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Niccolò Bettarini, il figlio di Simona Ventura indagato per diffamazione: ha offeso su Instagram la sua avvocata per la parcella

Secondo il legale, tra l’altro, il 20enne nella sua invettiva sulle parcelle parlava di importi non veritieri

Niccolò Bettarini, il 20enne figlio dell’ex calciatore Stefano e della conduttrice tv Simona Ventura, è indagato per diffamazione nei confronti del suo ormai ex legale, l’avvocato Alessandra Calabrò, che lo rappresentò come parte civile nel processo di primo grado a carico dei quattro giovani che, il primo luglio 2018, lo hanno colpito con coltellate, calci e pugni fuori dalla discoteca milanese Old Fashion. Lo scorso marzo, infatti, dopo che uno degli aggressori, condannato a 9 anni, era passato dal carcere ai domiciliari, Bettarini si era lasciato andare su Instagram ad un duro attaccono non solo nei confronti del giudice, ma anche dell’avvocato Calabrò, lamentandosi, tra le altre cose, delle parcelle. Il legale, dunque, che aveva già rimesso il mandato perché il giovane non aveva pagato i compensi che le doveva (l’avvocato ha ottenuto, nel frattempo, anche un decreto ingiuntivo), lo ha denunciato per diffamazione. Del fascicolo se ne occupa il pm di Milano Elio Ramondini.

Da quanto si è saputo, il fascicolo è ancora in fase di indagini preliminari e se arriverà, poi, una citazione a giudizio Niccolò Bettarini dovrà affrontare un processo per diffamazione, scaturito da quella vicenda dell’aggressione, dopo una nottata passata con gli amici, che i giudici hanno qualificato come un tentato omicidio. L’avvocato Calabrò nella sua denuncia ha raccolto sia le frasi pronunciate dal giovane su Instagram che ciò che è stato riportato, poi, su alcuni media. Secondo il legale, tra l’altro, il 20enne nella sua invettiva sulle parcelle parlava di importi non veritieri. Nel frattempo, l’avvocato ha ottenuto un decreto ingiuntivo sui compensi che le spettavano nell’ambito di un’azione civile.

Intanto, il 2 ottobre scorso è iniziato in appello il processo ai quattro aggressori condannati in primo grado a pene comprese tra i 5 e i 9 anni di reclusione. In particolare, la pena più alta era stata inflitta a Davide Caddeo, 30enne difeso dal legale Robert Ranieli e accusato di aver sferrato le otto coltellate. A marzo, il gup Guido Salvini aveva concesso a Caddeo i domiciliari, ma con “l’obbligo” di frequentare un centro di cura per tossicodipendenti e una comunità dove lavorare. Poi, il 30enne è tornato in carcere per scontare un cumulo di pene definitive per altri fatti.