Cronaca

Coronavirus, gli esperti: “Animali non lo trasmettono all’uomo”. Lav: “Non ci risultano abbandoni”

Il primo e unico caso scientificamente conosciuto e analizzato è quello del piccolo cane pechinese trovato positivo al Covid-19 ad Hong Kong, ma sulla trasmissione all'uomo non ci sono evidenze scientifiche

“Tra oltre 1800 mail e telefonate giunte al nostro centralino d’emergenza negli ultimi giorni nessuna riguardava animali abbandonati”. Gianluca Felicetti, presidente LAV (Lega AntiVivisezione), getta acqua sul fuoco. La notizia secondo la quale in quattro giorni sono stati abbandonati duemila cani a causa della paura contagio da Coronavirus è priva di fondamento. “È una notizia non vera, la fonte non è attendibile – prosegue Felicetti che poi ricorda come l’unica telefonata disperata al fronte desk Lav fosse invece di una famiglia milanese trovata positiva al Covid-19 e che chiedeva aiuto per il gatto rimasto a casa mentre loro venivano trasferiti all’ospedale.

“Grazie ai nostri volontari siamo riusciti a prendere in custodia il gattino e ora trascorrerà i prossimi giorni tranquillo in attesa della guarigione dei suoi cari”, aggiunge il presidente della LAV. Insomma, per fortuna gli italiani sono ancora affezionati ai loro animali domestici e non li tradiscono, lasciandoli sul ciglio della strada. Anche la FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiana) ribadisce al fattoquotidiano.it che la notizia dell’abbandono è priva di fondamento; poi in un comunicato diffuso alla stampa torna su una frase del capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, che aveva stigmatizzato i “presunti” abbandoni di animali domestici, definendola una “cosa deprecabile”. La frase seguente – spiegano da FNOVI riferendosi alla chiosa di Borrelli – si presta però a possibili equivoci: “Sappiamo che il coronavirus è presente anche nei cani, ma non è una ragione per cui li debbano abbandonare”. Un piccolo “scivolone magari dovuto alla stanchezza”, aggiunge Felicetti. Già, perché le cose non stanno proprio così.

“No, ad oggi non abbiamo nessuna evidenza che gli animali domestici, cani e gatti, possano essere infettati dal Coronavirus e che lo possano trasmettere all’uomo”, spiega Luigi Bertolotti, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, specializzato in malattie infettive degli animali domestici. Il primo e unico caso scientificamente conosciuto e analizzato è quello del piccolo cane pechinese trovato positivo al Covid-19 ad Hong Kong (poi morto). “Il cane si negativizzò in pochi giorni, non sviluppò nessun sintomo e non si trovarono nemmeno anticorpi verso il virus. Allo stato attuale, insomma, non esistono casi di salto di specie tra uomo e cane”, ricorda Sergio Rosati, ordinario di Malattie infettive degli animali domestici sempre all’UNITO. “Semmai stiamo attenti che da untore il cane o il gatto non diventino vittime. Parlo del cosiddetto effetto ciabatta, ovvero se un paziente positivo starnuta addosso all’animale e sul suo pelo rimane qualche particella del virus, quindi diventa trasportatore passivo. A livello attivo, appunto, non c’è evidenzia di attiva replicazione di trasmissione da animale a uomo”.

“Questo virus ad ora è stabile. All’uomo si è adattato benissimo e non ha nessuna intenzione di fare un altro salto di specie” – sottolinea il professor Bertolotti-, “quando si adatta a una specie ci vuole tempo e la necessità di adattarsi nuovamente. Nei wet market cinesi, i mercati all’aperto in cui si vendono animali vivi, il Covid-19 inizialmente ha avuto tante specie a disposizione a cui adattarsi. L’incontro con specie diverse è stato favorito da queste modalità comportamentali dell’essere umano. La virologia insegna che ci sono ospiti intermedi. Nel nostro caso passiamo dall’intestino del pipistrello all’uomo. Per l’H1N1, ad esempio, il passaggio fu volatile, maiale, uomo”. “Non escludo – aggiunge il collega Rosati – che grazie a queste abitudini scellerate venti o trent’anni fa ci fossero già piccoli focolai di questo virus. La storia evolutiva di questi virus è lunghissima e risale a dieci milioni di anni fa quando l’uomo è diventato pastore e agricoltore iniziando ad intrecciare salute e malattia con il mondo animale. Negli ultimi decenni, poi, la globalizzazione ha fatto il resto”. In Italia però non si sta di certo con le mani in mano e proprio dall’Università di Torino sta partendo uno studio pilota a livello sierologico sugli animali da compagnia. “La sierologia dà un’immagine completa e complementare alle informazioni ottenute dal tampone, rapida e a prezzo inferiore, basandosi sulla rilevazione degli anticorpi sviluppati contro il virus – conclude Bertolotti – Ci stiamo muovendo apposta e in maniera precisa per fare chiarezza su un tema così delicato proprio in questo momento di così grande emotività”.