Diritti

Coronavirus, anche il Trentino ha vietato i ricoveri ospedalieri degli ospiti delle Residenze per anziani

Spunta una vecchia lettera del direttore per l’integrazione socio-sanitaria dell’Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari, Enrico Nava: "Le Rsa devono essere considerate a tutti gli effetti come strutture a bassa intensità di cura per la presa in carico dei casi di infezione accertata o sospetta nell’interezza del percorso assistenziale, e non devono operare alcun trasferimento verso gli ospedali”

Neanche in Trentino gli anziani ospiti delle Residenze sanitarie assistenziali sono benvenuti in ospedale se contagiati da Covid. La prova, che dà nuovi argomenti a chi nota l’elevato numero di casi nelle Rsa della Provincia Autonoma di Trento (oltre mille su un totale di poco più di 4mila al 19 aprile), è in una lettera spuntata solo ora. “Le Rsa devono essere considerate a tutti gli effetti come strutture a bassa intensità di cura per la presa in carico dei casi di infezione accertata o sospetta nell’interezza del percorso assistenziale, e non devono operare alcun trasferimento verso gli ospedali”, si legge nel documento diramato un mese fa dal direttore per l’integrazione socio-sanitaria dell’Azienda Provinciale dei Servizi Sanitari, Enrico Nava, e inviata a Upipa (Unione Provinciale Istituzioni per l’Assistenza) , Spes (Servizi socio sanitari per anziani) e alle Rsa (Residenze Sanitarie Assistenziali) della provincia di Trento.

Quindi gli anziani dovevano restare dov’erano, ossia nelle case di riposo, anche se positivi. Il che comportava evidenti problemi non solo per l’efficacia delle cure, ma anche di tutela per gli altri ospiti e per il personale dedicato all’assistenza, costretti a una pericolosa promiscuità, in strutture non attrezzate per affrontare la pandemia.

La frase era inserita in un documento che dava indicazioni per la gestione dell’emergenza coronavirus e che manifestava una forte preoccupazione per la pressione a cui era sottoposto il sistema ospedaliero. Infatti il direttore Nava spiegava “che esso può accogliere solo i pazienti provenienti dal territorio o da altri ospedali in condizioni critiche per sottoporli a misure di sostegno delle funzioni vitali”.

Però l’indicazione di non spostare gli anziani era precisa. Intervistato dal quotidiano L’Adige, ora Nava spiega: “In realtà la direttiva è stata rispettata solo in parte perché i ricoveri da Rsa all’ospedale ci sono stati e sono stati una sessantina. In quel momento la pressione sul sistema ospedaliero era altissima e si stavano cercando nuovi posti in terapia intensiva, ma i direttori sanitari delle strutture hanno sempre fatto la scelta per loro più opportuna”. Il trasferimento, secondo la giustificazione che viene data oggi dall’Apss, è che gli anziani non tollerano l’intubazione e trasferirli avrebbe potuto essere controproducente, visto che le Rsa sono in grado di effettuare l’ossigenoterapia.

Siccome il Trentino è ai vertici delle graduatorie nazionali di morti nelle case di riposo, il governatore leghista Maurizio Fugatti ha precisato: “Noi abbiamo sempre fornito i dati con estrema correttezza e trasparenza. Tutti i casi di decesso che presentavano quadri clinici complessi e la presenza di diverse patologie, tra cui anche il Covid 19, li abbiamo classificati come decessi per coronavirus. Vedremo se alla fine anche altrove avranno fatto altrettanto”.

Dal Trentino al Veneto, dove la bomba è scoppiata quando l’Istituto Superiore della Sanità ha diffuso un dossier sul Coronavirus nelle case di riposo di tutta Italia. Da alcune tabelle emergeva che dall’1 febbraio i decessi di “nonnetti” ospiti di comunità in Veneto sarebbero stati 1.093, più dei morti totali indicati dalla Regione Veneto considerando anche gli ospedali.

L’assessore Manuela Lanzarin ha tenuto una conferenza stampa ribadendo la smentita della giunta regionale: “Il dato riportato deriva da una indagine telefonica condotta dall’Iss che, in Veneto, ha interessato solo il 27 per cento delle Residenze sanitarie per anziani. I risultati non sono, quindi, assumibili o comparabili con i dati assoluti e portano ad una rappresentazione lontana dalla realtà”. I decessi nelle case di riposo, alla data del 19 aprile, secondo la Regione, sono stati 345 nelle case di riposo, con un tasso di mortalità del 15,7%, circa la metà del tasso medio nazionale. L’assessore ha spiegato che sono 2.154 i casi di positività tra gli anziani dei ricoveri (6,4 per cento) e 1.003 tra gli operatori, pari al 3,2 per cento. I contagi sono stati riscontrati in 86 strutture, pari al 26,1 per cento rispetto al numero totale di 330. Ha però ammesso che in 17 ricoveri risultano infettati più del 50 per cento degli ospiti e che in altri 11 casi tra il 20 e il 50 per cento.

La situazione delle case di riposo ha spinto i deputati dem Alessia Rotta e Diego Zardini a chiedere al ministro alla Salute di commissariare la Regione Veneto: “Quanto sta accadendo nelle nostre case di riposo è un’ecatombe”.