Società

Gps, la coppia di ingegneri che mappa le montagne italiane sfruttando la tecnologia dei navigatori

Con il materiale raccolto Giorgio Meroni e Marco Tagliabue hanno sviluppato un portale online, gratuito e interattivo, consultabile da qualsiasi curioso o turista. Così organizzare un’escursione diventa più facile e più sicuro

“Perché il Gps sia preciso, devi essere in movimento. E in montagna, se ami camminare, ti muovi eccome”. Giorgio Meroni e Marco Tagliabue sono ingegneri civili, lavorano in uno studio tecnico a Oggiono, nel lecchese. Dovrebbero occuparsi solo di pratiche edilizie, progettazione, cemento armato. Ma hanno una gran passione per la montagna e le cartine. E sono entrambi specializzati in funzionamento del Gps, il sistema di posizionamento globale che permette – tramite l’uso di satelliti – di individuare l’esatta posizione di qualcosa sulla Terra. I più conoscono il significato di questa sigla perché è grazie al sistema di posizionamento che funziona il navigatore che ci guida nel traffico cittadino.

Ma i due ingegneri lombardi volevano che questo strumento rendesse accessibili anche le vette della Penisola. Così nel 2012 hanno incominciato a mappare 280 chilometri di sentieri in Calabria per un progetto editoriale legato a La rivista del Trekking: lungo il percorso tengono traccia delle vie praticabili, scattano fotografie, registrano descrizioni su paesaggi, attrazioni, strutture utili e indici di difficoltà. Con il materiale raccolto hanno sviluppato un portale online, gratuito e interattivo, consultabile da qualsiasi curioso o turista. A supportarli, Marco Bortolin, l’informatico del gruppo.

L’esperimento ha successo, quindi lo replicano: nel 2014 esplorano con lo stesso spirito le cime dietro casa loro, quelle intorno al lago di Como. Finanziati dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, creano per la Comunità montana del Triangolo Lariano una pagina web bilingue che permette di muoversi agilmente a piedi o in bicicletta sui monti dei luoghi manzoniani. Da qui si possono scaricare i tracciati dei sentieri in formati compatibili con dispositivi Gps o con Google Earth. Perché funzionino, bisogna avere la connessione a internet.

“Noi vogliamo essere utili prima, per programmare il viaggio, oppure in caso di emergenza. Per il resto il suggerimento è uno: quando cammini goditi il paesaggio, non stare attaccato al cellulare”, precisa Marco. E racconta con trasporto anche i dettagli tecnici del Geographical information system (Gis), il procedimento con cui a una forma sulla mappa fanno corrispondere le informazioni utili ai viandanti: “Questo cerchio può essere un castello”, spiega sventolando a mezz’aria un piattino da caffè, “ma poi devi fare in modo che cliccandoci sopra tu ottenga i dati schedati nelle nostre tabelle Excel: indirizzo, orari di apertura, panoramica, numero di telefono, eventuali prezzi del biglietto”, spiega. E sottolinea come dar vita alle piattaforme richiede tempo: “Per attraversare il Parco nazionale del Gran Sasso, uno dei nostri ultimi progetti, sono bastati venti giorni di trekking intensivo, ma prima di andare online sono passati mesi”.

Un lavoro che a qualcuno può sembrare una vacanza – “perché in fondo facciamo una cosa che ci piace da matti” – ma che costa fatica, richiede sintonia con il proprio compagno di viaggio e obbliga a essere adattabili: “In Abruzzo la sveglia suonava alle 5, si cominciava a camminare verso le 6 e non ci fermavamo fino alle 19 almeno. Se per percorrere un tratto di strada di solito serve un’ora, noi ne mettiamo in conto due per fare le rilevazioni. Pioggia o sole, poco importa. Non è una gita che puoi rimandare. E buona parte degli itinerari è quasi deserta, quindi se cominci a litigare è un bel casino”.

La montagna insegna molto. “Impari che se non vuoi essere attaccato da un cane pastore che difende il gregge non devi scappare, altrimenti ti trasformi in preda. Oppure che quando una mandria di mucche ti punta, spera solo che tu sia uno dei mandriani che per farsi seguire lasciano una scia di sale, di cui i bovini sono ghiotti. Pazzia che io non lo sapessi e quindi sono corso a valle a rotta di collo”, scherza il giovane ingegnere.