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Iran-Usa, l’attacco al petrolio saudita preoccupa Washington e incendia i negoziati di pace: il nodo della guerra nello Yemen

Gli effetti economico-politici dell'attacco di ieri contro le installazioni petrolifere dell’Arabia Saudita sono significativi. E gli Stati Uniti ora mettono dei paletti: l’Iran dovrà tener conto delle varie milizie sciite in Siria, Iraq, Libano e appunto Yemen. La distruzione di Abquaiq rischia di ridurre la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno

Sono estremamente significativi gli effetti economici e politici dell’attacco con droni contro le installazioni petrolifere dell’Arabia Saudita. Quelli economici sono pesanti e immediati, visto che l’impianto di Abqaiq è il centro del sistema energetico saudita. Quelli politici, invece, rendono ancora più infuocata una situazione già molto difficile. Gli Stati Uniti non hanno infatti perso tempo e hanno immediatamente indicato nell’Iran il vero mandante dell’attacco, andando quindi a minare, o comunque a mettere dei paletti a qualsiasi futuro negoziato di pace con Teheran.

Il fatto è che Washington è sempre più preoccupata per la vulnerabilità che le strutture civili e petrolifere saudite stanno mostrando. Sono decine gli attacchi lanciati dal confine con lo Yemen, contro aeroporti, impianti petroliferi e fabbriche. Il recente disimpegno degli Emirati Arabi Uniti dalla guerra nello Yemen – che dura ormai da quattro anni – rischia di isolare ulteriormente l’Arabia Saudita, che si troverebbe a questo punto a dover gestire da sola la grana dei ribelli Houthi, che hanno rivendicato l’attacco. Tra le possibilità, potrebbe dunque esserci un ripensamento anche da parte di Riyadh per una guerra che ha causato migliaia di morti e che ha pesantemente compromesso l’immagine internazionale del regime saudita. A questo punto, gli Stati Uniti si troverebbero con milizie fedeli a Teheran anche nello Yemen, e con un’influenza regionale iraniana ancora più forte.

Si spiega probabilmente così la veemenza della risposta americana agli attacchi alle strutture petrolifere saudite. Gli Stati Uniti sanno molto bene che i responsabili potrebbero anche essere milizie sciite di stanza nell’Iraq settentrionale – come probabilmente già avvenuto in maggio, quando a essere attaccate furono due stazioni di pompaggio saudite. L’ipotesi sarebbe tra l’altro supportata dalla dichiarazione del Kuwait, che parla in queste ore del passaggio di droni provenienti dall’Iraq sul suo territorio. Che gli attacchi provengano da Iraq o Yemen comunque poco importa. Quello che preme a Washington, nel rimarcare in modo così netto il ruolo diretto o indiretto di Teheran negli attacchi sul suolo saudita, è sottolineare che qualsiasi futuro negoziato di pace con l’Iran dovrà tener conto delle varie milizie sciite in Siria, Iraq, Libano e appunto Yemen. Gli Stati Uniti, che dopo l’allontanamento di John Bolton dal Dipartimento alla Sicurezza Nazionale parevano più aperti al dialogo, mettono oggi un ulteriore paletto. In ballo, nei negoziati con Teheran, non c’è solo il nucleare. C’è anche il ruolo dei gruppi politici e militari legati all’Iran in tutta la regione.

L’accusa Usa e la risposta di Teheran – Ieri gli Stati Uniti non hanno perso tempo e hanno immediatamente indicato nell’Iran il vero mandante dell’attacco. Nonostante infatti i ribelli Houthi abbiano rivendicato piena responsabilità per l’intervento con droni, il segretario di stato Mike Pompeo ha spiegato su Twitter che “non ci sono prove che gli attacchi siano venuti dallo Yemen”. “Nel mezzo di richieste di de-escalation, l’Iran ha ora lanciato un attacco senza precedenti contro le forniture di energia mondiale”, ha spiegato Pompeo, che non si è tirato indietro nemmeno nel fare i nomi dei responsabili: “Teheran è dietro quasi cento attacchi all’Arabia Saudita mentre Rouhani e Zarif pretendono di impegnarsi nella diplomazia”. La responsabilità iraniana è stata sottolineata anche da Donald Trump, che non si è tirato indietro rispetto alla prospettiva di un attacco militare contro Teheran: “Siamo pronti, con le armi cariche”, ha detto Trump.

Il fatto che il massimo rappresentante della diplomazia americana faccia il nome del presidente e del ministro degli esteri iraniani per condannare la distruzione degli impianti dà il senso di quanto deteriorati siano ormai i rapporti tra Washington e Teheran. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Se Javad Zarif, su Twitter, bolla l’accusa americana come una “grande menzogna”, le Guardie della Rivoluzione non hanno alcun problema a evocare lo scontro militare con gli Stati Uniti. La Repubblica islamica è pronta a una “guerra totale”, ammoniscono i pasdaran, che ricordano anche che tutte le basi militari statunitensi entro un raggio di 2000 km sono alla portata dei missili di Teheran. I toni bellicosi fanno quindi, al momento, tramontare ogni possibilità di un incontro del presidente Donald Trump con le autorità iraniane. Lo dice, esplicitamente, Lindsay Graham, il senatore repubblicano ormai da mesi vicino a Trump e da sempre interprete della politica estera USA: “Il regime iraniano non è interessato alla pace – sta anzi perseguendo armi nucleari e dominio regionale”.

A nulla sono quindi valse le rivendicazioni arrivate dai ribelli Houthi, che proclamano che gli attacchi con droni sono stati realizzati unicamente con le loro forze e tecnologia, senza alcuna assistenza da parte di Teheran e con l’aiuto esclusivo di informazioni di intelligence in arrivo dall’interno dell’Arabia Saudita. L’affermazione è in palese contrasto con quanto da mesi sostengono gli Stati Uniti, secondo cui gli Houthi sono una creatura iraniana e dipendono, quanto a intelligence, tecnologia e obiettivi da colpire, proprio da Teheran. Un recente pezzo sul Wall Street Journal di Brian Cook, responsabile dell’amministrazione Trump per la politica in Iran, spiega che Teheran sta cercando di trasformare l’Arabia Saudita in un altro Libano – quindi in un Paese in cui l’influenza delle milizie legate all’Iran è molto forte.

Il valore economico dell’impianto – La distruzione di Abquaiq rischia di ridurre la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno, il 5 per cento delle forniture globali. Anche se la produzione dovesse riprendere nel giro di 24/48 ore – cosa estremamente difficile, vista l’entità dell’attacco – è probabile un aumento del prezzo del petrolio fino al 10 per cento, secondo Bloomberg. C’è poi la questione dell’IPO (offerta pubblica iniziale) che la Saudi Aramco, proprietaria degli impianti e controllata dalla casa regnante di Riyadh, stava per lanciare. Molto difficile che la valutazione iniziale di duemila miliardi possa essere mantenuta, considerata l’immagine di grave vulnerabilità offerta in quest’occasione.