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Coronavirus, sono tornato in Cina e mi hanno messo in quarantena. Qui però la tecnologia c’è

di Gianluigi Perrone*

Il mio precedente articolo (leggibile qui) aveva creato un po’ di clamore locale, visto che agli albori del Coronavirus affaire, quando solo la Cina era il paese infetto, degli untori che arrivavano da lì non potevano che suscitare le ire dei più timorosi. Invece abbiamo fatto la quarantena, noi siamo vivi, i nostri parenti non sono morti, inclusa mia nonna Nella con la quale abbiamo potuto festeggiare gli 88 anni. Non avevamo il Coronavirus, forse perché quando qui in Cina ci hanno detto di stare a casa, lo abbiamo fatto veramente.

Intanto la situazione cambiava in Italia, e ci siamo trovati a vedere la situazione ribaltarsi. Mentre l’infezione in Cina inizia a scomparire, il panico si scatenava nel Lodigiano, gli amici cinesi scrivevano per chiedere cosa stesse succedendo, io giravo un corto sul Coronavirus a La Controra e Isabella iniziava a mangiare pappa solida; l’Italia diveniva Zona Rossa.

Per motivi di lavoro e avendo una famiglia di medici e farmacisti esposti in prima linea al rischio del virus, era il momento per la piccola Isabella Luna di affrontare il viaggio di ritorno.

Non è sicuramente rilassante, ma naturalmente voli e aeroporti sono costellati da test di ogni tipo, fino ai controlli veri e propri arrivati a Pechino. Fortunatamente nessuno dei passeggeri, per la stragrande maggioranza oriundi cinesi, è positivo al virus. Tuttavia chiunque arrivi deve sottoporsi a quarantena. Siamo stati fortunati, perché fino al giorno in cui siamo arrivati noi è concesso farlo da casa, ma dal giorno dopo il governo decide di farla fare in albergo a spese del passeggero, che variano da 200 a 600 rmb (tra i 25 e i 70 euro) al giorno.

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Venendo dall’Italia suscitiamo particolare ansia. Qui la gente sa tutto di quello che succede in Italia, dai numeri degli infetti alla gente che canta sul balcone. Dopo aver firmato con la polizia distrettuale, l’ufficiale preposto per il residence mette i sigilli, ovvero un adesivo all’esterno della porta che se si rompe, vai in galera. “Vai in galera in Cina” specificano, che vuole intendere che non è esattamente un villaggio vacanze.

Come probabilmente per il lettore, la prima domanda di chiunque è stata “e come fai a mangiare?”. Nella risposta c’è la profonda differenza sociale della Cina, rispetto all’Italia ma anche alla stragrande maggioranza del mondo occidentale, che ha permesso al governo cinese di gestire la cosa e che crea invece grossi problemi in Italia. Già, perché se dici alla gente che deve stare in casa senza incontrare nessuno è necessario poterlo fare.

Negli ultimi dieci anni, ma perfezionandosi negli ultimi cinque, il pagamento elettronico è lo standard cinese. Raramente si paga cash, perché nel telefono è possibile avere Alipay, una applicazione di trasferimento di denaro dalla propria banca, o ancora meglio Wechat-pay, legato alla applicazione Wechat che si potrebbe riduttivamente definire il WhatsApp cinese, ma che in realtà fa praticamente tutto. Oltre a chattare (e, credetemi, pochi telefonano direttamente o mandano email), Wechat permette di pagare bollette, caricare il cellulare, prenotare viaggi, prenotare la colf, prenotare l’ospedale e ordinare qualsiasi cosa a casa.

Badate che l’applicazione non la usa solo il nipote avvezzo alla tecnologia ma anche la nonna. Tramite applicazioni di delivery service per cibo (come Meituan Waimai) o per qualsiasi altra cosa (come Taobao), la gente è abituata a ricevere a casa la spesa ogni giorno. Nel caso della quarantena viene lasciata a uno dei portieri del residence che la porta a casa, rompe il sigillo, consegna e rimette un nuovo sigillo. All’occorrenza pare che portino anche il cane fuori.

Il sistema è così consolidato che sembra quasi che la Cina fosse preparata all’epidemia. Di contro, invece, lo “smart working” è veramente raro, dedicato a pochi settori, e contrario a alcune regole lavorative vigenti, nonché alla mentalità aziendale.

Naturalmente la Cina ha dalla sua una grossa popolazione che, dovendo pur lavorare, fa il delivery boy, con una dedizione impensabile in Occidente (corrono!). É molto probabile che in futuro verranno utilizzati i robot per fare le consegne. Esistono già dei prototipi. E in un futuro un po’ più remoto avremo le stampanti tridimensionali in grado di ricreare qualsiasi cosa, inclusa una bistecca o un pomodoro. Quella sarà l’ultima frontiera della quarantena.

* CEO di Polyhedron VR Studio
www.polyhedronvrstudio.com