Cronaca

Coronavirus, Trento: “Noi ci siamo approvvigionati e organizzati in gennaio, quando il rischio era ancora in Asia”

Il direttore generale dell'Azienda Provinciale per i servizi sanitari Paolo Bordon al Fatto.it: "Prevenzione è anche questo. Stretta collaborazione con la comunità cinese, il contagio non è arrivato da lì, ma dai turisti di carnevale"

“Apparentemente siamo molto ben messi, però dipende dal trend dell’infezione che sta crescendo anche per noi quindi ci aspettiamo purtroppo dei problemi”. La voce del Direttore Generale dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, Paolo Bordon, è seria ma lucida mentre spiega come la sanità trentina di fronte al coronavirus si sia organizzata ridistribuendo specializzazioni, posti letto e professionalità tra i 7 ospedali della rete, oltre ai pochi privati del territorio a cui si stanno aggiungendo spazi riconvertiti. Per un totale, al 18 marzo, di 77 letti in terapia intensiva (da 24 originari), 41 in terapia intensiva non invasiva e 342 (da 2) per malattie infettive, cifre che si aggiornano di continuo insieme alle strategie che si muovono con il virus. “Siamo un’entità organizzativa completamente diversa da quella che eravamo al 31 dicembre 2019”, sintetizza ricordando che la sanità nella Provincia Autonoma di Trento è ancora quasi tutta pubblica. E i numeri al momento sono sotto controllo.

Merito anche di una certa lungimiranza, no?
“Abbiamo fatto un lavoro veramente straordinario, quando l’epidemia era percepita come un rischio legato all’Asia, alla Cina e i cinesi rientravano dalle loro ferie in patria. Grazie a una strettissima collaborazione con la comunità cinese locale che ha un loro referente e ci segnalava tutte le persone di ritorno dal gigante asiatico, abbiamo messo in quarantena facoltativa le persone a rischio, individuando degli spazi nostri che abbiamo messo a disposizione per chi non poteva stare a casa e devo dire che non c’è stato un cinese positivo”.

Ma poi vi siete contagiati lo stesso…
“L’emergenza vera è stata quella in parte imprevista e cioè che il contagio per noi venisse dai turisti perché i nostri contagi sono arrivati da turisti, prevalentemente lombardi e veneti, che venivano a sciare sulle montagne trentine soprattutto la settimana di carnevale e lì è partita la cosa. Il primo caso è di inizio marzo. Abbiamo visto espandersi i casi soprattutto nei comuni nei pressi delle località turistiche: Campiglio, Passo del Tonale, Val di Fassa, dove ci sono molti colpiti tra persone addette agli impianti da sci, maestri di sci, camerieri, ristoratori, albergatori. Poi a loro volta hanno contagiato familiari, residenti e via dicendo. Adesso con le misure contenitive prese noi speriamo di arrivare entro breve all’apice che non sarà ancora adesso però ce lo aspettiamo magari la prossima settimana.
Dobbiamo essere pronti oggi a frequentare un’onda di piena. Dipende da quanto è la piena perché se cominciassero ad arrivare 5-600 casi al giorno è chiaro che non siamo in grado di gestirli. Però in questo momento, anche con la collaborazione delle poche strutture private accreditate che ci sono qui nella rete, ci siamo messi d’accordo, che alcune cose le fanno loro, noi ci formiamo di più sulle malattie infettive, ci siamo un po’ divisi i compiti. Però la presenza del privato in Trentino è molto molto limitata. Cioè noi di fatto garantiamo oltre il 90% dell’offerta.

Nel frattempo non soffrite la mancanza di dispositivi, macchinari, attrezzature?
A fine gennaio ci siamo approvvigionati prevedendo uno scenario negativo, siamo riusciti ad acquisire tecnologie per potenziare i letti di terapia intensiva, i ventilatori, tutte queste cose che adesso sono introvabili. Quindi da quel punto di vista siamo riusciti a trasformare a nostra potenza di fuoco: abbiamo 429 letti complessivi a disposizione, fermo restando che il grosso dei pazienti noi li gestiamo a domicilio e in questo momento su quasi 600 casi noi ne gestiamo oltre 400 a domicilio (dati al 18 marzo, ndr). Abbiamo una rete di servizi domiciliari molto potente che monitora queste persone, chiaramente poi se si aggravano vengono portate in ospedale. La maggior parte delle persone per fortuna riesce a vivere la malattia a casa. Però in terapia intensiva i pazienti non sono di età mediamente altissima. Abbiamo persone sui 50 anni, abbiamo anche un minorenne purtroppo. In questo momento la difficoltà è il giorno per giorno, avere i dispositivi, i respiratori.

Si poteva fare diversamente?
La mia riflessione generale è che, risolta questa emergenza, andranno fatte che alcune analisi a livello di sistema Paese e forse Europa. La maggior parte della produzione di dispositivi, di reagenti di laboratorio, di macchinari, è tutta in Asia in questo momento. Così quando un sistema mondiale va in crisi, l’impatto è su di noi. Su alcune cose salvavita forse sarebbe opportuno pensare di essere autonomi non dipendenti dall’estero: io lo sto vedendo come un problema quotidiano il fatto di avere delle aziende che so per certo che il prodotto, ad esempio le mascherine, è tutto delocalizzato e c’è la difficoltà di far arrivare la merce. In questo momento far entrare in Italia della merce e andarla a prendere è un’impresa titanica. Non solo per me, per tutti. Quindi alcune riflessioni vanno fatte a livello nazionale. Per fortuna c’è il Servizio sanitario pubblico che molto spesso era stato visto come un problema perché è un sistema che drena molte risorse, ma penso che sia la consapevolezza da parte di tutti che da oggi un po’ bisognerà investire su questo sistema, perché noi ci siamo protetti da vari problemi economici, sono state studiate misure per prevenire la crisi finanziaria, forse non si era previsto che una crisi potesse nascere da un virus. Che è anche una crisi mondiale che ha un impatto economico devastante. Quindi da operatore del sistema io dico ‘investiamoci’. E probabilmente una delle cose che era stata molto sottovalutata negli anni è la prevenzione territoriale.

Quindi più prevenzione
Noi abbiamo cercato di prevenire… ci siamo inventati la parola prevenzione organizzativa, cioè trasformare in tempo – speriamo di averlo fatto – tutti i letti possibili in terapia intensiva. È come se uno sa che c’è una piena che deve arrivare, ha piovuto tanto e aspetta che scenda a valle. Stiamo facendo questo. Abbiamo delle competenze buone, abbiamo delle persone motivate che non si tirano indietro e quindi tutti si stanno dando da fare in una maniera incredibile, c’è una forte coesione col sistema dei comuni, la protezione civile, anche con il mondo delle Rsa che sta gestendo delle situazioni impreviste: chi pensava nelle strutture delle case di riposo di dover gestire delle epidemie di questo tipo?