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Bici, il Giro d’Italia spegne 110 candeline. La prima edizione: un freno per 15 chili. Metà dei partecipanti non arrivò mai

Il 13 maggio la ricorrenza. Nata dalla competizione tra giornali e corsa con biciclette da 15 chili con rapporto fisso, quell’edizione prese il via alle 2.30 di notte e la prima tappa (da Milano a Bologna) si concluse dopo 14 ore. Le tappe furono in totale 8. A concludere il Giro furono meno della metà degli iscritti e il vincitore fu Luigi Ganna. Vi partecipò anche Pavesi, futuro dirigente di Bartali Giroche scoprì Coppi

Costo: 100 lire, un operaio guadagnava due lire al giorno. Peso: 15 chili con rapporto fisso e un solo freno. A tampone che premeva sulla ruota anteriore. Erano queste le caratteristiche principali di una bicicletta nel 1909. All’epoca il ciclismo, insieme alla scherma e il canottaggio, era lo sport più seguito in Italia. Il 13 maggio di 110 anni fa La Gazzetta dello Sport diede sostanza a quella passione per le due ruote dando vita alla prima tappa Milano – Bologna del primo Giro d’Italia, sulla distanza di 397 chilometri che furono percorsi in oltre 14 ore. Partendo alle 2.53 da quello che oggi è Piazzale Loreto. A vincere quel primo arrivo fu Dario Beni.

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Strano pensarlo oggi, ma il calcio non aveva quel seguito odierno che lo ha eletto a sport nazionale. Portato dagli inglesi attraverso gli scambi commerciali con il porto di Genova, il calcio nostrano era nato appena dodici anni prima, con il primo campionato vinto dal Genoa, prima squadra fondata nella penisola, nel 1892. Il ciclismo, invece, aveva radici ben più solide nell’immaginario nazionale. Basti pensare che già nel 1876 si corse la prima Milano – Torino, e che una Firenze – Pistoia fu svolta nel 1870, quando ancora Roma non faceva parte del Regno d’Italia e il capoluogo fiorentino era la capitale. Una passione non solo italiana. Nel 1903, infatti, il quotidiano francese L’Auto (l’odierno Equipe) organizzò il primo Tour de France. Una novità che La Gazzetta volle seguire introducendo il Giro della Lombardia e la Milano-Sanremo ma non il Giro d’Italia. Un Giro che divenne “rosa” soltanto grazie a una soffiata.

Già nei piani del quotidiano sportivo, nel 1908 la creazione di un Giro d’Italia era anche nei progetti del Corriere della Sera e della società Bianchi (la stessa squadra che poi sarà di Fausto Coppi). Venuto a sapere della cosa, Angelo Gatti – fondatore dell’altra grande società ciclistica Atala – avvisò il caporedattore della Gazzetta Tullo Morgagni, che girò la notizia al Direttore amministrativo Armando Cougnet, l’uomo che introdusse nel 1933 la maglia rosa e che fu l’autentico patron della corsa fino al 1948. La Gazzetta dello Sport forzò i tempi, riuscendo a organizzare il Giro d’Italia. Il via sarebbe scattato l’anno successivo. Il Corriere della Sera si dovette accontentare finanziando il premio finale del vincitore: tremila lire. Una partecipazione che però agevolò notevolmente il lavoro organizzativo di Cougnet.

Otto tappe per 2.448 chilometri complessivi. Dal 13 al 30 maggio. Toccando Milano, Bologna, Roma, Napoli, Firenze, Genova e Torino. Si iscrissero in 166. Partirono in 127. Finirono in 49. Con un montepremi totale (diviso tra premi di tappa e premi finali) di 25mila lire. Sono questi i numeri della prima edizione della Corsa Rosa, in cui fu deciso che la classifica non sarebbe stata a tempo (come invece avviene oggi) ma a punti. Il primo di ogni tappa avrebbe preso un punto, il secondo due, il terzo tre e così via fino alla metà dei corridori al traguardo. Tutti quelli nella seconda metà avrebbero preso cinquanta punti. Vince chi totalizza meno punti. Ai nastri di partenza non solo sei squadre iscritte – tra le quali le maggiori Atala, Bianchi – ma anche i cosiddetti “isolati”. Erano corridori senza squadra, costretti a pagarsi le spese e a trovarsi da mangiare e da dormire. A unire isolati e non, c’era la bicicletta e tutto quello che i corridori erano costretti a portarsi dietro: due borracce (una d’acqua e una di vino), gli attrezzi per riparare la bicicletta e attorno al torace i tubolari di scorta.

