Giustizia & Impunità

Le manovre al Csm bloccate dal Colle? L’ex pm corrotto Longo: “Palamara mi disse che Mattarella stoppò la mia nomina”

E' questa la versione di Giancarlo Longo, che nel 2018 ha patteggiato 5 anni per corruzione, in un interrogatorio reso alla procura di Messina e riportato nel decreto di perquisizione eseguito dalla procura di Perugia, nei confronti dell'ex segretario dell'Anm e consigliere del Csm Luca Palamara, indagato dalla procura umbra per corruzione. Longo dice che proprio Palamara gli avrebbe comunicato lo stop alla sua nomina con intervento diretto del presidente della Repubblica", indagato dalla procura umbra per corruzione. Palamara è accusato di aver ricevuto 40mila euro per agevolare la nomina dello stesso Longo a capo della procura siciliana

Fu il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in persona, con un intervento “diretto”, a bloccare la nomina di Giancarlo Longo alla guida della procura di Gela. È questa la versione di Longo, che ha lasciato la magistratura a dicembre 2018, dopo aver patteggiato una pena di 5 anni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, in un interrogatorio reso alla procura di Messina e riportato nel decreto di perquisizione eseguito oggi, dalla procura di Perugia, nei confronti di Luca Palamara, ex segretario dell’Anm e consigliere del Csm, indagato dalla procura umbra per corruzione.

Tra le accuse mosse a Palamara c’è anche quella – in concorso con l’avvocato esterno dell’Eni Piero Amara e il suo collega Giuseppe Calafioredi “aver ricevuto 40mila euro per compiere un atto contraio ai doveri d’ufficio, ovvero agevolare e favorire il medesimo Longo nell’ambito della procedura di nomina del procuratore di Gela alla quale aveva perso parte Longo, ciò in violazione dei criteri di nomina e di selezione come individuati dalle circolari e atti correlati (…) pur non venendo in concreto Longo nominato”.

A spiegare la vicenda è lo stesso Longo nell’interrogatorio a Messina del 31 luglio 2018 riportato nel decreto di perquisizione. “Longo – si legge negli atti – riferiva di aver appreso da Calafiore che questi (Amara) sarebbe stato in grado di gestire i voti di Unicost (corrente del Csm, ndr) tramite Palamara, intimo amico di Centofanti (imprenditore indagato con Fabrizio Palamara, ndr)”. Poi Longo spiega che “Calafiore gli avrebbe riferito di aver dato unitamente ad Amara la somma di 40mila euro ‘a beneficio di Palamara’ per la sua (di Longo) nomina a procuratore di Gela, non avvenuta, a dire di Palamara, a causa di un intervento diretto del Presidente della Repubblica”. Infine Longo racconta di “aver incontrato personalmente Palamara nel novembre dicembre 2015 a Roma, in un centro sportivo, di aver parlato della sua possibile nomina a procuratore di Gela, verso la quale Palamara si dichiarava disponibile o in alternativa anche in relazione al posto di procuratore di un’altra procura, precisando che in quell’ocasione non parlarono di soldi”. Una ricostruzione tutta da dimostrare.

Ma qual era l’obiettivo di Amara? Negli atti si legge che Longo spiega “l’interesse di Amara rispetto alla nomina del procuratore di Gela in relazione ai procedimenti riguardanti Eni ivi pendenti, e in sostanza affermava che Calafiore lo aveva incoraggiato a presentare domande di trasferimento avendogli promesso specifici aiuti e possibilità di agganci al Csm”. 

Smentisce questa versione Calafiore che, interrogato dalla procura di Perugia, nega di aver mai pagato qualcuno pur ammettendo di aver aiutato “l’amico” Longo nelle sue domande di trasferimento “facilitandolo ad avere un contatto con Palamara per il tramire di Centofanti”. Longo ha lasciato la magistratura a dicembre 2018, dopo aver patteggiato una pena di 5 anni per corruzione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per la procura di Messina era stato corrotto nella sua funzione di magistrato. Tra i metodi usati da Longo e finiti in più filoni d’indagine c’è anche il “depistaggio” realizzato con un’inchiesta farlocca a Siracusa per un falso complotto ai danni dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi che avrebbe avuto lo scopo di intralciare l’inchiesta della procura di Milano sulla maxi tangente in Nigeria per acquisto del giacimento Opl 245.