Mafie

‘Ndrangheta, il boss pluriomicida Domenico Paviglianiti scarcerato di nuovo: “La condanna del 2005 già valutata nel calcolo della pena”

La sua storia è emersa l'8 agosto: facendo leva sulla "promessa" dell'Italia alla Spagna di non condannarlo all'ergastolo perché nel Paese iberico non era previsto quando venne estradato, i suoi legali si erano visti riconosciuti la commutazione della pena in 30 anni. Tra permessi e benefici era tornato libero ma subito riarrestato per una condanna del 2005. Ora il gip del tribunale di Bologna accoglie un nuovo ricorso: quella pena era già compresa nella condanna che ha scontato

Era sbagliato anche il nuovo calcolo, quindi il pluriomicida Domenico Paviglianiti è di nuovo un uomo libero. Il boss ergastolano scarcerato una prima volta ad agosto e riportato in cella pochi giorni dopo ha nuovamente lasciato il carcere. Questa volta, pare di capire, per sempre. Il suo ricorso è stato riconosciuto fondato dal gip del tribunale di Bologna, Domenico Trippa, perché è “evidente” che la condanna del 2005 grazie alla quale il boss di ‘ndrangheta era stato riportato in cella “non è un elemento di novità sopraggiunto” in quanto “non solo era stata valutata” nel primo computo del 2002 ma “è stata valutata” già anche dal gip che due mesi fa commutò l’ergastolo in 30 anni perché era stato “violato il principio di buona fede internazionale”. Con ordine.

La storia di Paviglianiti è emersa l’8 agosto quando il Corriere della Sera aveva raccontato come i legali dello ‘ndranghetista, facendo leva sulla “promessa” dell’Italia alla Spagna di non condannarlo all’ergastolo perché nel Paese iberico non era previsto quando venne estradato, si erano visti riconosciuti la commutazione della pena in 30 anni. Tra permessi e benefici, la pena si era estinta e quindi l’esponente della ‘ndrangheta di San Lorenzo, in provincia di Reggio Calabria, doveva tornare libero.

Poco dopo era stato arrestato facendo leva su una condanna a 17 anni del 2005, successiva all’estradizione avvenuta nel 1999. Ma ora il giudice ha ritenuto che quella fosse già nel computo della pena che stava scontando fino ad agosto, quindi Paviglianiti – come racconta il Corriere della Sera – è stato nuovamente scarcerato. Catturato nel 1996, Paviglianiti era arrivato in Italia con la garanzia fornita a Madrid che non gli sarebbe stato il carcere a vita nonostante il boss fosse accusato di diversi omicidi. Questo perché all’epoca la Spagna non prevedeva l’ergastolo che poi è stato introdotto nel 2015.

Il boss, detenuto prima ad Ascoli Piceno e poi a Novara, era stato coinvolto nelle operazioni Olimpia , Valanidi e Barracuda . Le tre inchieste hanno ricostruito le varie fasi della guerra di mafia, tra la cosca De Stefano (di cui avrebbe fatto parte Paviglianiti) e i condelliani, che ha gettato nel baratro Reggio Calabria con quasi mille morti ammazzati dal 1985 al 1991. Erano gli anni in cui Paviglianiti girava con la macchina blindata per paura di cadere sotto i colpi della cosca rivale. Rimediata la condanna per associazione mafiosa, nel 2009 Paviglianiti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dei Antonio Pontari e per un triplice tentato omicidio.

Buona parte della sua carriera criminale è trascorsa a Milano nelle file della cosca Trovato-Flachi, legata ai destefaniani. Il suo core-business era il traffico di droga e armi dalla Svizzera. “Armi ne abbiamo avute diverse – aveva fatto mettere a verbale il collaboratore di giustizia Giovanni Riggio – Praticamente arrivavano tutte da Domenico Paviglianiti da Cuzzola… Gli ultimi tempi erano arrivati i bazooka… erano arrivate le granate tipo ananas”.

Nel 1991 fu coinvolto nell’omicidio di Roberto Cutolo, il figlio del capo della Nuova camorra organizzata Raffaele. Un omicidio decretato a Milano, nel privé di un hotel dove i i vertici di Cosa Nostra, ’ndrangheta, Sacra corona unita e camorra si riunirono in quello che il pentito Nino Fiume definisce il “Consorzio” costituito tra il 1986 e il 1987 e del quale facevano parte i boss “Franco Coco Trovato e Antonio Papalia”, elementi di spicco dell’organizzazione in Lombardia. Una sorta di “superstruttura criminale” che “serviva a coordinare tutte le attività illecite che si svolgevano nel territorio nazionale”.