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Aiuto allo sviluppo, Openpolis e Oxfam: “Risorse in calo sotto lo 0,3% del pil. E più di metà non arriva nei Paesi poveri”

Il rapporto 'Cooperazione italiana, ritorno al passato’ evidenzia che la legge di Bilancio non rispetta gli obiettivi messi nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Def. "Per la prima volta dal 2012 i fondi calano”, spiega il curatore del documento. E una quota crescente è destinata a coprire le spese per l’accoglienza in Italia, nonostante "una fortissima riduzione degli arrivi"

Per la prima volta da diversi anni calano le risorse per la cooperazione. L’ultima legge di Bilancio disattente le aspettative create dallo stesso governo riguardo all’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). A settembre, infatti, la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDef) prevedeva che il rapporto tra aiuto pubblico e ricchezza nazionale (Aps/Rnl) si sarebbe assestato allo 0,33% nel 2019, per poi arrivare allo 0,36 nel 2020 e allo 0,40% nel 2021. Eppure, secondo il dossier ‘Cooperazione italiana, ritorno al passato’, a cui hanno lavorato Openpolis e Oxfam, la strada intrapresa dal governo va in un’altra direzione. “Sono diversi i fattori che ci portano a sostenere che, per la prima volta dal 2012, calano le risorse destinate all’aiuto pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Petrelli, senior policy advisor sulla Finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia, che sottolinea come al problema della riduzione degli stanziamenti si aggiunga quello degli aiuti che dovrebbero servire a finanziare progetti di cooperazione per aiutare i migranti “a casa loro”, come si ripete da anni “ma che invece vengono destinati a coprire le spese per l’accoglienza dei rifugiati”.

GLI OBIETTIVI E IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI – Eppure, nell’ambito dell’Agenda 2030, l’Italia ha sottoscritto gli obiettivi di sviluppo sostenibile che ci impegnano a raggiungere lo 0,7% nel rapporto tra Aiuto pubblico allo sviluppo e Reddito nazionale lordo entro il 2030. Era stato poi fissato anche un obiettivo quantitativo intermedio dello 0,30 entro il 2020, che nel 2017 l’Italia ha raggiunto con tre anni di anticipo. La nota di aggiornamento del Def indicava proprio la volontà di superare l’impegno intermedio dello 0,30%. Un traguardo confermato dai dati Ocse definitivi per il 2017, anche se sono molti i Paesi sviluppati che fanno meglio di noi. L’Italia, infatti, si posiziona al tredicesimo posto sotto Irlanda e Finlandia. Alcuni Paesi, come Regno Unito e Danimarca, hanno già raggiunto l’obiettivo dello 0,7 Aps/Rnl mentre Svezia, Lussemburgo e Norvegia lo hanno ampiamente superato arrivando a toccare l’1%.

LA LEGGE DI BILANCIO RIDUCE GLI STANZIAMENTI – Vero è che negli ultimi mesi del 2018 l’Italia ha dovuto affrontare diversi ostacoli. La legge di bilancio è stata approvata dopo una lunga trattativa con la Commissione europea. Uno dei principali risultati di questa trattativa è stata la riduzione al 2% del deficit previsto per il 2019 (a settembre la nota del Def prevedeva un deficit al 2,4% e tassi di crescita all’1,5% del pil). “Un tale cambio di scenario – si legge nel dossier – ha avuto un impatto inevitabile su tutti i settori del bilancio pubblico e la cooperazione non è stata certo risparmiata”. Le tabelle presentate dal ministero delle Finanze stabiliscono una riduzione degli stanziamenti: nel 2019 sono previsti fondi per la cooperazione per 5,07 miliardi di euro, in calo a 4,6 miliardi nel 2020 e a 4,7 miliardi nel 2021. Secondo il rapporto, con queste cifre nel 2020 il rapporto Aps/Pil potrebbe calare allo 0,26 tornando a livelli inferiori al 2016. “Non si tratta solo di mancare gli obiettivi previsti con la nota del Def, che però non è una dichiarazione ma un documento ufficiale – spiega Petrelli – ma di un significativo calo dell’Aps. Secondo le nostre proiezioni potrebbero essere quasi 730 milioni in meno nel 2019, 1,7 miliardi nel 2020 e 2,4 miliardi nel 2021”.

