Economia & Lobby

Helicopter money, una vera sfida. Ma prima bisogna superare alcune false credenze

Un interessante articolo di Claudio Borio, pubblicato su IlSole24Ore.it con il titolo “Helicopter money, una politica da evitare” ci offre il destro per tornare su un argomento mai abbastanza trattato e approfondito: quello relativo all’origine del denaro.

Claudio Borio è il responsabile del Monetary and Economic Department della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Quindi, il suo punto di vista è interessante sia perché viene da dentro l’establishment del sistema bancario, per così dire, sia perché è successivo a una recente dichiarazione di Mario Draghi. Ci riferiamo alla sorprendente apertura del governatore uscente della Bce al cosiddetto helicopter money. Tale è definita l’operazione con la quale una banca centrale immette denaro direttamente “nelle tasche” dei cittadini, anziché nei mercati finanziari (come avviene, invece, attraverso le operazioni di Ltro, Tltro o quantitative easing).

Partiamo dalla fine del pezzo di Borio perché è una fotografia perfetta della “mappa del mondo” su cui si sono formate intere generazioni di economisti e politici, soprattutto nell’era del neoliberismo trionfante apertasi dopo il crollo del muro di Berlino.

Ebbene, secondo Borio le idee di “finanziamento monetario” (così l’autore sintetizza le operazioni riconducibili a ogni forma di helicopter money) sono fuorvianti, giacché “l’unico modo per favorire una crescita sostenibile è rimboccarsi le maniche e realizzare riforme strutturali che rendano l’economia più competitiva, più dinamica e più aperta all’innovazione. Le banche centrali non hanno la bacchetta magica”.

Vi viene da pensare: “Questa l’ho già sentita”? Normale, perché la mappa del mondo di cui sopra non è solo la “loro” mappa (di chi detiene la governance del sistema monetario, diciamo) ma anche la nostra. Siamo tutti, irrimediabilmente, condizionati da questo paradigma inscalfibile secondo cui il denaro, la moneta sono fattori totalmente neutrali rispetto alle dinamiche dell’economia: essi esistono, anzi pre-esistono, rispetto al dato umano delle scelte e delle opzioni (e cioè al dato tipicamente “politico”).

Secondo questa impostazione, la politica deve tenersi rigorosamente lontana da ogni tentazione di gestire la scaturigine dei soldi. Tale compito non può essere lasciato all’arbitrio dei rappresentanti dei cittadini perché costoro sarebbero, in base a tale vulgata “mistica”, unfit (come diceva Bill Emmott di Berlusconi): inadatti, cioè, a gestire i cordoni della borsa. E allora questa prerogativa viene riconosciuta a delle autorità “indipendenti” (non si sa bene in forza di quale virtù teologale, cioè infusa) quali sarebbero le banche centrali. Senonché anche queste ultime, in realtà, sono “vincolate” rispetto alla moneta. Esse possono produrla solo in un modo: e cioè indebitando gli Stati.

La conclusione del discorso di Borio è esemplare da questo punto di vista. Quando egli commenta sconsolato che “le banche centrali non hanno la bacchetta magica” sta facendo riferimento proprio a questa sorta di “potenza impotente”. Nell’articolo, il concetto è meglio esplicitato laddove l’autore scrive che l’helicopter money implicherebbe un “bilancio consolidato unico delle amministrazioni centrali e della banca centrale” che si ridurrebbe a una “grande operazione di gestione del debito pubblico per rimpiazzare il debito a lungo termine con debito a breve (overnight)”. Quello che facevamo quando eravamo liberi, insomma, e che fanno ancor oggi Stati indipendenti come Usa, Gran Bretagna e Giappone.

E tuttavia, la vera sfida cui ci esorta il concetto di helicopter money è un’altra: quella di cominciare a immaginare che un altro mondo è possibile. Un mondo dove la moneta non viene più creata a debito, per esempio. E quindi un mondo dove si può, molto semplicemente, creare un’ottantina di miliardi al mese non per comprare nuovo debito, ma per finanziare direttamente “cosette” come scuola, pensioni, ospedali, sanità.

Per farlo, però, dobbiamo disipnotizzarci da due false credenze:

1) che il monopolio della genesi del denaro spetti solo a cupole elitarie e totalmente avulse dalla politica e dalla legittimazione popolare;
2) che il denaro debba necessariamente entrare in circolo solo a fronte dell’insorgenza di un correlativo debito in capo agli Stati.

A tal proposito, chiudiamo con un’altra frase rivelatrice dell’articolo in commento: “È politicamente irrealistico pensare che la banca centrale possa incaricarsi di decidere quanto denaro trasferire, quando farlo e soprattutto quando smettere di farlo”. Per com’è concepita ora la Bce, è vero. Ma non è assolutamente irrealistico pensare che lo Stato possa decidere di farsi carico esattamente di ciascuno dei passaggi testé menzionati (quanto denaro generare e trasferire, quando farlo e quando smettere).

Riuscirci, però, sottende non solo, e non tanto, uno sforzo economico, giuridico o politico quanto piuttosto uno sforzo psicologico: quello di rivoluzionare i nostri consolidati, e ormai sclerotici, paradigmi in tema di moneta.