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Regione Lazio e Campidoglio, Pd e M5s provano a replicare lo schema che ha portato al Conte 2

Da una parte c’è l’ente guidato dal segretario che ha continuo bisogno di rivolgersi alle opposizioni. Dall’altro c’è il Comune: fra poco più di un anno e mezzo si tornerà a votare, la sindaca non si ricandiderà e l’idea – cara soprattutto al Pd - è quella di provare a costruire un fronte comune in chiave anti Lega. Per il momento c’è ancora una certa freddezza, ma le porte sono solo socchiuse

Una convergenza difficile, ma non impossibile che ora ha anche l’avallo del segretario-governatore Zingaretti. Per il momento c’è ancora una certa freddezza, ma le porte sono solo socchiuse. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle stanno provando a replicare in Regione Lazio e al Comune di Roma quanto avvenuto al governo nazionale. A piccoli passi, è vero, ma qualcosa si muove. E la partita non è di poco conto. Da una parte c’è l’ente guidato dal segretario democratico che da governo di minoranza (la sua vittoria è stata così esigua che non gli ha permesso di ottenere il 50% più 1 in consiglio regionale) ha un continuo bisogno di rivolgersi alle opposizioni per far andare avanti e non farsi sfiduciare. Dall’altro c’è il Campidoglio a conduzione Virginia Raggi: fra poco più di un anno e mezzo si tornerà a votare, la sindaca non si ricandiderà (così ha assicurato) e l’idea – cara soprattutto al Pd – è quella di provare a costruire un fronte comune in chiave anti Lega, laddove la Capitale è da sempre un riconosciuto laboratorio politico nazionale.

Una o due caselle da riempire in Regione – L’occasione ghiotta in Regione Lazio è legata alle imminenti nomine di sottosegretari e vice-ministri. Nel cosiddetto “sotto governo” è quasi certo l’ingresso di Gian Paolo Manzella, attuale assessore laziale allo Sviluppo economico, mentre resta qualche spiraglio aperto per Lorenza Bonaccorsi, attuale assessore al Turismo. Una o due caselle libere che potrebbero spalancare le porte al gruppo pentastellato, guidato alla Pisana da Roberta Lombardi, fra i principali sponsor dell’alleanza di governo concretizzatasi sia in Parlamento che a Palazzo Chigi. Per il momento, Nicola Zingaretti ha aperto l’ingresso a uno o due “tecnici non invisi al M5s”. “Ad oggi dico che è prematuro, se non azzardato, un ingresso di esponenti pentastellati”, ha detto il vicepresidente, Daniele Leodori, al Corriere della Sera. E a Ilfattoquotidiano.it, l’entourage del governatore-segretario conferma: “Fin qui il patto d’aula (i 10 punti consegnati ai capigruppo a inizio legislatura, ndr) ha funzionato, quindi possiamo andare avanti così”. Ma i sostituti potrebbero essere decisi insieme: “Si farà il possibile per collaborare”, sottolineano ancora da via Rosa Raimondi Garibaldi.

Ma il M5s chiede il rimpasto – Di incontri ufficiali per il momento non ce ne sono stati, anche perché la partita dei sottosegretari è tutt’altro che chiusa e Zingaretti è concentrato su quella. Sono invece fitte quelle che uno dei consiglieri regionali che punta a un assessorato – e che ha chiesto di restare anonimo – chiama “chiacchiere da bouvette”. “Se si punta a un accordo come quello nazionale, dove Pd e Leu si sono presi 10 ministri dal basso del loro 20%, allora non ci possiamo certo accontentare di due caselline vuote e due tecnici – dice a Ilfattoquotidiano.it – Se si fa, si fa un rimpasto serio, con un programma nuovo, assessorati distribuiti in base alle tematiche, e tutto il resto”. “Solo un caso”, ripetono da entrambe le parti, il fatto che il ritorno dalla pausa estiva la possibile intesa giallorossa possa concretizzarsi alla Pisana già questa settimana, con l’approvazione di una legge sui rifiuti proposta dal M5s e nelle corde del Partito democratico. Delega, quella all’Ambiente, da sempre nel mirino pentastellato e oggi detenuta dal “super assessore” Massimiliano Valeriani, che nel Lazio si occupa anche di Urbanistica e Politiche abitative.

Il Campidoglio e la “opposizione costruttiva” – Se in Regione le parti si studiano, sul colle capitolino è in atto un vero e proprio corteggiamento a Virginia Raggi e al M5s romano. La prima mossa l’ha fatta il Partito Democratico. Il capogruppo dem, Antongiulio Pelonzi, la scorsa settimana è stato ricevuto per circa un’ora dalla sindaca, alla quale ha regalato un libro di Hannah Arendt, “con l’auspicio di saper guardare oltre i muri”. La sindaca, gli ha ricordato che “noi siamo maggioranza e voi opposizione”, concetto ribadito anche dal capogruppo Giuliano Pacetti, che però apre uno spiraglio: “Speriamo un’opposizione costruttiva”. Proprio sulla base di questa dichiarazione, la direzione del Pd Lazio nel pomeriggio di mercoledì ha approvato un documento in cui si mette nero su bianco la strategia di proporre in Aula Giulio Cesare degli atti “simbolici” idonei a prendere le distanze da Salvini e “aprire un nuovo corso”. Si parla in particolare di sgomberi, con il tentativo di scongiurare l’imminente uscita dai locali delle associazioni femministe Casa Internazionale delle Donne e Lucha Y Siesta, ma anche di una convergenza fattiva, come quella sullo stadio dell’As Roma, dove la maggioranza pentastellata potrebbe farsi trovare spaccata alla prova del voto in Aula.

La “città Stato” e l’obiettivo di giugno 2021 – Ma la vera lusinga per Virginia Raggi potrebbe arrivare dalla partita dei poteri per Roma. Un pallino della sindaca, fallito fin qui da tutti i suoi predecessori, il sogno di rendere la Capitale una “città Stato”, una specie di regione autonoma che goda di poteri e trasferimenti diretti. Senza l’ostacolo leghista, in parte ancorato ai retaggi del “partito del nord”, la missione non pare impossibile. L’interlocutore adesso è direttamente il premier Giuseppe Conte, mentre per parte Pd il mediatore è Francesco Boccia, neo ministro per le autonomie e gli affari regionali. Secondo gli intendimenti del Pd romano (e laziale), si potrebbe tranquillamente iniziare a lavorare alla riforma presentandone le linee guida entro il mese di ottobre e arrivando all’approvazione (o quasi) un anno dopo, entro il 20 ottobre 2020, data in cui si celebreranno i 150 anni dalla breccia di Porta Pia. A quel punto mancherebbero solo 8 mesi alle elezioni del giugno 2021 e se lo schema politico incardinato a livello nazionale avrà retto, non è escluso che possa pensare a una clamorosa alleanza elettorale Pd-M5s per il Campidoglio, come argine all’assalto leghista. Anche se a sentire i pentastellati questa ad oggi “è fantapolitica”.