Società

Mai come oggi siamo uno e molti. Al festival della psicologia riflettiamo sul tema dell’identità

di Federica Mazzeo*

In questi anni valori, comportamenti e contesti di vita hanno subito una radicale trasformazione, fino a mettere in discussione, su piani differenti, i tratti essenziali della nostra stessa identità. Pensiamo alle opportunità digitali di invenzione e rappresentazione di sé, o alla frammentazione e ibridazione delle forme del lavoro, o ancora ai nuovi assetti sociali e giuridici della famiglia. Il dibattito sulle recentissime Elezioni europee, poi, ha avuto come fulcro proprio il disconoscimento di riferimenti politici consolidati e di quell’idea di cittadinanza su cui si è sempre fondata la nostra idea di comunità.

Mai come oggi l’identità è oggetto fluido, frammentato, polimorfo. Mai come oggi siamo uno e molti, proiettati negli ampi scenari reali e virtuali del nostro agire quotidiano. L’identità si definisce nella relazione: strutturiamo un immaginario di noi stessi in un continuo dialogo con l’altro. Quello che più radicalmente è cambiato negli ultimi tempi è che le fattezze dell’altro si sono immensamente dilatate. Non c’è più soltanto, o soprattutto, la relazione prossimale con gli affetti più vicini, che – secondo gli studi della psicologia evolutiva – fondano il senso del sé. Le occasioni di rispecchiamento si sono deregolarizzate, molte hanno perso il corpo e a volte il peso, sintonizzandosi sul passo di marcia dello sviluppo della società.

I tempi dell’incontro viaggiano a una velocità vertiginosa, con una conseguente contrazione dei tempi di posa e di riflessione. Il modo di fare esperienza del mondo è diventato sincrono: una pluralità di stimoli che si presentano insieme, su cui è necessario compiere un lavoro di valutazione e misurazione, distinguere insomma il grano dalla gramigna, l’essenziale dall’inessenziale, l’autentico dal falso. È il problema dell’informazione, delle fake news, è il problema dell’attenzione, che scivola via in poche battute, è il problema della comunicazione, che si sta orientando verso una specie di ipertrofia dei toni, per cui tutto deve essere sensazionale, dirompente, urlato.

Quello che è stato scomposto e frammentato dalle mutevoli configurazioni del nostro presente sta cercando nuove forme di composizione per poter affermare di esserci e di riconoscersi in maniera vitale. È interessante, ad esempio, che le scelte di consumo – che fino a qualche decennio fa marcavano una differenza di ceto – stiano rivelando più intime istanze di scelta, attraverso l’aumento del valore simbolico delle merci. È interessante che le più attuali ricerche sul tema dei big data stiano puntando sull’etica, per restituire spazio collettivo, oltre che personale, ai valori essenziali che regolano le relazioni: la fiducia, la credibilità e l’utilità sociale tra tutte. È interessante che le nuove frontiere della psicologia sociale applicata al lavoro, oltre che segnalare un’ibridazione tra figure un tempo distanti, come i liberi professionisti e i dipendenti, oggi sottolineino che la felicità al lavoro non è ornamento, ma ingrediente base per la soddisfazione e anche per il rendimento lavorativi. È interessante, infine, che largo spazio nel dibattito culturale sia dedicato ai temi dell’accoglienza, della pluralità, delle nuove forme della famiglia, del riconoscimento di tutte le identità sessuali, della relazione con l’ambiente.

In un contesto genericamente frammentato e immediato, sembra quindi più che mai importante seguire le tracce, i percorsi e i confini dell’identità, per fondare un “esserci” creativo e consapevole. Il “Festival della Psicologia 2019”, che si svolgerà al Teatro India di Roma dal 31 maggio al 2 giugno, rifletterà su questi temi. Il titolo della quinta edizione, Io sono qui, vuole essere un punto di partenza e anche uno snodo. Un invito a dialogare su tutte le istanze e sui numerosi spunti che ci interrogano sulle qualità del nostro modo di essere, sull’autenticità delle sue molteplici espressioni e sulle transizioni che esso sta conoscendo, tanto in chiave soggettiva che collettiva: da quella intimistica del rapporto con se stessi, a quella delle relazioni affettive prossimali, fino a quella sociale e politica dell’essere cittadini.

*Psicologa e psicoterapeuta