Cronaca

Il ponte Morandi non c’è più, ma non è una festa

Anni fa scrissi una nota che si intitolava La violenza è un attimo: raccontavo lo scoppio, è il caso di dirlo, di un gesto aggressivo di un uomo verso un altro per i soliti futili motivi, il suo scagliarsi contro il corpo dell’avversario per colpirlo, di come senza pensare alle conseguenze mi fossi buttata in mezzo ai due per dividerli, e a come una escalation comunque non brevissima fosse partita in modo fulmineo.

Appunto, in un attimo.

Non si tiene mai abbastanza a mente che ci vuole molto, spesso moltissimo tempo umano per costruire, sia oggetti sia luoghi sia vita, mentre per distruggere occorre poco tempo, lo spazio di pochi secondi.

A confezionare un essere umano il corpo materno impiega nove mesi, alcuni grandi mammiferi anche più di un anno. Ci sono capolavori artistici, o architettonici, che resistono ai secoli e all’incuria e sappiamo che ci sono voluti anni e talvolta decenni di lavoro per dare loro forma. Li ammiriamo e visitiamo ma intimamente troviamo più affascinante, più seducente quel brivido carnefice della demolizione, del crollo, dall’incenerimento, una attività ormai diventata una vera e propria scienza: violenta, rapida, chirurgica.

Quando brillano le cariche di esplosivo che finalmente mettono fine allo scempio degli ecomostri spesso si applaude, perché il gesto di rottura è in realtà una riparazione.

Oggi la quasi morbida polverizzazione di quel che restava del maledetto ponte Morandi non può suscitare né gioia né restituzione, perché il suo crollo, il 14 agosto del 2018, sappiamo non è stata una catastrofe naturale, ma il frutto di incuria criminale. Di naturale c’è stato sì, e per fortuna, l’intenso temporale, che ha rallentato il flusso del traffico a quell’ora di solito molto più sostenuto: con una bella giornata senza nubi la conta delle vittime non si sarebbe fermata a 43.

Già prima della demolizione completa era impressionante il vuoto che ti coglieva di sorpresa, se giravi la testa all’altezza del ponte di Cornigliano: quasi con imbarazzo eri lì a chiederti se fosse giusto trovare bella la prospettiva dei monti senza quel nastro di cemento altissimo, e brutto, che ne tagliava la visione: Genova è tutta una interruzione visiva artificiale, a cominciare dalla strada sopraelevata, che si inframmezza tra il mare e la prima fila di palazzi della zona storica, costruita per velocizzare il traffico da levante a ponente pagando il carissimo prezzo di un imbruttimento devastante dello skyline, altrimenti mozzafiato.

Le autorità annunciano per la primavera del 2020 il nuovo ponte, e sono consapevole che ripristinare l’unica via di collegamento tra i due lembi di una città stretta e lunga sarà un sollievo per l’economia, il turismo, il traffico stesso. Ma, se avete una coscienza, smettetela di parlare del ponte Morandi come di un simbolo della città, e, soprattutto, quando verrà il momento dell’inaugurazione del nuovo nastro (spero una cerimonia sobria), abbiate la decenza di tenere toni sommessi.

Il crollo innaturale di un ponte non più sicuro da tempo ha distrutto vite umane e fiducia: nulla, mai, potrà riparare quello strappo. Forse, pur tardivamente, il fiorire di cantieri di messa in sicurezza di decine di infrastrutture vecchie di decenni e altrettanto pericolose potrebbe dare un minimo di senso al dolore senza fine di chi ha perso persone care sotto il maledetto Morandi. Forse.