Calcio

Zico all’Udinese, storia e retroscena di un trasferimento che trasformò l’utopia in realtà. Capitolo 1 – Quando il calcio è arte

Un'operazione di calciomercato per certi versi impronosticabile, che venne salutata da entusiasmo ma anche da moltissime polemiche: Enzo Palladini per edizioni InContropiede racconta i dettagli dell'arrivo del Galinho in Italia

O Zico o Austria (Edizioni InContropiede, 130 pagine, 15,50 euro) è il nuovo libro di Enzo Palladini in cui sono raccontati i particolari e i dettagli noti, meno noti e inediti dell’arrivo del campione brasiliano in Friuli nell’estate del 1983. Un’operazione di calciomercato per certi versi impronosticabile, che venne salutata da entusiasmo ma anche da moltissime polemiche. Udine scese in piazza e minacciò di chiedere l’annessione all’Austria qualora la Figc non avesse sbloccato il trasferimento, che poi avvenne, dopo aver coinvolto nel dibattito il mondo politico fino ai più alti vertici dello Stato, compreso il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Qui, per gentile concessione della casa editrice, ecco un brano del volume:

QUANDO IL CALCIO È ARTE
Nel 1976 il Friuli gridava la sua rabbia per un terremoto devastante, ma senza sprecare un secondo più del necessario per le lacrime, si armava di silenzioso eroismo. C’era da ricostruire a mani nude il paradiso perduto. Nel 1983, sette anni dopo l’apertura di quella voragine, a Udine arrivava Zico. Le campane della bellezza possono suonare in ogni angolo del mondo. Pulsazioni paradisiache possono attraversare anche terre dure e aspre, terre martoriate e ingiuriate dalla natura, lande abituate a conquistarsi il quotidiano strappandolo al destino. Già, Zico. A un ventenne di oggi questo nome può dire poco. Forse addirittura niente. Peccato. Zico è sottovalutato nella storia del calcio, lontano da una virtuale hall of fame dove un posto d’onore gli spetterebbe di diritto. La fortuna delle generazioni moderne è avere YouTube. Basta digitare “Zico”, attivare la modalità a schermo pieno, concentrarsi e godere. Perché dopo aver visto certi momenti di questo meraviglioso artista, il pensiero più casto è: “Vorrei che qualcuno mi accarezzasse come quel numero dieci accarezza il pallone”. Erotismo calcistico allo stato puro.

Quel signore lì, che oggi può sembrare un nonno qualsiasi mentre porta i nipotini a mangiare un gelato a Barra de Tijuca, ha giocato nell’Udinese. Un anno e mezzo di poesia sopraffina, di arte applicata al rettangolo verde. Ha allargato le sue braccia come il Cristo Redentor e ha deciso di benedire il Friuli con quel suo carisma ai limiti del divino. Non sono iperboli, perché il mondo cambia a tutti livelli in trentacinque anni. Nel 1983 non esistevano i telefonini, nessuno pensava che la lira potesse andare in pensione e si poteva andare in motorino senza casco. Però Zico all’Udinese è come se oggi Neymar decidesse di giocare nel Parma, oppure Lewandowski nel Verona o ancora Ibrahimovic nel Sassuolo. Molto meno normale rispetto all’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Grandi club attraggono grandi atleti. Piccoli club allevano piccoli fenomeni per venderli a chi può permetterseli. Realtà minori che seducono stelle mondiali se ne vedono pochi.

Se ne sono visti pochissimi, se si allarga l’orizzonte alla storia del calcio. Perché quel signore lì, quel fenomeno lì, battezzato Arthur Antunes Coimbra, è stato classificato all’ottavo posto tra i giocatori del XX secolo dalla Fifa, ma anche inserito nella lista delle cento personalità brasiliane di tutti i tempi. Mito allo stato puro. La zavorra che impedisce a Zico di volteggiare nel firmamento dei 4 o 5 più grandi calciatori della storia è forse semplicemente la mancanza di fortuna con la maglia della Nazionale brasiliana. Dal punto di vista numerico, i crismi della beatificazione ci sarebbero tutti: 88 partite con la divisa verdeoro, 66 gol segnati. Di queste 88 partite, solamente 4 perse. Ma proprio qui sta il punto. Una di quelle quattro sconfitte è stata quella del 5 luglio 1982 al Sarrià contro l’Italia, sconfitta che ha tolto al Brasile la possibilità di consacrare campione del mondo una delle squadre più forti costruite nella storia del calcio. Quella della tripletta realizzata da Paolo Rossi resta l’unica sconfitta subìta da Zico sul campo in tre edizioni del Mondiale: terzo posto nel 1978 (con il pazzesco 6-0 dell’Argentina sul Perù che escluse i brasiliani dalla finale), fuori nella seconda fase a gironi nel 1982 e fuori nei quarti ai rigori contro la Francia nel 1986.

Dopo aver smesso di giocare, Zico ha trovato una spiegazione logica a tutto questo, o almeno se l’è data: “Non cambierei mai uno dei titoli che ho vinto con il Flamengo per un Mondiale”. Affermazione di comodo, tanto il Brasile di Mondiali ne ha vinti cinque senza di lui mentre la nazione rossonera, come ama definirsi l’immensa tifoseria del Flamengo, divide la storia del club in “avanti Zico” e “dopo Zico”, riconoscendo in lui un vero Messia capace di donare immortalità a una maglia e a un simbolo. Ed è anche una frase che lo affranca da quelli che per altri giocatori sarebbero stati considerati dei tradimenti, le due stagioni disputate in Italia con l’Udinese e il finale di carriera in Giappone, con la maglia dei Kashima Antlers. Scelte dettate soprattutto dal tornaconto economico, questo è acclarato e oggetto di outing senza falsi pudori. Ma per la nazione rossonera non è così, mai a Zico verrà incollata l’etichetta di mercenario. Il Galinho e la sua maglia a strisce orizzontali nell’immaginario collettivo carioca saranno sempre la stessa cosa, totalmente identificati, un solo amore, un solo cuore, due soli colori.

Ricordare quei tempi significa anche sentire una fitta al cuore per la differenza di livello tecnico tra la Serie A degli anni ’80 e quella attuale. L’Udinese era una piccola squadra, verissimo, ma l’allenatore Enzo Ferrari poteva permettersi di schierare un attacco composto da Zico, da due talenti immensi come Franco Causio e Massimo Mauro e da un finalizzatore spietato come Pietro Paolo Virdis. Il tutto per giocarsela alla pari con la Juventus di Platini e Paolo Rossi, con la Roma di Falcao e Cerezo, con l’Inter di Altobelli e Beccalossi. L’Italia era un Eldorado capace di attrarre i più grandi talenti del globo terracqueo, una specie di Nba con una risonanza planetaria ancora superiore. O giocavi in Italia o non eri nessuno, tanto per essere chiari. Ma nonostante tutto questo, Zico all’Udinese resta uno dei paradossi più affascinanti nel la storia del calciomercato.

Forse più di Paolo Rossi al Perugia, sicuramente molto più di Cristiano Ronaldo alla Juve e mille volte più di Ronaldo Fenomeno all’Inter. Lo ha scritto con impressionante efficacia Luigi Maffei, un giornalista del Gazzettino: “Per noi friulani, Zico all’Udinese aveva lo stesso significato del motore di una Ferrari montato su un’utilitaria. Ci sentivamo gli unici al mondo in possesso di un’automobile così meravigliosa e assurda”. Perché Zico a Udine ha fatto suonare le campane della bellezza, proprio dove sette anni prima c’erano state devastazione e morte.