Diritti

Amal Fathy, liberata la moglie del consulente legale egiziano della famiglia Regeni: era in carcere da più di 7 mesi

L'attivista era stata accusata di "appartenere a un gruppo terrorista" e di aver "pubblicato notizie false" dopo aver condiviso su Facebook due video in cui denunciava molestie sessuali. La donna era stata fermata l'11 maggio scorso insieme al marito, Mohamed Lotfy, rilasciato dopo poche ore. Secondo Amnesty, Amal era una "prigioniera di coscienza"

È stata liberata dopo 7 mesi e 16 giorni di prigionia Amal Fathy moglie del consulente legale egiziano della famiglia Regeni, Mohamed Lotfy. Una lunga battaglia quella per la sua scarcerazione combattuta sopratutto dal marito che ha annunciato il ritorno a casa della donna con un post su Facebook. “L’amore vince…qualche volta”, ha scritto sul social l’attivista, accompagnando la didascalia con una foto di loro due abbracciati.

La scarcerazione era stata decisa il 18 dicembre dalla Corte d’assise del Cairo. Per il momento ad Amal è stata concessa la libertà vigilata con obbligo di firma una volta a settimana. L’attivista era in custodia cautelare in carcere accusata di “appartenere a un gruppo terrorista” e di aver “pubblicato notizie false” con video e commenti su Facebook. In particolare la moglie del direttore della Commissione egiziana per i Diritti e le Libertà era stata denunciata da una banca che si era sentita oltraggiata da due video postati da Amal sul social nei quali denunciava molestie sessuali. Amal si era ritrovata però accusata di aver insultato lo Stato egiziano e i suoi cittadini. L’attivista è stata fermata l’11 maggio scorso insieme al marito, Lofty, rilasciato dopo poche ore. Numerosi i processi affrontati da Amal, sotto inchiesta in due diverse indagini. Il 29 settembre la donna è stata condannata a due anni di reclusione con pena sospesa dietro il pagamento di cauzione, dopo una una proroga di quindici giorni della detenzione.

A battersi per i diritti di Amal molti attivisti tra cui Amnesty International e i genitori di Giulio Regeni. Secondo l’Ong, Fathy era una “prigioniera di coscienza”, accusata di fatti “ridicoli e infondati”. Vittima di un’azione repressiva non solo contro di lei, ma anche contro coloro che in Egitto cercano di contribuire al raggiungimento della verità sull’omicidio del ricercatore friulano, ucciso in Egitto a inizio 2016. Indagini che finora non hanno avuto rilevanti progressi. Il ritardo nella scarcerazione aveva suscitato la reazione della famiglia Regeni, che il giorno di Natale aveva detto: “Siamo profondamente angosciati per l’ingiustificabile e prolungato ritardo nell’attuazione di un ordine del tribunale per la liberazione di Amal Fathy, la moglie di Mohamed Lotfy, il nostro consigliere legale in Egitto”. Già pochi giorni dopo l’arresto la mamma di Regeni, Paola Deffendi, e l’avvocato della famiglia in Italia, Alessandra Ballerini, si erano schierate al fianco della donna, dichiarando lo sciopero della fame. “Amal è molto provata, soffre di depressione cronica e sindrome post-traumatica a causa di molestie sessuali e aggressioni”, aveva dichiarato il marito lo scorso novembre in un’intervista al Fatto Quotidiano.