Società

Votare è un dovere, ma comincio a capire chi non lo fa più

Le parole contano: puttane, pennivendoli, sciacalli i giornalisti. Una sequenza di insulti che è un condensato del peggior sessismo, della stereotipia linguistica (pennivendoli, ma dai, cerca un’altra metafora, anche per insultare serve un po’ di intelligenza), della più profonda intolleranza. Ci ricordiamo le liste dei giornalisti nemici, indicati come bersaglio da colpire? O i garbati inviti di Grillo: che faresti alla Boldrini? E ora la lista dei giornalisti buoni? Dibba voleva mostrare che non generalizza, peggio il toppon del buso, peggio la toppa del buco: significa riaffermare l’idea.

Tira un’aria culturalmente squadrista, fatta di me ne frego, incapacità di ricordarsi che si rappresentano le istituzioni e del fatto che chi governa governa tutti, non solo i suoi elettori. Non immagino l’olio di ricino, ma questa politica, con un linguaggio da talk show di serie B, inquieta.

Virginia Raggi non aveva commesso reati, bene, massimo rispetto per la magistratura, è fondamentale. Resta il fatto che non ha saputo o voluto scegliere con accortezza i suoi collaboratori, e che forse è presto per considerarla una vittima da santificare. E siamo d’accordo che tutti gli ultimi sindaci, Alemanno, Marino e Raggi, hanno fallito. La grana Roma richiederebbe una volontà politica fortissima e trasversale. Qualcuno ricordava che i sessantamila dipendenti comunali portano con i familiari più di duecentomila voti, nessuno vuole rischiare.

Si minacciano leggi contro la stampa, si leva la scorta a chi ci ostacola, si governa più attenti al gossip per i social che alla leggi da fare. Le foto di Salvini a letto, roba che neanche Trump. E poi, francamente, immagino l’imbarazzo dei figli a scuola. Mi aspetto la candidatura di Fabrizio Corona.

Sempre in giro a raccogliere voti i due vicepriministri fanno fare a Giuseppe Conte la figura del grande statista. Certe dichiarazioni sono da incorniciare: “li farò ragionare”. Conte è il tutore?

Votare è un dovere, ma comincio a capire chi non lo fa più. In politica non si parla di ‘ndrangheta e mafia, tre regioni sono in mano loro, le altre infiltrate. Purtroppo sono dieci anni che l’unico argine è rappresentato da magistratura, polizia, carabinieri e finanza. Venti anni di campo libero per la politica, ghiotta di quei pacchetti di voti garantiti. Destra, sinistra e centro si sono girati dall’altra parte, Giulio Andreotti poteva sostenere di avere fatto leggi dure, e il suo proconsole siciliano Salvo Lima finiva ammazzato per motivi poco chiari. Neanche una querela per il film di Sorrentino, Il divo, e non ce ne saranno per quello su Berlusconi.

Il clima è una tragedia mondiale, la Liguria è spazzata via. Politici ambientalisti? dovrebbero esserlo tutti. Dovremmo esserlo tutti. Ma forse stanno in collina. Forse stiamo tutti in collina.

Spero vivamente che questa invettiva a tutto campo, sconsolata e confusa sia figlia anche di un certo rimbambimento senile, rancoroso e brontolone. Ma mi chiedo: e se davvero fosse troppo tardi per raddrizzare la barra? L’emergenza climatica ne è il simbolo: ne patiamo tutti gli effetti ma a livello mondiale si contesta anche il protocollo di Kyoto, già ritenuto insufficiente dagli scienziati a suo tempo.

Gli scrittori spesso colgono certi segni in anticipo. Non vorrei che Corman McCarthy, con i suoi scenari post apocalittici di un pianeta distrutto dove bande di disperati si riducono al cannibalismo, avesse ragione. So di piccole comunità neo utopiche che si preparano all’autosufficienza. Fanatici catastrofisti? Lo spero.

Prendiamo in considerazione seriamente la possibilità di essere sull’orlo di una catastrofe economica, politica e ricominciamo a pensare. Occorre un nuovo paradigma culturale. Occorre pensare largo e lungo, al di là delle prossime elezioni, dei sondaggi di domani. Occorre fare scelte coraggiose.