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Keith Haring, corsa contro il tempo per salvare i suoi murales dal degrado: il restauro affidato a un team di scienziati italiani

Tutto cominciò nel 2010, quando apparve necessario preservare dal degrado il murale pisano di Haring: sotto l’egida della Keith Haring Foundation, si formò un team che nel corso degli anni ha elaborato una tecnica particolare per conservare le opere dello street artist americano

Le pitture murali di Keith Haring sono in grave pericolo. Da almeno otto anni il salvataggio delle opere dello street artist americano scomparso negli anni Novanta a soli 32 anni, è nelle mani di un team di scienziati con base a Pisa – la città dove l’artista dipinse il suo ultimo, famoso murale “Tuttomondo” sulla parete esterna della chiesa di San’Antonio abate – che ha già messo in sicurezza, oltre a quella pisana, altre due opere: a Melbourne, in Australia, (Collingwood Mural, 1984) e a Parigi (Necker Hospital Mural, 1987).

Ma dove nascono i problemi? I dipinti murali d’epoca contemporanea sono realizzati con materiali generalmente di origine sintetica, cioè non specificamente previsti per opere d’arte. Questi sono spesso scelti in base a considerazioni di natura artistica invece che per la loro durabilità; la conseguenza è il pericolo di un veloce degrado con evidenti variazioni cromatiche dei dipinti. L’identificazione dei materiali utilizzati nelle opere d’arte contemporanee e la ricerca di soluzioni per la loro conservazione non solo è la sfida attuale per il chimico che deve trovare una soluzione rapida, ma anche il campo di ricerca per i conservatori di tutto il mondo. Praticamente, comprendere la composizione chimico-fisica dei materiali utilizzati per un murale e sapere quali azioni svolgere in fase di restauro sul dipinto si rivelano considerazioni centrali per pianificare corretti trattamenti di conservazione per le opere d’arte.

E i dipinti di Haring non sfuggono alla regola: l’artista utilizzò i più svariati materiali che spesso mostrano un elevato degrado e distaccamento del manto pittorico dal supporto scelto. Da qui la necessità di intervenire – e alla svelta – per salvare le opere dello street artist americano, così come di mettere a punto un severo studio scientifico, un restauro consapevole e un attento monitoraggio, le sole azioni per preservare a lungo le opere rispettando i desideri dell’artista.

Tutto cominciò nel 2010, quando apparve necessario preservare dal degrado il murale pisano di Haring: sotto l’egida della Keith Haring Foundation, si formò un team comprendente Maria Perla Colombini (docente di chimica analitica dell’Università di Pisa), alcuni collaboratori del Cnr e due restauratori – Antonio Rava e Will Shank – che per quattro anni diede vita al “Copac project” insieme alla Regione Toscana. Il know how acquisito durante quella prima straordinaria esperienza, è poi risultato utile per intervenire sugli altri due murales di Haring in Australia e a Parigi, che ormai sono in sicurezza.

“Quando dovemmo affrontare il restauro del murale di Pisa – ricorda la professoressa Colombini – si formò una squadra con diversi ruoli: il dipartimento di chimica dell’Università di Pisa, di cui faccio parte, si occupò della diagnostica dei materiali, mentre i restauratori si son presi cura del murale, l’hanno ripulito e, per quanto possibile, riportato a un buono stato di lettura cromatica. Il tutto avvenne tra il 2010 e il 2011. Poi nel 2013 ci ha chiamato la città di Melbourne per il loro murale di Haring che era in uno stato pessimo. Iniziammo il campionamento dei materiali e tra il 2014 e il 2015 è stato restaurato. Poi è toccato a Parigi tra il 2015 e il 2016: i due restauratori Rava e Shank intervennero sul murale realizzato sulla torre dell’ospedale dei bambini e noi dell’ateneo pisano ci occupammo della diagnostica. Tutto ciò sempre sotto l’egida della Keith Haring Foundation che ormai si fida di noi”.

Le condizioni dei murales – ha concluso Colombini – dipendono dalle intemperie a cui sono sottoposti. Se sono molto esposti indubbiamente subiscono dei danni, ma non solo: per dipingere Haring ha sempre utilizzato quel che trovava, cioè non si è mai posto il problema della conservazione. Però, il grande Tuttomondo fu donato alla città di Pisa, e quindi riteniamo che anche l’artista fosse cosciente che la sua opera era destinata a durare nel tempo. Nonostante ciò, non si è comportato di conseguenza, perché ha usato i più diversi materiali, molti dei quali non si conservano in esterno. Se noi invece vogliamo che durino nel tempo, dobbiamo trovare il modo di fissare questi colori, che altrimenti si staccando dalle superfici. Ed è una lotta contro il tempo”.

I risultati dell’azione del team ormai esperto delle pitture murali di Haring sono stati oggetto di una presentazione nello scorso mese di settembre alla seconda edizione del “Festival internazionale della robotica” di Pisa, che per la prima volta ha aperto una finestra sulle tematiche relative alla conservazione dei beni culturali. In quell’occasione fu anche annunciato che aveva appena preso il via un’altra operazione di studio per salvare il murale che Haring dipinse nel 1986 su un edificio del Stedelijk Museum, ad Amsterdam.

“Per ora abbiamo analizzato qualche piccolo campione – ha aggiunto Maria Perla Colombini -, ma ci siamo già resi conto che si tratta di un murale un po’ diverso dagli altri. In questa caso Haring ha dipinto direttamente sui mattoni, cioè senza strato preparatorio, ma applicando il colore sullo sporco esistente. Ovviamente per questo motivo credo che sarà un restauro molto difficile, perché il murale dipinto sulla grande superficie a mattoni si è conservato benissimo per il solo fatto che per vent’anni è stato coperto con delle lamiere. Una volta rimosse queste, il murale di Haring si è rivelato a tutti, ma nelle condizioni di sporcizia in cui è stato conservato. Sarà divertente affrontare questa nuova sfida. Adesso i due restauratori – ha aggiunto la docente dell’ateneo pisano – stanno predisponendo un progetto di conservazione che presenteranno alle autorità olandesi, poi vedremo”.