Scienza

Cervello, “ringiovanite cellule progenitrici” in un esperimento su topi

Pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Ginevra lo studio rappresenta una prova di principio della possibilità (ancora remota) di rigenerare la corteccia cerebrale danneggiata da incidenti o malattie

La maturazione delle cellule cerebrali potrebbe non essere un processo irreversibile. Lo dimostra un esperimento in cui le cellule progenitrici del cervello sono “ringiovanite”. Prelevate dalla corteccia di un embrione di topo e trasferite in quella di un embrione più giovane, sono riuscite a ‘ricordare’ e rimettere in pratica le loro abilità più primitive.

L’esperimento, pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Ginevra, rappresenta una prova di principio della possibilità (ancora remota) di rigenerare la corteccia cerebrale danneggiata da incidenti o malattie.
Questo obiettivo viene inseguito da decenni, tanto che già negli anni Novanta alcuni ricercatori avevano tentato un simile trasferimento di cellule progenitrici nel cervello dei topi: quei primi esperimenti però, meno raffinati dell’attuale, avevano portato a conclusioni diametralmente opposte.

“Grazie a tecniche di isolamento cellulare più precise, noi invece siamo stati in grado di identificare cellule progenitrici che si comportano come vere staminali“, rivendica il neuroscienziato Denis Jabaudon. “Una volta trapiantate nel loro nuovo ambiente, sono ringiovanite diventando praticamente identiche agli altri progenitori non trapiantati. L’ambiente agisce dunque come una vera e propria cura ringiovanente”. Il segreto per riportare indietro le lancette dell’orologio è la proteina Wnt. “Sapevamo che fosse importante per mantenere le staminali in una condizione indifferenziata, ma da questo studio – aggiunge Jabaudon – emerge che può fare anche di più, rendendo reversibile il processo di maturazione cellulare”. In un secondo esperimento, il suo team ha provato anche ad accelerare la maturazione dei progenitori, trasferendoli da un embrione più giovane a uno più grande, ma contro ogni previsione non ci sono riusciti.

L’abstract su Nature