Lavoro & Precari

#30yearschallenge – Quando finii in una fabbrichetta e capii cosa non volevo diventare

Il 2 gennaio 1989 iniziai a lavorare, in fabbrica. In nero.
Merito di mia madre, l’unica “bazza” che mi procurò in vita sua (per fortuna), non vi dico quelle di mio padre, anzi magari ve le dirò in un altro post.

La fabbrica fu un’esperienza fondamentale: 8 ore + 1 di pausa ad appoggiare un pezzo di legno di 5 metri x 5 su un tavolaccio, si premeva un tasto, da una cavità usciva una sega circolare che tagliava tutto creando dei pezzi sempre più piccoli, regolari, che venivano messi su una “barella” e trasportati in un altro angolo degli orrori.
Terribile.
Orario: dalle 8 alle 17.
Dal lunedì al venerdì.

Dopo due giorni di quella roba, mobbizzato da una cinquantina di operai e operaie abbrutiti da quello stile di vita, dissi “Ma perché mi sono messo in questa situazione?”.
Mi tolsi il grimbalan (il grembiule), lo riconsegnai al super capo della fabbrichetta e gli dissi grazie della bellissima opportunità professionale.
Il super capo apprezzò il gesto di questo ventunenne e invece di mandarlo a fanculo gli disse “Da lunedì vieni in ufficio, stessa paga, stesso nero. Mica posso assumerti. Non hai ancora fatto il militare e poi si usa così, siamo nel 1989. A lunedì”.
E arrivò il lunedì.
E arrivò la scrivania.
Non vi dico come mi guardavano male gli operai e le operaie.

Quell’esperienza durò sei mesi e fu molto formativa, visto che venni a contatto con tutte le tipologie di M e F che “da grande” non avrei voluto essere, ovvero:

– Il capo di una fabbrichetta
– Il rappresentante della fabbrichetta
– Il dipendente capo di un’area della fabbrichetta non mia
– Il figlio del super capo della fabbrichetta capetto dell’ufficetto
– La figlia del super capo della fabbrichetta in un altro ufficetto a sputare sentenze
– L’impiegatuccio ligio al dovere che dice “Eh, ma la vita è così”
– L’amante della pausa pranzo coi colleghi
– Quello che si vede la sera coi colleghi a giocare a calcetto
– L’impiegatuccio ribelle che si crede superiore agli altri impiegatucci adattivi
– L’impiegatuccio adattivo che solidarizza con l’impiegatuccio ribelle che si crede superiore agli altri impiegatucci adattivi
– Quello/a che si fa trombare dal capo area per avere 50.000 lire in più di stipendio e un potere effimero

Altro? Sì, tanto altro.
Come vi ho già detto, questa esperienza fondamentale durò sei mesi.
A inizio luglio il super capo mi licenziò.
Motivo: gli dissi che un giorno non sarei andato in ufficio perché dovevo fare un concorso pubblico* (credo in Posta).
“Io non sono il tappabuchi di nessuno. Se devi fare un concorso, quella è la porta. Non farti rivedere mai più” disse il super capo e io non mi feci rivedere mai più.

La settimana successiva al licenziamento mi presentai al concorso pubblico, ci saranno state 3000 persone in fila. Mi domandai “Ma perché mi sono messo in questa situazione?”. E me ne tornai a casa.
Faceva caldissimo.
Fu il primo e ultimo concorso pubblico della mia vita.
Il mese dopo andai in Grecia in auto passando per la Jugoslavia dove vidi una delle scene più tristi della mia vita: un bambino in un campo da calcio, c’è solo lui, tira un rigore, traversa. Pioveva pure. Anni di merda… veramente.