Società

“Ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per inventarmi un dizionario romanesco-inglese. Ha funzionato”

Carolina, 28 anni, si è licenziata per seguire la sua passione: tradurre l'essenza della romanità. Dopo il successo su Instagram e Facebook le sue traduzioni sono comparse su tazze e borse, e poi raccolte in un libro che è una grande lettera d’amore per la Capitale: "Mi piange il cuore quando vedo la grande bellezza di questa città ridotta a brandelli, anche dai suoi stessi abitanti"

Chi vi viene in mente quando pensate al dialetto romanesco? Alberto Sordi? Gigi Proietti? Zerocalcare? Se frequentate un po’ i social dovreste pensare a Carolina Venosi, la mente dietro alla pagina Rome is More, i meme che traducono il vernacolo della Capitale in inglese con lo stile dell’Oxford Dictionary: pronuncia fonetica, divisione in sillabe, una frase d’esempio. Così ‘Du’ vorte’ diventa ‘Twice’ e ‘Stai manzo’ diventa ‘Stay beef’, cioè stai calmo. Dopo il successo su Instagram e Facebook le sue traduzioni sono comparse su tazze e borse, e poi raccolte in un libro che è una grande lettera d’amore a Roma: Veni Vidi Daje (Bur Rizzoli, 168 pgg., 10,90 euro). E così Carolina, 28 anni, ha lasciato un contratto a tempo indeterminato per seguire la sua passione: «Non potrei esserne più felice, era il momento giusto – dice Carolina a ilfattoquotidiano.it –. Amo Roma, era una cosa che sentivo di dover fare, ma sono io la prima a essere stupita di tutto questo successo».

Tutto nasce da un ‘Daje’, esortazione capitolina tradotta in ’Come on!’: «Mi ricordo ancora che ero nella cucina della mia vecchia casa: è nato perché volevo trovare un modo per staccare dal lavoro e dare sfogo alla mia vena creativa e ironica. Roma poi è sempre stata una mio pallino». Prima c’era stato un blog in cui dava consigli per le vacanze romane dei lettori, poi l’idea di tradurre l’intraducibile, l’essenza della romanità: gajardo, cecagna, ciao core. Così è nato il dizionario romanesco-inglese a misura di social, “Rome Is More”. Una guida non solo per chi arriva dall’estero, ma per chiunque viva al di fuori del Grande Raccordo Anulare (estero, appunto). «Evidentemente ho toccato la corda giusta, perché la pagina è esplosa: in due settimane ho raggiunto i 25mila follower», racconta.

Merito di un contrasto accattivante tra la grafica elegante da enciclopedia britannica, con tanto di alfabeto fonetico, e il contenuto un po’ ruspante, anzi, coatto: «Mi rispecchia molto l’idea di mettere una cosa scurrile in bella forma, mi piace il contrasto tra estetica raffinata e contenuto ironico». Insomma, una mandrakata (un colpo di genio, copyright di Gigi Proietti) scritta in bella grafia. Carolina ha una laurea in Architettura (e si vede dalla cura del profilo Instagram, che alterna meme a eleganti facciate di palazzi e vedute dai tetti di Roma), ma ha deciso di costruire una carriera nel mondo del marketing digitale, ottenendo un contratto a tempo indeterminato. «Non ho paura nel cambiamento, nel mondo di oggi devi essere liquido, flessibile». Quando si è resa conto che la sua creatura digitale era diventata un lavoro serio, ha cavalcato l’onda: «Non è stato un colpo di testa, avevo definito un piano molto solido. Semplicemente, non avevo ancora trovato il mio posto nel mondo: se non avessi fatto il salto non lo avrei fatto più e me ne sarei pentita per sempre», conclude. Quella che un anno fa era una pagina nata per divertimento oggi è diventata una società, con un e-commerce di prodotti, un libro e altre pagine gemelle nate in altre città.

All’inizio Carolina era rimasta in incognito, come i supereroi: «Le persone però si rivolgevano alla pagina come a ‘un gruppo di ragazzi’, ho dovuto farmi avanti: sono una donna e faccio pure tutto da sola». Carolina riflette sul fatto che il dialetto romanesco non venga mai associato alle donne: «Non è considerato chic, femminile, e in effetti è abbastanza volgare. Ma soprattutto mi sono accorta che i progetti di comicità sul web sono quasi tutti di gruppi di uomini». Oggi l’account Instagram di Rome Is More sfiora i 200mila follower, ed è diventato un libro. Sfogliando le pagine si trova un divertente compendio di vizi e virtù dei romani: la pigrizia satolla della ‘pennica’, la ruvida insofferenza del ‘t’accolli’, il fatalismo di un ‘eccallà’, la distaccata nonchalance di un ‘m’arimbarza’ e la filosofia dello ‘scialla’, che è un po’ l’Hakuna Matata del cupolone. Tra le molte espressioni raccolte, la preferita di Carolina è ‘Se, lallero’ (traduzione simultanea: “sì, certo, aspetta e spera”). «Una parola un po’ all’antica, ma la usava sempre mio nonno e ci sono affezionata: è stato uno dei primi post a diventare virale, mi piace pensare che sia merito suo».

La chiave del successo, secondo Carolina, è il fortissimo senso d’appartenenza che lega la città ai suoi abitanti: la amano, la odiano, la ignorano ma non riescono a staccarsene, come certi amori tormentati. «La chiave del suo fascino è essere decadente, devi sempre scoprirla: per me Roma è come una donna trasandata, ma bellissima, unica». Una volta era sinonimo di Dolce Vita, ora la città eterna evoca attese infinite dei mezzi pubblici e cumuli d’immondizia per strada. «Mi piange il cuore quando vedo la grande bellezza di questa città ridotta a brandelli, anche dai suoi stessi abitanti che spesso si lamentano senza fare nulla». L’appello per i romani, quindi, è di voler più bene alla propria città. Quello per i milanesi è di ripassare le basi: «Una volta per tutte: ‘sticazzi’ e ‘mecojoni’ a Roma vengono usati nel senso opposto a come li usate voi, il primo esprime indifferenza, il secondo stupore». E ‘nnamo, dai.