Fu il Giro del 25enne Luigi Ganna e del suo “me brusa tanto el cul”, l’espressione usata per commentare a caldo la propria vittoria finale. Nono figlio di una famiglia di contadini della provincia di Varese e ciclista per necessità – ogni giorno percorreva la distanza che separa la sua Induno Olano da Milano per fare il muratore – in quell’edizione alzò le braccia al cielo in tre occasioni: a Napoli, Roma e Genova. Una vittoria decisa all’ultima tappa, vinta da Dario Beni, e decisa da un passaggio a livello tra Busto Arsizio e Rho. Fu lì, infatti, che i rivali Galetti e Rossignoli si dovettero fermare, consentendo a Ganna di rientrare dopo una foratura e di chiudere a quota 25 punti. Rossignoli che avrebbe vinto con le attuali condizioni. Terminò infatti la corsa in 89 ore e 19 minuti il suo tempo. Venticinque minuti meno di Galetti e ben 50 meno di Ganna.

Anche se a inizio Novecento già si andava diffondendo nel popolo il ruolo della celebrità sportiva. Ma quell’etichetta non era affidata ai nessuno dei tre corridori che calcarono quel primo podio. Se fossimo stati a Piazzale Loreto alle 2.53 di quel 13 maggio ci saremmo trovati davanti anche una delle prime figure mitiche del periodo pionieristico delle due ruote: Giovanni Gerbi. Tanto mitico da indurre Paolo Conte a dedicargli una canzone: “Diavolo Rosso”, dal soprannome con cui era conosciuto il ciclista nato ad Asti nel 1885. Un appellativo figlio della sua caratteristica tuta rossa e di un incontro un po’ casuale. Nel 1900, durante la Asti-Moncalieri-Asti (che vinse), Gerbi in fuga si trovò in mezzo ad una processione. “Chi a l’è chel diau?” esclamò il parroco vedendolo sfrecciare con la maglia rossa. “Diau” significa appunto “diavolo” in piemontese. Tre volte vincitore del Giro del Piemonte e una volte del Giro di Lombardia, Gerbi fu il primo ciclista acclamato dalle folle. Dotato di un grande imprevedibilità e da una grande astuzia non vinse mai il Giro d’Italia nella sua lunga carriera che terminò con l’edizione del 1933. Aveva 48 anni.

Dopo il 1909 si corsero altri cinque Giri d’Italia – tra cui il primo e unico con classifica “a squadre” nel 1912, vinto dalla società Atala – prima del 28 giugno 1914, quando il duca Francesco Ferdinando d’Asburgo fu assassinato a Sarajevo. Dopo la fine della Grande Guerra furono in molti di quel Giro a perdere la carriera ciclistica. Galetti e Ganna smisero e cominciarono a vendere biciclette. Alcuni, come “l’isolato” Oriani a Caporetto, persero la vita. Dopo il conflitto venne il tempo delle imprese – cantate anche da Francesco De Gregori – di Costante Girardengo e quelle di Alfredo Binda. Il ciclismo entrò definitivamente in una nuova dimensione.

Eppure quella prima edizione del 1909 è legata con un filo sottile alla carriera di due tra i più grandi campioni della storia. Un collegamento che prende il nome di Eberardo Pavesi, di soprannome “l’avvocato”. Non che lo fosse davvero, ma sapeva parlare bene ed era una specie di sindacalista dei corridori. Ritirato nella prima rassegna e vicecampione in quelle del 1910 e 1913, dopo la Grande Guerra Pavesi diventa il direttore sportivo della Legnano che, negli anni Trenta, diventerà la squadra di Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e di due Tour de France. Nel 1939, poi, Pavesi nota un giovane 20enna, appena giunto terzo al Giro del Piemonte, e gli chiede di fare il gregario di Bartali. Era Fausto Coppi, il Campionissimo. Nel 1940 vinse il Giro d’Italia.