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Siria, un nuovo Iraq con 30mila jihadisti Afghanistan, un’alleanza Taliban-Al Qaeda Ecco cosa si rischia con il ritiro degli Usa

Gli alleati sul territorio potrebbero sentirsi traditi e abbandonati, causando una nuova e pericolosa destabilizzazione di due tra i più caldi fronti internazionali che vedono coinvolte coalizioni occidentali. In Afganistan sono sempre più numerosi tra le fila degli ex studenti coranici i combattenti stranieri arrivati dai Paesi arabi, dal Pakistan, dall’Asia centrale e dal Caucaso

Ritiro delle truppe dalla Siria, dove si stima che lo Stato Islamico conti ancora su 30mila combattenti, e di 7mila militari dall’Afghanistan, dove i Taliban controllano ampie zone dal Paese e Isis è riuscito ad affondare le proprie radici e compiere periodicamente attacchi terroristici. Due decisioni che il presidente Donald Trump ha annunciato in meno di 48 ore rispettando le promesse elettorali e che sono destinate ad avere conseguenze interne, una già visibile con le dimissioni del suo fedelissimo segretario alla Difesa, James “Cane Pazzo” Mattis, ed esterne, con gli alleati sul territorio che potrebbero sentirsi traditi e abbandonati, causando una nuova e pericolosa destabilizzazione di due tra i più caldi fronti internazionali che vedono coinvolte coalizioni occidentali.

Il primo annuncio è arrivato il 19 dicembre con un tweet del presidente: “Abbiamo sconfitto Isis in Siria, l’unico motivo per cui eravamo là sotto la presidenza Trump”. Un annuncio contraddetto da quello che sta succedendo sul campo. Le ultime stime parlano di circa 30mila miliziani ancora sparsi sul territorio siriano: jihadisti impegnati negli ultimi fronti aperti, ma anche cellule dormienti in attesa del momento giusto per sferrare nuovi attacchi. Una presenza confermata anche dalla strategia dell’esercito Usa che, consapevole della situazione, sta continuando i bombardamenti nelle aree a presenza islamista.

Decidere di riportare tutti i militari oltre oceano provocherebbe serie conseguenze. Innanzitutto lascerebbe sole le milizie curde impegnate nel nord del Paese, gli uomini che, con l’appoggio dei bombardamenti occidentali, hanno stanato le bandiere nere casa per casa, villaggio per villaggio, città per città. Combattenti che sono parte fondamentale della cosiddetta coalizione occidentale a guida americana che, così, rischiano di rimanere schiacciati tra un ritorno di fiamma di Daesh e le aspirazioni espansionistiche della Turchia che, dopo l’invasione di Afrin, ha in mente di avviare “da un momento all’altro” una nuova operazione contro le milizie curde in Siria a est del fiume Eufrate. Operazione che, riporta Hurriyet, sarebbe poi stata rimandata.

Fatto sta che il presidente turco ha reso pubblici i suoi piani militari lunedì 17 dicembre e Trump, consapevole di questo, ha comunque annunciato il ritiro dei militari a stelle e strisce due giorni dopo. Una scelta che per le milizie curde, come ha raccontato in un’intervista a Ilfattoquotidiano.it il capo della diplomazia del Partito dell’Unione Democratica (Pyd) nel Rojava, ha il sapore del tradimento: “Credo che non siano solo i curdi ad essere stati traditi dagli Stati Uniti, ma anche gli altri Paesi della coalizione. Qui a combattere sono venute persone da tutta Europa”, ha dichiarato.

