliari che non hanno potuto nemmeno salutare un proprio congiunto”.

Il futuro Ora, alla vigilia dell’inizio della fase due, a preoccupare sono i tanti fronti aperti: dai minori e alle donne a rischio maltrattamenti ai disabili fino agli anziani. “Non possiamo accontentarci”, spiega ancora il presidente dell’ordine Gazzi, “di pensare alle corsie. La salute, come dice l’Oms, non è assenza di malattia. Ma un insieme di condizioni, tra le quali c’è anche quella sociale. Dobbiamo pensare allo stress avvenuto sulle relazioni sociali e al deterioramento delle condizioni di vita delle persone, che non sono democratiche come si vuole raccontare”. Per questo, è l’appello di Gazzi, servono nuove forze: “I numeri sono impietosi: dal 2011 a oggi gli assistenti sociali del comparto salute sono passate da 9mila a 6mila e 500. Quasi un terzo ha più di 60 anni”. Serve, conclude, “la consapevolezza che il coronavirus è una malattia di comunità, non individuale”. E “se diciamo che le persone anziane non possono uscire di casa, dobbiamo pensare anche ai servizi domiciliari necessari. Se non prevediamo più assistenti sociali sui territori, rischiamo di lasciar indietro tante persone. Dobbiamo pensarci subito, prima che sia troppo tardi”.

Il pensiero va alle comunità, a cosa rimarrà dei legami passata la tempesta. Di queste preoccupazioni sono impregnate le storie pubblicate. Monica Dotti, assistente sociale a Modena, pensando alle donne vittime di violenza e costrette in “convivenze forzate” scrive che l’importante è “lavorare sulla rete”. Perché “non possiamo permettere che chi già si sente fragile precipiti o senta di precipitare in una situazione ancora più grave. Dobbiamo garantire che la collettività sia sempre in grado di prendersi ‘cura’”. Insomma cercare di compattarsi a difesa di chi è più in difficoltà e in attesa che le cose migliorino. Scrive Antonietta Missich, assistente sociale a Sasso Marconi (Bologna): “Credo che molti saranno i cocci da raccogliere, i fili da riannodare”. Perché nelle vite delle persone si sono aperte ferite come voragini e anche quelle andranno curate: “Gente costretta a mettere il proprio parente in struttura a causa dei rischi maggiori che si correrebbero prendendo uno o più estranei in casa. Famiglie isolate. Chi rinuncia per lo stesso motivo a servizi già presenti da anni. Paura. Paura e ancora paura. Non solo negli utenti. Anche negli operatori, nei colleghi. In sé stessi. Tutti abbiamo paura. L’importante è riconoscerla in sé stessi e rispettarla negli altri”.