L’AIUTO GONFIATO – Al problema della quantità degli stanziamenti si aggiunge quello del loro utilizzo. Da un’analisi dei dati sul 2017 dell’Ocse, emerge che dal 2012 al 2017 l’Italia ha destinato risorse sempre maggiori all’Aps, ma “questo aumento è stato in buona parte trainato dalla crescita della voce ‘rifugiati nel Paese donatore’, che ha rappresentato quasi un terzo del totale dell’aiuto pubblico ancora nel 2017”. Si tratta di quello che nel dossier si definisce ‘aiuto gonfiato’, destinato a coprire le spese per l’accoglienza dei rifugiati e per la cancellazione del debito e, quindi, non a finanziare progetti di cooperazione. “Denaro che non varca i confini dell’Italia e che non viene utilizzato per gli scopi propri dell’aiuto allo sviluppo – denunciano Oxfam e Openpolis – ossia la lotta alla povertà e il raggiungimento degli obbiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’Agenda 2030”.

I fondi della cooperazione si dividono in due grandi insiemi che indicano la via per cui arrivano ai paesi in via di sviluppo: attraverso i governi in modo diretto (bilaterale) o le organizzazioni internazionali (multilaterale). La quota di Aps bilaterale in cui vengono conteggiate tali risorse, è così cresciuta costantemente negli ultimi anni passando dal 22,8% nel 2012 a più del 50% nel 2017. “Tenuto conto di questo elemento distorsivo – spiega il rapporto – l’andamento dell’Aiuto pubblico allo sviluppo al netto dell’aiuto gonfiato (ossia quello puro), è crollato nel 2012 e ha ripreso a crescere in maniera molto graduale tornando sui valori iniziali solo nel 2015. “In quegli stessi anni però – sottolineano gli autori del rapporto – cresceva parallelamente e in maniera molto più sostenuta la spesa italiana per affrontare la crisi migratoria superando, nel 2016, l’Aps puro”.

Nonostante tra il 2017 e il 2018 gli sbarchi di migranti in Italia siano calati di oltre l’80%, la legge di Bilancio mantiene per il triennio 2019-2021 consistenti stanziamenti per la parte della cooperazione internazionale gestita dal ministero dell’Interno. Al Viminale continueranno in media ad essere destinati 1,6 miliardi di euro all’anno: oltre 1,8 miliardi nel 2019, 1,5 miliardi nel 2020, 1,4 nel 2021 (previsioni di cassa). “La diminuzione di risorse destinate ai paesi in via di sviluppo significa sostanzialmente meno soldi per cibo e acqua, salute, istruzione di base che sono elementi determinanti per combattere la povertà” ha aggiunto Petrelli, che si domanda “perché, in una prospettiva di risorse decrescenti e con una fortissima riduzione degli arrivi, vengano mantenuti stanziamenti così alti per il Ministero dell’Interno. Avremo due cooperazioni distinte? Quella del Viminale dedicata al controllo delle frontiere?”.

IL CONTROLLO DELLE FRONTIERE – Di fatto, l’Unione europea (verso cui confluisce una parte dell’Aps italiano) ha scelto di investire in maniera crescente nel controllo delle frontiere in Africa. Questo è avvenuto in particolare attraverso il Trust fund di emergenza per l’Africa istituito nel 2015 al vertice euro-africano de La Valletta e di cui l’Italia è il secondo contributore con 110 milioni di euro. Con un budget di 4,1 miliardi di euro (provenienti per il 95% da risorse per lo sviluppo) il Trust Fund ha utilizzato un’ampia quota delle sue risorse, pari al 35%, per l’attività di controllo delle frontiere. “Si tratta ancora una volta – spiega l’Oxfam – di una tendenza che rischia di produrre una distorsione delle finalità dell’aiuto allo sviluppo”.

PER NON TORNARE INDIETRO – “Per far sì che la cooperazione allo sviluppo continui a essere strumento di contrasto alle disuguaglianze e di giustizia sociale – spiega Petrelli – è necessario distinguere le politiche di cooperazione vere e proprie da quelle di controllo e gestione delle frontiere nei paesi di origine e transito delle rotte migratorie mediterranee”. Secondo l’Oxfam, per non tornare indietro è necessario porsi alcuni obiettivi: riprogrammare le risorse dell’Aps in ambito triennale in modo da non scendere sotto lo 0,30% nel 2020, garantire che le risorse progressivamente rese disponibili dalla diminuzione dei flussi migratori “vengano utilizzate in modo efficace e coerente per gli obiettivi propri della cooperazione e dell’agenda 2030” e aumentare le risorse “da destinare ai paesi ultimi nella classifica dei tassi di sviluppo (ldcs)”.