Visione condivisa addirittura dal segretario della Difesa, James Mattis, che ha deciso di rassegnare le sue dimissioni dopo l’annuncio di Trump: “Il presidente ha il diritto di avere un segretario della Difesa le cui vedute siano meglio allineate con le sue”, ha scritto nella lettera consegnata alla Casa Bianca. Dalle motivazioni presentate da Mad Dog, si capisce però che l’ex generale dell’esercito non condivide l’idea di abbandonare al proprio destino formazioni alleate o con le quali si sono stretti accordi internazionali: “Una convinzione fondamentale che ho sempre sostenuto – ha continuato – è che la nostra forza come nazione è inestricabilmente legata alla forza del nostro sistema unico e completo di alleanze e partnership. Mentre gli Stati Uniti rimangono una nazione indispensabile nel mondo libero, non possiamo proteggere i nostri interessi o servire efficacemente questo ruolo senza mantenere forti alleanze e mostrare rispetto verso quegli alleati”.

Una lezione che il veterano di guerra ha ben imparato dall’Iraq, dove ha partecipato a entrambe le guerre del Golfo, testimone della nascita di Al Qaeda dopo la frettolosa ritirata americana, e anche in Afghanistan, dove nel 2001 ha seguito l’operazione Enduring Freedom dopo che gli Stati uniti avevano lasciato il Paese alla mercé dei mujaheddin dopo la cacciata dell’Armata Rossa. Andarsene in questo momento dalla Siria, lasciando il Paese in mano alla coalizione russo-iraniana, alle aspirazioni espansionistiche di Ankara e con il rischio che le braci dello Stato islamico tornino a essere fiamme indomabili, potrebbe destabilizzare il Paese per decenni.

Proprio l’Afghanistan è l’altro fronte caldo che gli Stati Uniti si apprestano ad abbandonare. Fonti della Difesa americana riprese dai media statunitensi hanno dichiarato che “nelle prossime settimane” gli Usa sarebbero pronti a ritirare 7mila uomini di stanza nel Paese, circa la metà dell’intero contingente. Una scelta sorprendente perché in controtendenza con la situazione interna all’Afghanistan, dove i Taliban sono forti come mai dall’inizio dell’intervento militare, e con l’operato del rappresentante Usa per il processo di pace, Zalmay Khalilzad, che da mesi fa la spola tra Washington, dove si confronta con l’amministrazione americana, Kabul, dove aggiorna il governo di Ashraf Ghani sullo stato delle contrattazioni, e Doha, dove incontra e negozia una tregua, con il tentativo di inserirli nel processo democratico del Paese, con i referenti Taliban dei gruppi che hanno accettato il dialogo con gli Stati Uniti. Un tavolo quello tra Washington, Kabul e Doha, che non ha ancora portato a importanti risultati, visto che i Taliban, come riferiscono anche i portavoce dietro allo pseudonimo di Zabiullah Mujahid, non si dicono disposti a concessioni prima di un ritiro immediato e completo delle truppe americane dal Paese.

Un ritiro, però, che sembra possibile solo al presidente americano. L’Afghanistan ha un governo che gode di scarsa legittimazione in molte aree del Paese, visto che i Taliban controllano o si contendono circa il 40% dell’intero territorio e attaccano regolarmente obiettivi sensibili nella capitale. Lo dimostrano anche le violenze patite dalla popolazione durante la campagna elettorale e le votazioni legislative di ottobre, durante le quali hanno perso la vita civili e anche candidati. Senza dimenticare che anche lo Stato Islamico, seppur con una presenza enormemente inferiore, è riuscito a mettere le radici nel Paese e a sferrare attacchi kamikaze contro obiettivi militari e civili.

Inoltre, alcune fonti riferiscono a Ilfattoquotidiano.it che tra le fila degli ex studenti coranici siano sempre più numerosi i combattenti stranieri arrivati dai Paesi arabi, dal Pakistan, dall’Asia centrale e dal Caucaso. Un’informazione confermata a Nbc News da un leader Taliban di alto rango e che ha fatto ipotizzare il ritorno a una partnership tra i Taliban e Al Qaeda, con il Pakistan come porta d’accesso principale. Se questa ipotesi trovasse delle conferme, la violenza nel Paese potrebbe crescere ulteriormente e il dialogo tra le forze governative e gli islamisti afghani diventare ancora più complicato.

Twitter: @GianniRosini