Politica

Dismissioni, temiamo che il piano del governo porti alla vendita dei beni culturali

di Andrea Grigoletto

I commi 422-434 della legge di bilancio 2019 (legge n. 145/2018) prevedono un programma straordinario di dismissioni di immobili pubblici che dovrebbe garantire un introito minimo di 950 milioni di euro per l’anno 2019 e di 150 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021. Per fare questo entro il 30 aprile 2019 verrà approvato un “Piano di cessione di immobili pubblici” che dovrebbe ricomprendere:

1. beni di proprietà dello Stato non utilizzati per finalità istituzionali (al momento non è dato sapere se nell’elenco sia ricompreso anche il demanio culturale che, lo ricordiamo, dal decreto Melandri del 2000 in poi è liberamente alienabile);
2. beni in uso al ministero della Difesa diversi dagli alloggi di servizio;
3. beni del cosiddetto “federalismo patrimoniale”, la cui richiesta non è stata formalizzata dagli Enti locali in tempo utile;
4. beni di altri Enti.

La legge di bilancio non introduce nuove metodologie di cessione, ma un insieme di disposizioni che vanno a facilitare la modifica delle destinazioni urbanistiche dei beni, il grande scoglio di ogni operazione di alienazione del patrimonio immobiliare pubblico degli ultimi anni. Sono quindi previste royalties a favore dei Comuni su ogni singola vendita, destinazioni d’uso per zone territoriali omogenee e assentibilità in via diretta degli interventi edilizi approvati in conferenze di servizi e accordi di programma (cioè attuabili direttamente dal privato mediante Scia, norma – quest’ultima – sospetta di illegittimità costituzionale per il mancato coinvolgimento delle Regioni).

Va detto che l’idea di far cassa mediante la dismissione del patrimonio pubblico non è nuova. Dopo i tentativi del primo governo Prodi (1996), la vera “età dell’oro” si è avuta con il governo Berlusconi del 2001: dalle cartolarizzazioni alla creazione della Patrimonio dello Stato S.p.a. (una sorta di clone dell’Agenzia del demanio); dall’invenzione della Infrastrutture S.p.a. (che avrebbe dovuto impiegare i beni pubblici come garanzia per la realizzazione delle grandi opere pubbliche) alla progressiva introduzione della trattativa privata nella cessione dei beni. “Età dell’oro” si fa per dire: delle tre operazioni in cui si è sostanziato lo strumento più efficace (le cartolarizzazioni), la Scip1 ottenne qualche risultato, soprattutto per il lavoro prodromico effettuato dagli Enti previdenziali, mentre la Scip2 venne liquidata poiché i costi gestionali si rivelarono maggiori dei ricavi e la Scip3 (che sarebbe dovuta essere dedicata ai beni militari) neanche nacque.

Il periodo in cui l’Agenzia del demanio è stata guidata da Roberto Reggi è sembrato segnare un’inversione di tendenza: alla politica della vendita tout court si è sostituita quella della concessione a lungo termine, utilizzando una vecchia normativa introdotta dalla legge finanziaria 2007 (la “concessione di valorizzazione”) che ha dato luogo a operazioni quali “Valore Paese – Fari” e “Cammini e Percorsi”.

Parallelamente si è cominciato a impiegare un altro strumento di gestione finanziaria del patrimonio immobiliare dello Stato (simile alle cartolarizzazioni): i fondi comuni di investimento immobiliare ad apporto pubblico. Per far questo sono state costituite delle apposite società di gestione del risparmio (Sgr), che hanno come azionista Cassa Depositi e Prestiti (Cdp Investimenti) o lo stesso ministero dell’Economia (Invimit), con il preciso scopo di acquisire beni dall’Agenzia del demanio e rivenderli o valorizzarli in un’ottica di mercato. Ma poiché in Italia delle buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, uno strumento che mirava a introdurre elasticità nel sistema si è trasformato nel 2013, durante il governo Letta, in un meccanismo di salvataggio del bilancio di Enti locali filo-governativi, attraverso l’acquisizione di asset comunali “non performanti”.

Infine un capitolo importante della telenovela dismissioni (anche se tecnicamente sarebbe più corretto di parlare di trasferimento fra Enti) è stato il “federalismo demaniale” (D.Lgs. n. 85/2010). Nato come costola del ben più noto federalismo fiscale, è resistito all’intervento demolitorio della normativa autonomistica attuato dal governo Monti e si sostanzia nella cessione gratuita alle Regioni e agli Enti locali di interi comparti di patrimonio pubblico (demanio marittimo, demanio idrico, demanio militare, demanio aeroportuale, miniere, beni patrimoniali, ecc.).

La parte a oggi attuata, cioè quella relativa ai beni patrimoniali (D.L. n. 69/2013) e al demanio culturale, ha però messo in evidenza molte criticità, come l’acquisto di beni fuori scala rispetto alle risorse finanziarie e organizzative delle amministrazioni locali e la conseguente rivendita dei beni o la loro privatizzazione, con buona pace dei principi di fruizione pubblica previsti dal Codice dei beni culturali. Due esempi su tutti nel comune di Venezia: il tentativo di trasformare il rinascimentale Forte di Sant’Andrea in edificio di servizio di una vicina base nautica (sventato da un ricorso vinto al Tar dalla nostra sezione locale) e il complesso monumentale risalente alla Grande Guerra di Forte Cosenz, divenuto sede del dopolavoro dei dipendenti della Regione Veneto.